Ex Ilva di Taranto, la storia e il futuro incerto del complesso siderurgico

Fondata a Taranto, acquistata nel 1995 dalla famiglia Riva, l'azienda colosso della siderurgia italiana finisce sotto inchiesta nel 2012 per disastro ambientale. Tra commissariamenti, condanne, offerte di acquisizione e i tentativi di tutelare la salute pubblica e l'occupazione dei lavoratori, il futuro degli stabilimenti è ancora incerto
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La convivenza tra la città di Taranto e l’ex Ilva, il colosso siderurgico dell'acciaio più grande d'Europa, è segnata dal dualismo tra tutela dell'ambiente, ma anche della salute e salvaguardia dei posti di lavoro. Dalla nascita dello stabilimento, negli anni Sessanta, passando per le condanne del 2021, la storia del complesso è sempre stata tormentata. Ancora incerto il destino degli impianti e la tutela dei posti di lavoro: per l'ex Ilva manca ancora un nuovo piano industriale.
Dall'Italsider alla nascita dell’Ilva a Taranto
L’Italsider di Taranto di proprietà pubblica nasce nel luglio del 1960. Lo stabilimento viene costruito nel quartiere Tamburi, per una superficie complessiva di oltre 15 milioni di metri quadrati. Segnata da una grave crisi negli anni Ottanta, l’acciaieria viene acquisita nel maggio del 1995 dal gruppo Riva, fondato nel 1954 da Emilio con il fratello Adriano e assume il nome di Ilva (dal nome latino dell'isola d'Elba, dove veniva estratto il ferro che alimentava gli altiforni soprattutto a inizio Ottocento). La privatizzazione dell'Italsider inizia con il governo Dini e viene perfezionata dal primo governo Prodi, provocando non poche polemiche per il prezzo pagato dai Riva: la vendita dell'Ilva Laminati Piani (Ilp) dall'Iri al gruppo di Emilio Riva avviene a un prezzo di 2.500 miliardi di lire, per una valutazione complessiva della società di circa 4.000 miliardi di lire, secondo quanto rende noto l'Iri.
Le inchieste del 2012 e il sequestro dell’impianto
I Riva sono chiamati a rilanciare l’azienda, ma emergono i primi problemi seri di inquinamento della città collegati alla sua area industriale e il numero dei decessi per tumore registrati nella zona comincia a destare sospetti. Nel 2012 la magistratura tarantina dispone il sequestro dell’acciaieria per gravi violazioni ambientali. Vengono disposte le misure cautelari per alcuni indagati nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici aziendali: tra questi anche Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010 e il figlio e suo successore Nicola Riva. Il gip scrive che l’impianto è stato causa - e continua a esserlo - di "malattia e morte" perché "chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza". Per sbloccare dai sequestri gli impianti sottoposti a lavori di risanamento e garantire così la tutela dei posti di lavoro degli operai, il governo Monti emana un decreto che autorizza la prosecuzione della produzione dell’azienda. Nel gennaio 2013 viene arrestato anche Fabio Riva, fratello di Nicola e figlio di Emilio.
2013, l'arresto di Florido e i commissariamenti
A maggio 2013, il presidente della Provincia di Taranto, Giovanni Florido, viene arrestato dai militari della Guardia di Finanza nell'ambito dell'inchiesta su presunti favori all'Ilva denominata 'Ambiente svenduto'. Sempre a maggio 2013 il gip Patrizia Todisco dispone un maxi-sequestro da 8 miliardi di euro sui beni e sui conti del gruppo Riva. Da ottobre 2013 sul registro degli indagati figura anche Nichi Vendola, in quel momento presidente della Regione Puglia. Alla fine dello stesso anno il maxi-sequestro viene annullato dalla Corte di Cassazione su ricorso dei Riva, ma già pochi giorni dopo il provvedimento del gip, i Riva lasciano il consiglio di amministrazione dell’azienda. Ai primi di giugno interviene il governo e, con un decreto, commissaria l’Ilva: arriva Enrico Bondi, poi affiancato da Edo Ronchi. Un anno dopo i due vengono sostituiti da Piero Gnudi e Corrado Carrubba. Ad aprile 2014 muore Emilio Riva. A gennaio 2015 l’azienda, con un’altra legge, passa in amministrazione straordinaria e i commissari diventano tre: a Gnudi e Carrubba si affianca Enrico Laghi.
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Il bando e l’assegnazione ad ArcelorMittal
Nel gennaio 2016 viene pubblicato il bando di gara con l'invito a manifestare interesse per Ilva. Il termine ultimo è fissato in 30 giorni a partire dal 10 gennaio. I Commissari straordinari scelgono la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia riunita nella joint-venture AmInvestCo. Nel Piano di Arcelor sono chiesti 6mila esuberi a fine piano. I sindacati alzano le barricate. Il 5 giugno 2017 l’allora ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda firma il decreto di assegnazione ad ArcelorMittal (nel frattempo si è sfilato il gruppo Marcegaglia).
Le richieste del governo Conte ad Anac e Avvocatura
A luglio 2018, Luigi Di Maio, ministro dello Sviluppo Economico del neonato governo Conte I, chiede all’Autorità nazionale anti-corruzione di indagare sulle regolarità della procedura di gara. L’autorità guidata da Raffaele Cantone risponde che esistono criticità nell'iter della gara per la cessione dell'Ilva ma che uno stop della procedura può essere valutato solo dal Mise nel caso in cui, come prevede la legge, esista un interesse pubblico specifico all'annullamento. Il governo richiede un parere anche all’Avvocatura dello Stato. Di Maio parla di gara "viziata", ma non annullabile perché "è in corso di verifica la questione dell'interesse pubblico". Il 15 settembre scade il termine del commissariamento dell'Ilva.
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ArcelorMittal annuncia l'addio, poi l'accordo
A inizio novembre 2019 ArcelorMittal, dopo lungo tira e molla con il governo - nel frattempo diventato Conte II, con Di Maio passato agli Esteri e sostituito allo Sviluppo economico dal ministro Stefano Patuanelli - annuncia in una lettera la volontà di lasciare lo stabilimento e resistuirlo allo Stato italiano: tra le ragioni della decisione pesano soprattutto il ritiro dello scudo penale (COS'È) e le decisioni dei giudici tarantini che, secondo l'azienda, "renderebbe impossibile attuare il suo piano industriale". Il 4 marzo, dopo mesi di estenuanti trattative, viene firmato l'accordo tra ArcelorMittal e i commissari dell'ex Ilva che prevede la modifica del contratto di affitto e acquisizione per rinnovare il polo siderurgico con base a Taranto e la cancellazione della causa civile avviata a Milano per l'ipotesi di addio della multinazionale franco-indiana. L'intesa però non piace ai sindacati.
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Dicembre 2020, l'acciaio torna di Stato
Nel dicembre 2020, lo Stato torna nella gestione delle acciaierie dell'ex Ilva. ArcelorMittal e Invitalia firmano un accordo che consente all'Agenzia controllata dal ministero dell'Economia di entrare al 50% (per poi salire al 60%) nella compagine azionaria di AmInvestCo Italy, la società veicolo di ArcelorMittal che ha in gestione gli impianti. L'intesa prevede, come riferisce il ministero dell'Economia, guidato in quel momento da Roberto Gualtieri, "un articolato piano di investimenti ambientali e industriali". Sarà "avviato il processo di decarbonizzazione dello stabilimento, con l'attivazione di un forno elettrico capace di produrre fino a 2,5 milioni di tonnellate l'anno". Si è stabilito poi "il completo assorbimento, nell'arco del piano, dei 10.700 lavoratori impegnati nello stabilimento". L'obiettivo del piano di investimenti nel Mezzogiorno è quello di trasformare l'ex Ilva di Taranto nel più grande impianto di produzione di acciaio "green" in Europa.
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Il processo "Ambiente Svenduto": le condanne ai fratelli Riva e Vendola
A maggio 2021, a cinque anni dall'inizio si chiude il dibattimento del processo "Ambiente Svenduto" per il presunto disastro ambiente causato dall'Ilva di Taranto negli anni di gestione della famiglia Riva: 47 gli imputati, di cui 44 persone fisiche (tra dirigenti ed ex dirigenti del siderurgico, politici e imprenditori) e tre società (Ilva, Riva Fire e Riva Forni elettrici). La pubblica accusa chiede, tra le altre condanne, 28 e 25 anni di carcere per Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell'Ilva; 5 anni per l'ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso, in quanto, secondo la tesi degli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull'allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (per il quale viene chiesta la condanna a un anno per favoreggiamento), per far ammorbidire la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. Il 31 maggio 2021, la Corte d'Assise di Taranto condanna a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, a tre anni e mezzo Vendola e a tre anni Florido, l’ex presidente della provincia di Taranto.
Il nuovo processo e la prescrizione per Nichi Vendola
Nel settembre 2024, la Corte d’Assise d’Appello di Taranto annulla la sentenza di primo grado: due giudici onorari si erano costituiti anche come parti offese del processo. Il dibattimento del nuovo processo inizia nell'aprile del 2026. Tra gli imputati figurano ancora Fabio e Nicola Riva, oltre a Nichi Vendola. Il mese seguente, la Corte d’Assise di Potenza dichiara il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Vendola (e di altri 14 imputati). Per l’ex governatore pugliese si chiude il percorso penale legato al caso. Anche per i fratelli Riva è intervenuta la prescrizione, ma solo per accuse minori: quelle più gravi restano in piedi. Florido era già uscito dal processo per prescrizione nel 2025.
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Acciaierie d’Italia
Intanto, nell’aprile 2021 nasce Acciaierie d’Italia, con un nuovo assetto societario concordato tra ArcelorMittal e Invitalia. Ancora una volta, l'obiettivo è quello di rilanciare la produzione, sostenere l'occupazione e nel mentre avviare la decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto. Nel febbraio del 2024, dopo un lungo periodo di tensioni tra ArcelorMittal e il governo sul finanziamento del piano industriale, Acciaierie d'Italia entra in amministrazione straordinaria: la sua gestione passa ai commissari straordinari nominati dal ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il Tribunale di Milano ne dichiara lo stato di insolvenza.
Le offerte per l’acquisizione degli stabilimenti
Nel 2025 i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia annunciano di aver ricevuto 10 proposte per l'acquisizione degli stabilimenti: due riguardano l'intero complesso aziendale, quelle di Bedrock Industries e della cordata Flacks Group–Steel Business Europe, mentre le altre otto sono relative a singoli asset. La procedura deve valutare non soltanto il valore economico delle offerte, ma anche gli investimenti previsti, le garanzie occupazionali e i progetti di decarbonizzazione. Al momento della scadenza per le offerte, nel dicembre di quell’anno, sul tavolo sono rimaste le due offerte per tutti i complessi aziendali.
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Sotto altro profilo, nel luglio 2026 la Corte d'appello di Milano dispone lo stop dell'area a caldo dell’ex Ilva, accogliendo le richieste che i cittadini del luogo avevano promosso con azione civile: il provvedimento richiama i rischi per la salute connessi alle emissioni dello stabilimento. La società chiede più volte una sospensione della decisione, ma la Corte continua a respingerle. Lo stop definitivo dovrebbe arrivare entro il 28 ottobre: si attende la decisione della Cassazione. La questione tocca le migliaia di lavoratori del complesso, sia quelli diretti che dell'indotto. A settembre partono le procedure di licenziamento collettivo per circa 2.500 addetti delle imprese dell'indotto. Il governo apre alla possibilità di una partecipazione pubblica nel futuro assetto dello stabilimento e chiede alle aziende coinvolte di sospendere le procedure in attesa degli sviluppi giudiziari. In attesa della pronuncia della Cassazione, resta ancora senza soluzione definitiva la questione del futuro industriale e occupazionale del sito.
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