Marco Masini: “Mi sono auto-schiaffeggiato per l’improvviso successo. Andavo dietro a investimenti, macchine e donne. Un rammarico? Suonai la samba in un locale, tornai a casa e mamma non c’era più”
“L’unico rammarico che ho è di vita privata. Mi avevano detto che mia madre avrebbe avuto pochi giorni di vita, ma non immaginavo che sarebbe morta quella notte lì. E quindi andai a suonare la samba in un locale a Chianciano Terme. Tornai a casa e mia madre non c’era più”. Marco Masini ha ripercorso a FqMagazine le tappe fondamentali e, a tratti, più dolorose della sua vita professionale e privata. Dal decesso della mamma, al suonare, in soli sei mesi, prima “davanti a tre vecchietti in un albergo che bevevano whisky”, e poi “al palazzetto con 10.000 persone”. Una carriera “Perfetta imperfetta”, come il titolo del suo ultimo album che, però, rispecchia la vita di ogni persona.
Il successo piovutogli addosso, negli anni Novanta, lo aveva travolto, salvo poi rialzarsi, “riconoscendo l’errore”. “Quando ti arrivano i diritti d’autore e le royalties di due milioni di copie vendute in un anno e mezzo, perdi completamente la lucidità. Vai dietro agli investimenti, alle macchine, alle donne che ti rivolgono l’attenzione. Ed è chiaro che tutto cambia”, ha spiegato Masini che, negli ultimi anni, sta vivendo un periodo di grande slancio artistico. Parabola cominciata dalla cover di “Bella stronza” con Fedez, a Sanremo 2025 e proseguito con la quinta posizione ottenuta alla kermesse del 2026 grazie al brano “Male necessario”, sempre interpretato in duo col rapper milanese.
Dal 3 al 14 novembre sei in tour nei palazzetti. Che ricordo hai del primo?
Il primo palazzetto è stato Firenze, nel 1991. Ero calmissimo: venivo da zero. Sei mesi prima, l’ultima cosa che avevo fatto dal vivo, era un piano bar davanti a tre vecchietti in un albergo che bevevano whisky. Sono passato dal piano bar al palazzetto con 10.000 persone.
Come sei riuscito a rimanere calmo?
Non sono mai stato emozionato di fronte a una cosa anche così importante. Però poi, probabilmente dallo stress accumulato durante le prove, finito il concerto e durante la risalita in ascensore, stavo andando ai camerini e Giancarlo Bigazzi, il mio produttore, mi aveva fatto notare che ero pieno di bolle rosse in faccia. Questo perché mi stresso molto quando devo decidere una scaletta, un arrangiamento o una situazione che possa arrivare a emozionare tanto la gente. Quando Giancarlo mi disse “Come va?”, risposi, “Bene!”. Ed è allora che mi ha detto “Guardati, sei pieno di bolle”. Ma il concerto in sé rimane un momento che mi voglio godere.
Nelle date cosa ci sarà di “Perfetto imperfetto”?
Ci saranno tre brani di “Perfetto Imperfetto”. Uno è “Male Necessario”, che lo presenterò in maniera un po’ particolare. Poi ci saranno “E poi ti ho visto cadere” e “Di più”. Quest’ultimo è un brano che ho scritto con la tendenza di ripercorrere quel momento degli anni Settanta dei miei cantautori di riferimento. Quindi con quel sapore, quella passione, quelle stesure armoniche e melodiche che avevano in quegli anni i cantautori che sono stati i miei supereroi dell’adolescenza musicale.
Quali saranno le novità principali?
Sarà un concerto molto dinamico perché ci sarà una sorta di alternanza tra momenti di grande energia e momenti di intimità con il pianoforte. Interagirò con la band, col pubblico, con le coriste, che sono due cantanti molto brave che ho voluto con me apposta per dar voce alle donne facendole fare, anche, delle parti da protagoniste. Perché ci sono tante donne che purtroppo vorrebbero avere più voce e non vengono ascoltate. Non parlo solo di musica ma parlo di donne nella vita generale. E siccome il mio mestiere è quello di fare il musicista credo di avere un certo tipo di sensibilità per dar voce alle donne in questo contesto. Io che non ho mai avuto donne sul palco, ma da due anni ho queste due ragazze molto brave che potrebbero rappresentare tante donne in Italia e non solo.
Nella canzone “Perfetto” dici: “Io che a ogni schiaffo non riuscivo a ritrovare la via, ma diventare grandi senza schiaffi è solo utopia”: qual è lo schiaffo più grande che hai ricevuto?
L’ho ricevuto da me stesso. Mi sono auto-schiaffeggiato perdendo il focus di dove volevo arrivare davvero. Negli anni Novanta, quando il successo mi era arrivato all’improvviso, avevo perso di vista le cose più importanti che mi avevano permesso di ottenerlo. Avevo perso di vista la vera missione che avevo, ovvero avere quella fame per scrivere canzoni belle per emozionare la gente.
A cos’era dovuto questo smarrimento?
Quando ti arrivano i diritti d’autore e le royalties di due milioni di copie vendute in un anno e mezzo, perdi completamente la lucidità. Perdi il tuo centro di gravità, la stabilità e quindi ti auto-penalizzi perché parti svantaggiato nell’inseguire di nuovo il vero te stesso. Tutto distorce la realtà e tutto ti condiziona a livello mentale. Vai dietro agli investimenti, alle macchine, alle donne che ti rivolgono l’attenzione, mentre prima ne avrò avuta una in tre anni. Ed è chiaro che tutto cambia. Certe cose che non avevo mai avuto erano arrivate tutte insieme e mi hanno destabilizzato. Mi hanno anche fatto credere di essere quello che invece non ero. E da questo schiaffo sono riuscito a rafforzarmi ancora di più, acquisendo un certo tipo di consapevolezza, di maturità e, in un certo senso, riappropriandomi di quel ruolo che avevo perso.
Come ti sei rialzato?
Ho avuto modo di riconoscere l’errore. E quando riconosci l’errore, poi, è una questione di impegno, di dedizione interiore, musicale, professionale, ma anche sentimentale. Perché poi ho ricominciato a scrivere per il gusto di farlo, come facevo all’inizio. Non lo facevo per soddisfare un certo tipo di mercato o per superare il Masini che aveva venduto milioni di dischi. Avevo ripreso a fare musica per il gusto di suonare, anche a costo di esibirmi al circolino sotto casa. Ho ritrovato amici e l’allineamento temporale che il successo, in qualche maniera, mi aveva tolto.
Ne “Il mio lato opposto” canti: “E ho spento i rumori che ho dentro per sentire me”: quali sono questi “rumori”?
Sono i rumori che ti danno l’impressione di aver paura ad essere libero, ad essere vero con te stesso. Le tentazioni in questa società sono tante: riguardano anche i briefing che fai ogni giorno per decidere un percorso studiato a tavolino dove, spesso, la programmazione è efficace ma, quella troppo pensata e programmata, ti leva l’istinto. Il silenzio invece ti fa ritrovare la sensazione di agire come hai sempre fatto, togliendoti un po’ di responsabilità di molte voci che urlano dentro di te.
In “Quando tornerai da me” dici: “Ognuno torna indietro dove ha perso qualche cosa”: quando ti è successo?
Quando scrivo canzoni non vado alla ricerca soltanto delle storie personali. Si parte da qualche emozione, da un istinto. Sono tornato indietro spesso, però non l’ho mai fatto con la convinzione che tornare indietro funzioni. Si torna d’istinto, si va alla ricerca di quello che abbiamo lasciato. Non dell’altra persona, ma di noi. Perché tutte le volte in cui si vive una storia d’amore, ci trasformiamo. E la persona che ci ama ci tira fuori delle cose che noi non conoscevamo di avere. Poi ci si innamora di queste particolarità che non sapevamo di avere e, di conseguenza, ci dispiace poi perderle. E finisce che le lasciamo dentro la persona che ci lascia o che lasciamo.
Nel brano “Imperfetto” canti: “E fuggo via da mio padre e quei severi occhi verdi, che vedevano un po’ più lontano, e l’ho capito tardi”: cosa aveva visto?
I genitori ti parlano con un linguaggio che non conosci e che, paradossalmente, essendo loro più grandi, reputi già passato, obsoleto. Però ti dicono tutto quello che ti succederà nella vita: devi solamente imparare a capire che loro si riferiscono a certe cose mentre, da figlio, ti fossilizzi su altre. Sono gli scenari che ti mettono davanti che devi imparare a leggere. E i genitori te li mettono tutti davanti perché, prima di tutto, sono le uniche persone a volerti veramente bene. Del bene degli altri c’è da fidarsi, ma non sarà mai, con certezza, il bene che ti vuole chi ti ha messo al mondo. Tutto ciò che loro ti dicono, nel 90% dei casi, è ciò che poi succederà. Sono coloro che ti daranno anche la formazione, a livello caratteriale, che ti consentirà di affrontare i primi rapporti sociali. Seguendo le linee guida dei genitori, secondo me, hai la possibilità di essere più preparato all’impatto di qualsiasi dolore e delusione. Il problema è che tutto ciò lo si capisce quando si diventa “genitori”, anche se io non sono diventato genitore. Ma ho comunque raggiunto una maturità, a 45-50 anni, che mi ha permesso di capire ciò che i genitori mi avevano detto a 18 anni.
“E fuggo per realizzare i miei piani di sempre, ma se mi guardo indietro, mi accorgo di quanti ne ho persi per strada”: qual è il rammarico più grande?
L’unico rammarico che ho è di vita privata. La notte che morì mia madre rispettai, ligio al dovere e con grande senso di responsabilità, un contratto che avevo fatto con la mia band per andare a suonare in un locale. Mi avevano detto che mia madre avrebbe avuto pochi giorni di vita, ma non immaginavo che sarebbe morta quella notte lì. E quindi andai a suonare la samba in un locale a Chianciano Terme. Tornai a casa e mia madre non c’era più. È un grande rammarico, un rimpianto, ma penso anche al fatto che, se non fossi andato a suonare, probabilmente potrei non essere qui oggi. Nella vita basta una virgola cambiata, un gesto diverso e tutto cambia. Invece so, che mia madre, sarebbe molto orgogliosa se sapesse che sono qui a portare in fondo questa missione. Per me è un grande orgoglio, quindi penso che mi perdonerebbe.
Hai un approccio positivo e progressista sulla musica odierna: in cosa vedi “il bello” nelle nuove generazioni?
A differenza di quando ero giovane, dove battezzavo un artista e lo seguivo fino in fondo, adesso prediligo la musica. Ci sono cose splendide e cose brutte dei ragazzi della nuova generazione. La musica è una sola e non è neanche assoluta, perché i gusti sono ovviamente soggettivi. Ma, contrariamente a chi può avere un senso di smarrimento di fronte a un futuro che adesso si alimenta anche tramite le varie intelligenze artificiali, io sono positivo. E credo che i giovani abbiano tanto da dire: lo vedo quando vado alle accademie a fare qualche masterclass e vedo ragazzi di talento. Rapportata, ovviamente, alla musica che si fa oggi, considero talentuosa la generazione odierna.
Anche in passato i più grandi pensavano che la “loro musica fosse meglio” di quella proposta dalla tua generazione?
Quando scrissi “Ci vorrebbe il mare” mio zio disse che non fosse musica, ma frastuono. Ma era nato nel 1912 e, di conseguenza, era molto difficile rapportare e dare un senso assoluto a tutto quello che era la musica. L’arte cambia come cambia il mondo.
Chi sono i giovani cantautori che più ti piacciono?
Ultimo è un ragazzo che mi piace tantissimo per come suona, canta, per come è guidato dall’istinto, per come scrive di getto e per come si rapporta con la gente. Un altro grandissimo artista è Achille Lauro, che è riconoscibilissimo. Così come ci sono canzoni bellissime di Lazza, Ernia, Sfera Ebbasta e di Fedez stesso. Ascolto regolarmente le playlist e riconosco tanto talento nei giovani, sia a livello artistico, che per quanto riguarda i producer. Sia, anche, per chi lavora in cinque minuti e realizza una demo. Con o senza AI, non mi interessa. L’importante è emozionare la gente. La musica ha lo scopo di far scoprire sé stessa a tutti gli altri, che siano della vecchia o della nuova generazione è uguale. Da piccolo l’ho sempre scoperta grazie ai grandi punti di riferimento più grandi di me. Adesso la sto scoprendo tramite
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