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Friday, October 2, 2026

Col pretesto della carità per Gaza, il governo Meloni boicotta l’isolamento di Israele

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Col pretesto della carità per Gaza, il governo Meloni boicotta l’isolamento di Israele

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di Claudia De Martino

L’attenzione dell’opinione pubblica italiana si è distolta da Gaza nei mesi estivi, complici un ricentramento sui dibattiti politici interni e un focus sull’eternamente divisivo tema dell’immigrazione, utilizzato da più parti come diversivo di massa.

Il governo italiano, alleggerito dalla pressione dell’opinione pubblica, si è allora sentito legittimato a “scegliere la via della prudenza diplomatica”, optando per il mancato sostegno alla dichiarazione congiunta sottoscritta a inizio settembre 2026 da 12 paesi occidentali (tra cui Regno Unito, Francia e Canada) per imporre restrizioni e boicottaggi alle merci provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. D’altronde, il Ministero degli Esteri riteneva di aver già fatto la sua parte lanciando, assieme al Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM/WFP) e alla Croce Rossa/Mezzaluna Rossa, il piano “Food for Gaza”, ovvero un intervento umanitario pari a 40 milioni di euro per fornire generi alimentari e beni di prima necessità, come farmaci e acqua. Lo scopo dichiarato era quello di “alleviare la sofferenza della popolazione e migliorare la sicurezza alimentare nella Striscia di Gaza”: intento nobile, se non fosse che il Ministero degli Esteri non è un’opera caritatevole ma la massima istituzione deputata alla diplomazia, il cui compito principale dovrebbe essere quello di proporre, facilitare o sostenere a livello internazionale le iniziative di risoluzione dei conflitti secondo il mandato costituzionale che la Repubblica italiana gli ha assegnato e i principi dell’Onu gli impongono.

Niente di tutto questo è invece visibile nell’operato del Ministero, che ragiona piuttosto come un’ong dedita a compiti assistenziali ed umanitari. Il sito del ministero dedicato all’iniziativa “Food for Gaza” cita l’assistenza umanitaria come “l’unica ancora di salvezza per centinaia di migliaia di famiglie a Gaza, poiché il conflitto e la profonda crisi umanitaria non mostrano segni di tregua”. Il conflitto è trattato come un cataclisma naturale che ha colpito la regione senza preavviso, senza ragione e senza possibilità di soluzione. Non vi è traccia, nel comunicato, della posizione italiana sui 15 punti dell’accordo sul disarmo di Hamas, siglato al Cairo dal Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza e la stessa Hamas a fine luglio, non molto pubblicizzato sui media italiani e successivamente rigettato unilateralmente da parte d’Israele.

La popolazione di Gaza, la cui maggioranza affronta una grave insicurezza alimentare – attestata a livello di crisi per 1,2 milioni di persone (59% in IPC Fase 3) e di grave malnutrizione per una minoranza (212.000 persone in IPC Fase 4) -, va mantenuta in vita sulla soglia della sussistenza, ma lo scopo politico di questo intervento umanitario non è menzionato, dal momento che nessuno scenario di intervento è ipotizzabile per rimediare alle cause che l’hanno prodotto.

Espunto ogni obiettivo politico, ovvero la possibilità di modificare la situazione in cui si trovano a vivere due milioni di persone allo stremo, resta solo la carità cristiana officiata dal Ministero, che agisce come la Chiesa cattolica medioevale nei confronti dei poveri, considerati come una componente intrinseca e necessaria dell’ordine divino e della società, immutabile per definizione. Così come la povertà era assunta come una condizione sociale naturale alla quale bisognava solo arrendersi e che al più si poteva calmierare attraverso l’istituto dell’elemosina, oggi il Ministero degli Esteri italiano, applicando la stessa logica, ritiene che versare 40 milioni di euro per gli aiuti umanitari a Gaza, curare 259 pazienti negli ospedali italiani e assegnare 280 borse di studio agli studenti meritevoli della Striscia sia una risposta dignitosa ad una delle crisi politiche più importanti che si è consumata recentemente nel Mediterraneo, che pure continua a considerare un asse prioritario della sua politica estera.

Questa enfasi sull’intervento umanitario è posta per rispondere alle sollecitazioni dell’opinione pubblica italiana, che ha organizzato oltre 12.000 manifestazioni di piazza e cortei registrati dal Viminale in solidarietà a Gaza tra il 2024 e il 2025, con un picco di 500.000 persone il 3 ottobre 2025 durante lo sciopero generale – e per oscurare il mancato sostegno alla promulgazione di sanzioni contro i coloni violenti e per l’esclusione dei prodotti delle colonie israeliane dal mercato UE, noto come applicazione del “principio di differenziazione”, per cui le merci provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori occupati dal 1967 potrebbero essere escluse delle tariffe preferenziali previste dagli accordi bilaterali.

Con le sue missioni umanitarie, il Ministero intende quindi minimizzare il grave ruolo di boicottaggio di un’iniziativa comune europea esercitato dall’Italia in seno al Consiglio dei ministri UE, in particolare nei vertici di aprile e luglio 2026, in cui alcuni Paesi europei avevano richiesto formalmente la sospensione totale dell’accordo di libero scambio, appellandosi all’Articolo 2 relativo al rispetto dei diritti umani.

Indicativa è anche l’impostazione dell’unica iniziativa diplomatica degna di questo nome: il tavolo tecnico dell’“Alleanza globale per i due stati”, ospitato a Roma il 28 luglio scorso alla presenza di 25 delegazioni straniere, di una rappresentanza palestinese e dell’ONU, e conclusosi, nel comunicato ufficiale della Farnesina, con un “seminario sul dialogo interreligioso”. Secondo il ministro degli Esteri, la soluzione di un conflitto politico che vede affrontarsi due popoli per il possesso della stessa terra sarebbe risolvibile attraverso il dialogo interreligioso, come se i coloni israeliani attaccassero indifferentemente palestinesi cristiani e musulmani in Cisgiordania in quanto miscredenti e questi ultimi cedessero all’antisemitismo in quanto agnostici sulla Torah (Israele-Palestina, alla Farnesina la prima riunione dell’Alleanza globale per i Due Stati).

Tale lettura puerile della storia, che sembra ridurre il conflitto israelo-palestinese ad una guerra di religione, rischia di riportare anche noi, e non solo i contendenti, nel Medioevo. Forse sarebbe più utile ammettere l’“elefante nella stanza”, ovvero l’impossibilità di condurre il governo Netanyahu a un qualsiasi tavolo negoziale sulla Palestina: condizione strutturale che motiva sempre più Paesi europei a mandare un segnale di isolamento a un governo apertamente negazionista, a cui pure il governo Meloni si oppone. L’ostruzionismo esercitato da Israele a qualsiasi negoziato è stato evidenziato all’ultima Assemblea delle Nazioni Unite anche da ufficiali del Board of Peace, che hanno parlato della necessità di “deradicalizzare” Israele, oltre ai manuali scolastici di Gaza.

Indebolendo le iniziative diplomatiche comuni europee, la politica estera italiana cerca solo di mantenere una nicchia di relazioni privilegiate con Tel Aviv a fini politici e commerciali in competizione con altri Paesi UE, pensando che la carità mostrata a Gaza basti a riequilibrare i suoi rapporti con il mondo arabo e a convincere della sua equidistanza la sua distratta opinione pubblica.

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