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Monday, November 2, 2026

Ok alla previdenza dalla culla con versamenti statali e familiari

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Il quadro. L’effetto economico del contributo pubblico di 100 euro previsto dal Fondo Valore nuovi nati è limitato, ma le somme possono essere integrate dai contributi di parenti con detrazione fiscale del 19%

Indecisi su un regalo per un battesimo o per una futura comunione che sia davvero utile? A breve si potrà valutare un contributo al “Fondo Valore nuovi nati” previsto dalla manovra 2027 quale sostegno alla creazione di posizioni individuali di risparmio fin dalla tenera età.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il disegno di legge di Bilancio, nella forma approvata dal Governo e in procinto di affrontare l’esame parlamentare, prevede per i nuovi nati dal 2027 un contributo statale di 100 euro all’anno dalla nascita fino ai 18 anni per la creazione di una somma - non tassabile e non pignorabile, ha precisato la premier Meloni - che sarà riscattabile solo dopo i 18 anni a meno di emergenze straordinarie. L’Inps dovrebbe occuparsi della raccolta dei versamenti e della gestione delle attività, ma la gestione finanziaria sarebbe di competenza di Cassa Depositi e Prestiti e avverrà secondo criteri di prudenza. È anche previsto che al contributo statale possano affiancarsi contributi volontari dei parenti fino al terzo grado e degli affini fino al secondo grado, con detrazione del 19% per importi fino a mille euro all’anno.

E proprio quest’ultimo è uno dei punti destinati a fare la differenza sul risultato finale, posto che, sulla base delle informazioni disponibili e dei citati criteri di prudenza che saranno utilizzati per la gestione, è possibile simulare rendimenti netti annui compresi tra l’1% e il 3%, ipotizzando un investimento prevalentemente obbligazionario.

In questo caso, investendo 100 euro all’inizio di ogni anno per 18 anni con una strategia prudente e ipotizzando rendimenti costanti, il montante finale dopo 18 anni di soli contributi statali potrebbe essere compreso tra 1.981 (all’1%) e 2.412 euro (con rendimenti al 3%).

Un risultato che non si discosta molto dai 1.800 euro complessivamente versati dallo Stato. Ma se i genitori, nonni o altri parenti aggiungessero ad esempio 400 euro all’anno, il montante finale, ipotizzando un rendimento del 3%, salirebbe a 12.058 euro, contro i 9mila complessivamente versati.

Il neo maggiorenne si troverebbe così con un piccolo tesoretto per finanziare gli studi o per avviare un’attività, ma soprattutto con una buona dote di partenza per la costruzione di un secondo pilastro utile a rafforzare gli assegni pubblici. Al 18esimo compleanno le somme accantonate potranno infatti essere trasferite a una forma pensionistica complementare, anche individuale. E in quest’ultimo caso, un orizzonte di investimento particolarmente lungo consentirebbe di adottare strategie meno conservative, come quelle life cycle, che prevedono una maggiore esposizione azionaria iniziale e una sua progressiva riduzione con l’avvicinarsi della pensione.

Alla dote di partenza si andrebbe poi ad aggiungere l’alimentazione con versamenti autonomi una volta che il neo 18enne sarà entrato nel mondo del lavoro. Nello scenario più lineare, i 12.058 euro investiti al 3% (negli ultimi dieci anni i fondi aperti italiani hanno registrato un rendimento netto del 2,7%) dai 18 ai 67 anni darebbero vita a un montante di 51.323 euro, a cui andrebbero aggiunti i contributi alla previdenza complementare, che mediamente per un lavoratore dipendente italiano iscritto a un fondo pensione, secondo l’ultima Relazione annuale Covip, sono pari a 3.110 euro all’anno, considerando anche il Tfr e i contributi dei datori di lavoro. Semplificando e ipotizzando che i contributi restino invariati e costanti (senza impatti da retribuzione, anzianità lavorativa e rivalutazioni) e che l’ingresso nel mondo del lavoro avvenga proprio a 18 anni, il montante finale calcolato al 3% a 67 anni sfiorerebbe i 400mila euro (399.000 euro). Ma basterebbe che i versamenti previdenziali iniziassero a 25 anni anziché a 18 perché il montante complessivo scenda a circa 314mila euro.

Un effetto negativo si avrebbe anche in caso di interruzione dei versamenti causata da buchi contributivi, frequenti in epoca di carriere discontinue, con effetti tanto maggiori quanto più precocemente si verificassero. Anche la scelta del comparto di investimento ha effetti rilevanti: il 3% utilizzato si avvicina al rendimento medio storico dei comparti bilanciati dei fondi pensione aperti (2,9%), mentre la media storica dei comparti garantiti e obbligazionari è stata decisamente inferiore e quella dei comparti azionari si è avvicinata al 5%, ma questi ultimi possono registrare perdite anche consistenti in singoli anni. L’inflazione inoltre su un orizzonte di quasi sette decenni può ridurre considerevolmente il potere d’acquisto.

A conti fatti, dei 399mila euro finali, circa 348mila derivano dai contributi versati durante la vita lavorativa e dai relativi rendimenti e solo circa 51mila dal capitale costituito nell’infanzia con l’apporto determinante di genitori e parenti. L’effetto economico diretto dello Stato rimarrebbe dunque limitato rispetto all’accumulo privato, ma il suo beneficio culturale potrebbe essere duraturo: la diffusione dell’abitudine al risparmio fin dall’infanzia.

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