Questo campo largo è strettissimo. E Giuseppe Conte l’ha capito meglio di tutti
C’è una domanda che quello che oggi chiamano “campo largo” prima o poi dovrà avere il coraggio di porsi: che cosa rappresenta davvero Giuseppe Conte, oltre Giuseppe Conte? Perché dietro l’avvocato del popolo, il progressista, il pacifista, l’ex leader di un governo con la Lega e oggi aspirante candidato premier, diventa difficile individuare una linea politica che abbia resistito alla prova del tempo.
Conte non è tanto un progetto politico. È ormai una candidatura permanente a Palazzo Chigi.
È stato presidente del Consiglio con Salvini, poi con il Partito Democratico. Ha attraversato stagioni politiche quasi opposte con sorprendente disinvoltura. Sull’Europa, sull’Ucraina, sulle alleanze e sulla politica economica, le posizioni sembrano adattarsi alle convenienze del momento. Cambiano gli alleati, cambiano le parole d’ordine, cambiano persino le identità politiche. La destinazione, invece, resta sempre la stessa: Palazzo Chigi.
Ma c’è un aspetto ancora più singolare: Conte non è neppure davvero grillino.
Il Movimento 5 Stelle nasceva come forza antisistema, contro i professionisti della politica, contro i partiti personali, contro le leadership tradizionali. Giuseppe Conte in quel Movimento non c’era. Non ne ha vissuto la nascita, le battaglie originarie, la piazza, i V-Day, la lunga opposizione al sistema. È arrivato dopo. E lentamente se ne è impossessato politicamente.
Il Movimento nato contro i partiti personali è diventato così un partito sempre più personale. Quello che doveva essere il contenitore della protesta antisistema si è trasformato nel “Conte-nitore” di Giuseppe Conte: una struttura identificata con il suo leader, le sue strategie, i suoi veti e soprattutto con la sua irrefrenabile aspirazione a tornare a Palazzo Chigi. Un paradosso quasi perfetto.
Poi ci sono i risultati della stagione di governo.
Il Reddito di cittadinanza ha certamente aiutato molte famiglie in difficoltà, ma ha largamente mancato l’obiettivo di diventare una vera politica attiva del lavoro. Il Superbonus 110%, nato durante il Conte II, ha lasciato alle casse pubbliche un conto gigantesco. Poi bonus facciate, cashback, Quota 100: una stagione nella quale distribuire denaro sembrava spesso più semplice che costruire riforme capaci di creare crescita, produttività e occupazione stabile.
Eppure oggi Conte pretende di presentarsi come guida naturale dell’alternativa. Con un particolare non proprio irrilevante: il suo Movimento vale poco più del 10%. Il sondaggio Piepoli dell’11 settembre assegna al M5S il 12,5% e al Pd il 20%. Ed è qui che il paradosso diventa quasi grottesco.
Il PD ha politicamente consegnato al Movimento 5 Stelle due candidature regionali fondamentali, prima Alessandra Todde in Sardegna e poi Roberto Fico in Campania, senza ricorrere a quelle primarie che improvvisamente diventano indispensabili quando sul tavolo non c’è una Regione, ma Palazzo Chigi. Quando il candidato è pentastellato, si trova l’accordo. Quando Giuseppe Conte intravede la possibilità di diventare nuovamente presidente del Consiglio, riscopre il valore salvifico delle primarie.
Se sono un principio democratico, devono valere sempre. Se valgono soltanto quando possono portare Conte a Palazzo Chigi, allora non sono un principio. Sono uno strumento.
E Conte può permettersi tutto questo soprattutto per una ragione: ha davanti un Partito Democratico che ha rinunciato a esercitare il proprio peso. Qui emerge tutta l’inutilità politica della leadership di Elly Schlein. Schlein non ha semplicemente spostato il PD a sinistra. Lo ha progressivamente svuotato della sua funzione di guida, della sua cultura riformista e della capacità di parlare a quel mondo moderato, produttivo, liberale e garantista che per anni aveva rappresentato una componente essenziale del partito.
Il Pd resta numericamente la forza principale dell’opposizione, ma nel cosiddetto campo largo si comporta troppo spesso come un comprimario. Non guida: media. Non detta la linea: cerca continuamente una linea che non irriti Conte, Bonelli e Fratoianni. Non costruisce una coalizione attorno alla propria identità: modifica la propria identità per tenere insieme la coalizione.
Schlein oggi sostiene che discutere delle primarie sia inutile e dannoso e insiste sulla necessità di costruire prima il programma; lo stesso confronto dell’8 settembre ha confermato che sulla scelta del candidato premier il campo largo non ha ancora trovato una soluzione. Ed eccolo, allora, il vero capolavoro semantico della politica italiana: il campo largo è diventato un ossimoro. È largo soltanto nel numero delle sigle che si vorrebbero mettere insieme. Politicamente è strettissimo.
Stretto dai veti di Conte, dalle posizioni di Fratoianni e Bonelli, dalle ambiguità sulla politica internazionale, dalle differenze sull’Ucraina, sull’economia, sulla giustizia, sulle imprese e persino sulla concezione stessa dell’Europa. Non chiamiamolo più centrosinistra, perché non lo è. Chiamiamolo con il nome che i suoi protagonisti hanno scelto: campo largo. Una definizione geografica più che politica. Un recinto nel quale si prova a far convivere tutto e il contrario di tutto, unito principalmente dalla volontà di battere Giorgia Meloni.
Ma essere contro qualcuno non significa avere un progetto per governare insieme. Conte questo lo ha capito meglio di tutti. Occupa ogni spazio lasciato vuoto. Trasforma ogni debolezza del Pd in un vantaggio personale. Impone condizioni pur guidando una forza molto più piccola del Pd. E continua a riposizionarsi ogni volta che cambia la strada più breve verso Palazzo Chigi.
Prima con Salvini. Poi con il Pd. Poi contro Draghi. Oggi dentro il campo largo.
Cambiare idea in politica non è un peccato. Può essere persino segno di intelligenza. Ma cambiare identità politica ogni volta che cambia la convenienza è qualcosa di molto diverso.
Alla fine rimangono due domande.
Tolto il desiderio di Giuseppe Conte di tornare a Palazzo Chigi, che cosa resta davvero del suo progetto politico? E come ha fatto un PD che vale quasi il doppio del Movimento 5 Stelle a permettergli di diventare il vero dominus del campo largo? Forse la risposta è più semplice di quanto sembri. Il nulla politico di Conte ha trovato nel vuoto di leadership del PD di Schlein il terreno ideale per prosperare.
E il campo largo è diventato la perfetta rappresentazione di questo paradosso: larghissimo nelle ambizioni, strettissimo nelle idee.
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