Francia, l’ex leader dei liceali del 1990: “Indipendenti dai partiti e non violenti, è la chiave per vincere”
Più di 30 anni fa era una delle giovanissime leader della protesta degli studenti delle superiori che ottennero 4,5 miliardi di franchi dal governo socialista, oggi segue le mobilitazioni da deputata ecologista dell’Assemblea nazionale. “I soldi per altro sono stati trovati, bisogna farlo anche per i liceali”, dice Delphine Batho, nel 1990 presidente di uno dei principali sindacati liceali (Fidl). È convinta che il governo debba dare una risposta, anche se parla di un livello mai raggiunto prima di repressione da parte della polizia: “Ai nostri tempi si cercava la collaborazione con gli agenti, ora il governo ha dato istruzioni che hanno provocato violenze inaccettabili”. Alla domanda su quale sia il segreto per far durare il movimento, ribatte: “Non è il mio ruolo dare suggerimenti” a chi manifesta, ma siano “non violenti e indipendenti dai partiti”. Già ministra dell’Ecologia ai tempi di Hollande e destituita dopo le proteste per i tagli al suo budget, dice che la non violenza aiuterà “ad avere l’appoggio della popolazione francese”.
Cosa ne pensa della protesta?
La guardo con molta, molta simpatia. È il segno che i giovani hanno bisogno che la società dia loro maggiore fiducia e spazio. La generazione che oggi frequenta i licei era alla scuola materna quando ci sono stati gli attentati del 2015; alla primaria durante il Covid; alle medie quando è cominciata la guerra in Ucraina. Ora è al liceo, dopo le ondate di caldo estremo dello scorso maggio e giugno. Le loro rivendicazioni sono molto legittime: riguardano le condizioni di studio, ma sono anche più profonde.
Ovvero?
Riguardano il futuro e una società che appare loro priva di senso e disumanizzata a causa dei problemi ecologici e del riscaldamento climatico. E anche perché attualmente in Francia abbiamo un sistema di iscrizione all’università nel quale, di fatto, gli studenti sono valutati da un algoritmo.
Eravate più ottimisti?
No. Ma all’epoca la mobilitazione liceale aveva permesso di ottenere cose molto importanti. C’era stato un piano di investimenti da 4,5 miliardi di franchi per riparare gli edifici dei licei. Ma avevamo ottenuto anche spazi per poterci riunire e rappresentanti eletti nel Consiglio superiore dell’istruzione. Cioè di essere trattati come adulti e non come bambini.
C’era più margine di manovra?
No, forse solo sul piano del bilancio.
Ora non è possibile?
I soldi per altro sono stati trovati, quindi dobbiamo farlo anche per i liceali. Anche se i tempi sono difficili.
Le sembra che questa pressione possa portare risultati?
Certamente il governo deve fare qualcosa, perché un Paese non può essere indifferente al destino dei suoi giovani. Soprattutto in un momento in cui c’è un calo demografico. I problemi sollevati dai liceali sono reali, seri. Per esempio, non possiamo accettare che in un’aula scolastica ci siano 35 gradi. Bisogna trovare soluzioni.
Come?
Hanno aggiunto dei soldi per affrontare il problema dei prezzi dei carburanti. Hanno aggiunto dei soldi, peraltro non abbastanza, per l’agricoltura. Quindi, se si vuole dare una risposta, è possibile farlo. Ma questo richiede di trovare risorse supplementari per lo Stato e pone dunque la necessità di una maggiore giustizia fiscale.
C’è la maggioranza per farlo?
Attualmente non c’è. Ma non si possono aspettare le prossime elezioni presidenziali.
Il vostro movimento è durato un mese.
Eravamo riusciti a fargli superare le vacanze: era cominciato prima delle vacanze ed era continuato dopo. E all’epoca non c’erano i social network. Quindi, se il governo attuale crede che bastino le vacanze perché tutto si fermi, si sbaglia.
Vede somiglianze?
Sì, anche se all’epoca le nostre modalità d’azione non prevedevano il blocco dei licei. Organizzavamo manifestazioni.
E che cosa pensa di questa differenza?
Non sta a me dire ai liceali come devono agire. Però è importante che le mobilitazioni siano non violente. Questo permette al movimento liceale di essere popolare e di avere il sostegno della popolazione francese.
Ora ce l’ha?
Sì. Siamo in molti a essere genitori. I liceali del movimento del 1990 sono i genitori degli studenti liceali di oggi.
Da più di 30 anni gli studenti chiedono soluzioni, cosa è andato storto?
Da diversi anni c’è una gestione dell’istruzione che pensa solo ai conti, senza ambizione.
È un fallimento soprattutto della sinistra?
Di tutti i governi, indistintamente. Non è la sinistra a essere al potere da dieci anni.
Lei crede che qualcosa cambierà?
Sì, cambierà. Perché con questo movimento sta emergendo una nuova generazione politica che può far sentire la propria voce e che è già riuscita a riportare la questione dei giovani e del loro futuro al centro del dibattito politico in vista delle prossime presidenziali.
Lei ha cominciato con le mobilitazioni e poi è entrata nella politica istituzionale. Una volta al governo si dimenticano le ragioni della piazza?
No, per niente. Esercitare delle responsabilità è un mezzo per cambiare le cose, non soltanto per amministrare. Per me l’azione politica ha senso soltanto se serve a trasformare la società, non semplicemente a gestire gli affari correnti.
Cosa ne pensa della violenza usata contro i manifestanti?
Da una parte ci sono stati veri problemi di violenza contro il personale dell’istruzione o contro i licei. Dall’altra, il governo ha dato alle forze dell’ordine istruzioni che hanno provocato violenze inaccettabili. Il governo ha voluto trattare il movimento liceale come un problema di ordine pubblico. Un grave errore.
Questa situazione ha paragoni?
È un livello senza precedenti. Nel 1990, e anche in altri movimenti giovanili che ci sono stati successivamente, ci siamo confrontati con il problema dei casseurs, cioè persone esterne al movimento liceale che venivano a commettere violenze. Ma all’epoca lavoravamo in collaborazione con la polizia per evitare che ci fossero incidenti. Oggi non hanno cercato il dialogo.
Che effetto avrà sui più giovani?
Non è nell’interesse della Francia mettere i giovani contro la polizia, né mettere la polizia contro i giovani. La polizia è un servizio pubblico. E mettere gli uni contro gli altri non rende un servizio al nostro Paese.
Qual è il segreto perché i movimenti possano durare nel tempo?
Non è il mio ruolo quello di dover dare consigli ai liceali. Dico l’essere indipendenti dai partiti politici ed essere non violenti. È la chiave per vincere.
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