"L’arte è per tutti": la lezione universale di Keith Haring in mostra a Palazzo Braschi

“L'arte è vita. La vita è arte. L'importanza di entrambe è esagerata e fraintesa”, è con questa battuta dell'artista che il Museo di Roma, a Palazzo Braschi, accoglie i visitatori che, dal 6 ottobre 2026 all'11 aprile 2027, vorranno godere della retrospettiva dedicata a Keith Haring.
Promossa da Roma Capitale e coprodotta dalla Sovrintendenza Capitolina con “MondoMostre”, l'esposizione è un viaggio attraverso la carriera fulminea e rivoluzionaria dell'artista.
Curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, l’esposizione porta a Roma oltre 140 lavori: il nucleo principale proviene dalla “Nakamura Keith Haring Collection” (la collezione più vasta dedicata all'artista) ed è affiancato da prestiti sia pubblici, sia privati.
Lungo le sale dello splendido palazzo Capitolino, si attraversa un vero e proprio caleidoscopio di tecniche: dai primi disegni a gessetto, tracciati su pannelli pubblicitari neri della subway di New York, ai grandi teli dipinti a spray lungo l'autostrada FDR Drive, fino alle sculture in metallo, alle stampe e ai poster di protesta politica contro l’apartheid e l’AIDS.
Mostra Keith Haring a Palazzo Braschi, Roma (Federico Emmi)
Il legame con l'Italia e il capitolo romano
Il percorso espositivo si apre a ritroso, partendo dal rapporto di Haring con il nostro Paese a partire dal 1983: quando realizzò un'opera per la collezione “Terrae Motus”, la raccolta di arte contemporanea voluta gallerista Lucio Amelio, in seguito al devastante terremoto dell'Irpinia del 23 novembre 1980.
Nel 1984, Haring arrivò poi a Roma, in occasione della mostra “Arte di frontiera”. In quella occasione tracciò un murale sulla scalinata laterale del Palazzo delle Esposizioni e dipinse le barriere protettive trasparenti della Metro A a Ponte Pietro Nenni. Opere poi rimosse dalle amministrazioni dell'epoca, che però restano vive nella memoria collettiva e nelle testimonianze fotografiche in mostra a Palazzo Braschi, dove c’è anche una chicca: la motocicletta Yamaha dipinta a mano dall'artista proprio durante quel suo soggiorno romano dell'84.
Il linguaggio politico
Dal Bambino Radiante, l'Angelo e il Cane che abbaia (elementi chiave del "Codice Haring", l'alfabeto visivo ideato dall'artista statunitense dove ogni figura stilizzata possiede un significato preciso e immediato: il Bambino Radiante rappresenta la purezza e la speranza nel futuro; l'Angelo incarna la protezione spirituale; il Cane simboleggia la minaccia dell'autorità e dell'oppressione), la mostra accompagna il pubblico nella dimensione più intima e politica dell'artista.
Mostra Keith Haring a Palazzo Braschi, Roma (Federico Emmi)
In mostra c'è l'impegno sociale di Haring, gridato nei poster “Free South Africa” o “Safe Sex!”, ma anche la sua celebrazione del corpo, della musica underground e della club culture degli anni '80. Tra i pezzi esposti spiccano le tavole fluo della serie “Bad Boys” e il monumentale “Untitled del 1984”.
Mostra Keith Haring a Palazzo Braschi, Roma (Federico Emmi)
Il rapporto vita - morte
Il culmine emotivo dell'esposizione romana coincide con l'ultima fase della vita di Haring: di fronte alla diagnosi di sieropositività nel 1988, la sua risposta visiva si fece altissima e creò “Altarpiece: The Life of Christ” (1990), la pala d'altare in bronzo e patina d'oro (sua ultima opera prima di spegnersi a soli 31 anni), oggi al centro dell'allestimento di Palazzo Braschi. L'opera accompagnò il suo funerale e per l'artista, fu un modo per trasformando la sofferenza in una riflessione sulla fede, sulla trascendenza e sulla speranza.
Lo sguardo apparentemente leggero di Haring abbracciò quindi tanti temi: da quelli sociali a quelli politici, da quelli religiosi a quelli esistenziali e la mostra sembra proprio voler riafferma quello che fu uno dei suoi dogmi: “L'arte è per tutti”.
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