Giappone, le speranze deluse della premier Takaichi Sanae: da Trump zero garanzie su Corte penale internazionale, questione Taiwan e rapporti con la Cina
È arrivata a New York con grandi aspettative: un discorso da presentare all’Assemblea delle Nazioni Unite e un incontro privato di tutto rilievo, stabilito con il presidente Donald Trump. Ma com’è andata la trasferta della prima ministra Takaichi Sanae negli Stati Uniti? Il viaggio ha giovato al Giappone? Nonostante indossasse vestito e giacca blu royal, con al collo l’immancabile collana di perle bianche — in perfetto stile Margaret Thatcher — la delusione di chi in Giappone si aspettava assertività e garanzie è palpabile. Takaichi non ha speso che pochi secondi in difesa della Corte Penale Internazionale che Trump giudica una istituzione “fuori controllo, che minaccia la sovranità degli States” . Tantomeno ha chiesto a “Donaldo” – come confidenzialmente lo ha chiamato più volte durante l’incontro – di rivedere la decisione di sospendere dall’incarico di presidente della CPI la giudice giapponese Akane Tomoko. Ha dunque disatteso le richieste dei legislatori di casa, che si aspettavano una postura più decisa contro le sanzioni statunitensi. Durante il suo discorso all’Assemblea Generale, Takaichi ha effettivamente espresso un “costante sostegno” alla Corte e allo Stato di diritto, evitando però di criticare le sanzioni annunciate ad agosto, nonostante nel 2025 il Giappone sia stato il maggiore finanziatore della CPI.
I vincoli diplomatici a cui è soggetta Tokyo a causa della sua alleanza con Washington, particolarmente adesso sotto la presidenza di Donald Trump, sono emersi in tutta chiarezza. Vincoli peggiorati dopo il quasi congelamento delle relazioni tra Tokyo e Pechino, che risalgono a novembre 2025. Secondo il professore della Sophia University di Tokyo, Maeshima Kazuhiro, esperto di governo e politica degli Stati Uniti, “le misure che il Giappone dovrebbe adottare sono di fatto ostacolate dalle esigenze di sicurezza nazionale”. La conclusione è che in pratica “non è più in grado di dire ciò che dovrebbe”. Secondo altri analisti sarebbe evidente che esiste un divario per cui il Giappone dipende dagli Stati Uniti per ragioni di difesa e sicurezza, ma gli Stati Uniti agiscono contemporaneamente contro le istituzioni internazionali che il Giappone stesso considera di proprio interesse.
Il summit Takaichi-Trump avrebbe potuto essere l’occasione per chiedere al presidente garanzie certe rispetto alla difesa congiunta nei confronti della Cina, giusto poche ore prima dell’incontro di Trump con il presidente cinese Xi Jinping. Di fatto nei 35 minuti di colloqui Japan-USA, si è ribadito l’impegno di rendere a loro alleanza ancora più solida, e raggiunto l’’accordo teso a rafforzare la cooperazione per la sicurezza economica nei settori dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori e dei minerali critici. Trump ha definito più volte Takaichi “una grande premier e mia amica di lunga data” tuttavia non bisogna dimenticare che in cambio di tale amicizia è già stato chiesto a Tokyo di aumentare la spesa per la difesa al 3,5% del prodotto interno lordo, e di fare ulteriori investimenti negli Stati Uniti. Il Giappone ha già accettato di stanziare 550 miliardi di dollari a favore di progetti con sede negli Stati Uniti attraverso investimenti, prestiti e garanzie sui prestiti, in cambio di un trattamento tariffario più favorevole.
Alla fine delle due giornate a New York, cosa ha ricavato esattamente il Giappone? I quattro incontri tra Takaichi e Trump avvenuti dall’inizio della presidenza del magnate, hanno spesso dato luogo a immagini di grande impatto, sorrisi e strette di mano, ma il Giappone si può ancora fidare? A Tokyo si mormora che il recente sviluppo nei colloqui dimostra ampiamente che la diplomazia giapponese deve dare priorità alle relazioni con gli Stati Uniti in materia di sicurezza, in un contesto di incertezza globale in parte causata proprio dagli Stati Uniti. Anche se il conflitto con l’Iran che sconvolge i mercati energetici, la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, la situazione a Gaza e la solidarietà a Netanyahu sollevano grandi interrogativi sulla posizione del Paese rispetto al diritto internazionale. La paura infine, per nulla evaporata dopo il vertice Trump-Xi, è che gli USA arrivino a un accordo con il leader cinese che garantisca agli Stati Uniti concessioni economiche. Tutto ciò in cambio dell’accettazione da parte di Washington delle mire di Pechino su Taiwan, prospettiva che solleva forti preoccupazioni da parte del Giappone.
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