Rivalutazione pensioni, il conguaglio di dicembre 2026 sarà a saldo zero? I motivi

Il conguaglio sulla rivalutazione delle pensioni 2026 resta al momento previsto a saldo zero. La percentuale utilizzata dall'INPS per adeguare gli assegni da gennaio, pari all'1,4%, coincide infatti con la variazione media annua dell'indice FOI al netto dei tabacchi registrata dall'Istat nel 2025. L'eventuale differenza tra quanto già riconosciuto e quanto effettivamente dovuto risulterebbe quindi sostanzialmente nulla.
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Quello che devi sapere
Le percentuali
Il valore dell'1,4% era stato fissato in via provvisoria dal decreto interministeriale del 19 novembre 2025 e applicato dall'inizio del 2026. La procedura prevede però che l'indice venga successivamente verificato alla luce del dato definitivo sull'inflazione e formalizzato dal Ministero dell'Economia. Soltanto a quel punto l'INPS potrà chiudere definitivamente le operazioni di perequazione. Al momento, dunque, non emerge una somma aggiuntiva da riconoscere ai pensionati per correggere la rivalutazione effettuata nel corso del 2026. Il decreto atteso in autunno avrà soprattutto il compito di rendere definitivo il dato provvisorio. Se, come indicano le rilevazioni già disponibili, l'1,4% dovesse essere confermato, il conguaglio relativo alla perequazione 2026 sarà nullo.
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Quando potrebbe essere regolato il conguaglio
L'eventuale differenza sulla rivalutazione del 2026 non va quindi cercata nel cedolino di dicembre. L'INPS ha previsto che il conguaglio derivante dalla verifica dell'indice provvisorio venga effettuato nell'anno successivo. Per dicembre 2026 l'importo della pensione potrà comunque risultare diverso rispetto agli altri mesi per effetto della tredicesima, delle ritenute fiscali o di eventuali conguagli Irpef. Si tratta però di componenti distinte dalla perequazione e non devono essere interpretate come un eventuale recupero dell'1,4% applicato quest'anno. Il passaggio decisivo sarà quindi la definizione ministeriale dell'indice. Se il valore resterà quello già certificato dall'Istat per il 2025, nel 2027 non ci sarà alcun arretrato da recuperare relativo alla rivalutazione 2026.
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La stima per le pensioni 2027
La partita più interessante per i pensionati riguarda quindi la perequazione 2027, che sarà determinata sulla base dell'andamento dei prezzi registrato nel 2026. Gli ultimi dati Istat hanno fornito un aggiornamento importante. Ad agosto l'indice FOI al netto dei tabacchi è cresciuto del 3,4% su base annua, mentre l'inflazione media del 2026 già acquisita è salita al 2,9%. Quest'ultimo valore non rappresenta ancora la rivalutazione definitiva delle pensioni, ma costituisce il riferimento per le stime attuali. Se l'andamento dei prezzi rimanesse sui livelli attuali fino alla fine dell'anno, le simulazioni più recenti indicano una perequazione intorno al 2,7%. Un'accelerazione dell'inflazione negli ultimi mesi potrebbe invece spingere l'adeguamento verso il 2,9%. La percentuale ufficiale sarà comunque stabilita soltanto dopo la conclusione del 2026 e il successivo decreto del MEF, atteso in novembre.
Quanto potrebbero aumentare gli assegni
Le percentuali consentono già di stimare l'ordine di grandezza dei possibili aumenti. Con una rivalutazione del 2,7%, un assegno di mille euro lordi aumenterebbe di circa 27 euro al mese. Se invece venisse confermato un indice del 2,9%, l'incremento arriverebbe a circa 29 euro lordi mensili. La stessa simulazione, applicando il 2,9%, porterebbe una pensione di 800 euro a circa 823,20 euro, quella da mille euro a 1.029 euro e un assegno da 2 mila euro a circa 2.058 euro. Si tratta però di valori indicativi: l'importo effettivo dipenderà dall'indice definitivo e dalle regole di perequazione in vigore nel 2027. Un aspetto da considerare è infatti che la rivalutazione non viene riconosciuta nella stessa misura su tutti gli importi. Sulla base del meccanismo utilizzato nel 2026, l'adeguamento è pieno fino a quattro volte il trattamento minimo, scende al 90% sulla parte compresa tra quattro e cinque volte il minimo e al 75% sulla quota superiore a cinque volte il minimo. Per il 2026 il trattamento minimo è pari a 611,85 euro: quattro volte il minimo corrispondono quindi a circa 2.447 euro mensili, mentre cinque volte equivalgono a circa 3.059 euro.
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Una rivalutazione da circa 10 miliardi
L'entità dell'adeguamento previsto per il 2027 assume rilievo anche per la finanza pubblica. Secondo alcune stime basate sui dati INPS, con un'inflazione al 2,9% la rivalutazione delle pensioni potrebbe richiedere complessivamente circa 10 miliardi di euro, al lordo del maggior gettito fiscale generato dagli stessi aumenti. Il calcolo parte da una spesa pensionistica di 364,13 miliardi di euro riferita al 2024. Applicando il 2,9% in maniera uniforme, l'incremento della spesa sarebbe di circa 10,56 miliardi; considerando invece il meccanismo a scaglioni previsto per la perequazione, la cifra stimata scenderebbe a circa 10 miliardi. Si tratta comunque di una simulazione legata a un indice che non è ancora definitivo.
Cosa succederà nel cedolino di gennaio
Il cedolino di gennaio 2027 potrà quindi contenere voci riconducibili a due annualità differenti. Da una parte ci sarà la nuova rivalutazione determinata sulla base dell'inflazione 2026; dall'altra potrebbe comparire l'eventuale conguaglio relativo all'indice utilizzato per il 2026. Nel caso in cui il MEF confermi l'1,4% già applicato quest'anno, la seconda voce sarà però pari a zero. Il prossimo aggiornamento significativo arriverà con il dato FOI di settembre, mentre la percentuale definitiva sarà formalizzata dal Ministero dell'Economia verso fine anno.
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Come controllare il cedolino
Per verificare concretamente gli effetti della nuova perequazione sarà utile confrontare il cedolino pensione di dicembre 2026 con quello di gennaio 2027. Il servizio online dell'INPS consente di visualizzare le singole mensilità e mette a disposizione anche la funzione per confrontare i cedolini. Il confronto permette di distinguere l'eventuale variazione dovuta alla perequazione da quelle legate a trattenute fiscali, conguagli Irpef o altre voci. In questo modo sarà possibile capire se l'aumento dell'accredito deriva dal nuovo adeguamento del trattamento oppure da una componente diversa della pensione.
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