“Ragazzi, pubblicate solo ciò che avete visto e fotografato, l’AI crea immagini bellissime ma sono opere di fantasia. Mi fanno ridere i bastoncini per i selfie”: il monito di Steve McCurry
“La fotografia comincia dall’attenzione. Prima di prendere in mano la macchina fotografica, dobbiamo fermarci, ascoltare e lasciare a una persona o a un luogo il tempo di rivelare qualcosa di sé”. È un manifesto di pazienza, antropologia visiva e difesa della verità quello che Steve McCurry affida alle pagine di Repubblica, in una densa intervista rilasciata alla vigilia della sua nuova avventura espositiva italiana. Le riflessioni del settantaquattrenne autore della celebre “Ragazza afghana” fanno infatti da cornice a “Steve McCurry workshop spirituality“, la mostra con la direzione creativa del maestro e la curatela di Paul Henry Robb, ospitata dal 30 ottobre al 10 gennaio 2027 all’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia (ingresso gratuito dal giovedì alla domenica). Il progetto è il frutto di un workshop immersivo svoltosi la scorsa estate in Umbria, in cui McCurry ha guidato sette fotografi professionisti e due studenti dell’Accademia attraverso le aree interne della regione, dalla Valnerina all’Orvietano, fino al Trasimeno e alla Media Valle del Tevere.
Il celebre fotografo americano sfrutta l’occasione per tracciare una linea di demarcazione netta tra il suo mestiere e la deriva digitale contemporanea: “L’IA può produrre immagini bellissime, ma in questo caso diventano un’opera di fantasia. E bisognerebbe dichiararlo. Regolare la luce, i colori, i contrasti non è lo stesso che inventare elementi. Una testimonianza fotografica reale va oggi più che mai tutelata. Ragazzi, pubblicate solo ciò che avete visto e fotografato“. “L’Umbria è la terra della spiritualità che ne permea luoghi, personaggi e la vita quotidiana“, spiega McCurry a Repubblica. “Il mio progetto voleva essere un’esplorazione fotografica sulla dimensione spirituale nei luoghi di fede, nella dignità dei gesti quotidiani, nella luce e nel legame tra le persone e la terra. In Umbria, la spiritualità affiora nella vita quotidiana: in un gesto, in un volto, in uno squarcio di luce. Il workshop è nato da questo tipo di attenzione che non può non chiedere molta pazienza”.
Il percorso espositivo restituisce questa ricerca sdoppiandosi su due livelli: il piano terra dell’Accademia accoglierà le nove indagini autonome sviluppate dai partecipanti al workshop, mentre la Pinacoteca ospiterà trenta scatti inediti del maestro americano, affiancati a una selezione di immagini storiche catturate durante i suoi passati soggiorni nel “cuore verde” d’Italia.
Ma al di là dell’indagine sul territorio, l’intervista svela un McCurry intimamente trasformato dalla paternità. Legatissimo all’Italia sin dal 1969, ha scelto di chiamare la sua unica figlia Lucia, che oggi ha 8 anni. E proprio lei è diventata il centro di gravità che ha modificato il suo modo di vivere e lavorare, ancorandolo al verbo “restare“. “Da quando ho mia figlia sono molto più stanziale per poterla vivere e immortalare in ogni suo attimo”, confida il fotografo. “La prima volta che ho scattato una foto a Lucia è stato un secondo dopo la sua nascita, l’ultima un’ora fa. L’arrivo di Lucia ci ha cambiato la vita. Da quando c’è mia figlia il mio modo di puntare l’obiettivo sul mondo e di viverlo in generale è diverso: una volta, fotografando, pensavo soprattutto a me stesso, alle mie emozioni, alle mie reazioni. Ora non riesco a non pensare che la realtà che fotografo sarà quella che lasceremo a lei”.
Un senso di responsabilità intergenerazionale che lo porta a inquadrare la fotografia moderna senza snobismi tecnologici, assolvendo i telefoni cellulari ma condannando severamente le falsificazioni. “Penso sia bene che ognuno abbia la possibilità di riprendere ciò che ci circonda. Mi fanno solo un po’ ridere i bastoncini per i selfie“, ironizza McCurry. “La smania di fissare il momento non deve sottrarci tempo, ma arricchirlo, eventualmente. Le fotografie circolano molto più velocemente e arrivano dappertutto, e io continuo ad avere fiducia nel potere di raccontare una storia con le immagini. Si tratta di osservare persone, culture e tradizioni e di preservare quei momenti come parte della nostra storia collettiva. In questo senso, la fotografia è sia arte che documentazione”. E come tale, conclude il maestro, deve rimanere saldamente ancorata alla realtà.
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