Malagò, l’ora della verità: martedì il Coni decide se commissariare la Figc. Cosa è successo, gli interessi in ballo e perché dal voto passa il futuro del pallone
Siamo arrivati al giorno della verità per Giovanni Malagò: martedì 6 ottobre il Coni dovrà decidere se l’ormai famoso caso del mancato tesseramento è un’irregolarità tale da commissariare la FederCalcio. Una scelta che si annuncia combattuta all’ultimo voto e da cui passa il futuro del pallone e per certi versi di tutto lo sport italiano.
IL VIZIO DI FORMA
Come rivelato dal Fatto a metà luglio, Giovanni Malagò non era tesserato per la FederCalcio al momento della candidatura alla presidenza. La questione è emersa a seguito del ricorso dell’avvocato Miele, che aveva provato a candidarsi senza averne i requisiti. La Figc ha provato a lungo a sostenere che il tesseramento non fosse un requisito obbligatorio, ma le norme a riguardo parlano chiaro e anche la Procura generale dello Sport lo ha confermato. È chiaro che si tratta di un vizio formale, ma a volte la forma è sostanza: il tesseramento è uno dei principi fondamentali su cui si regge l’intero ordinamento sportivo. Per suffragare la scelta, il presidente del Coni Luciano Buonfiglio ha commissionato un parere a quattro illustri giuristi (tra cui Franco Scoca), a cui la Figc ha risposto con altri cinque nomi (fra cui Sabino Cassese e Bernardo Mattarella) per affermare il contrario. La partita non si gioca più tanto sul tesseramento (l’irregolarità è acclarata, al netto della difesa d’ufficio della Figc), quanto sul fatto se il commissariamento sia un provvedimento proporzionato, ovvero se si tratti davvero di una “grave violazione dell’ordinamento sportivo”, per cui è previsto l’intervento del Coni. È pur vero che non si può nemmeno far finta di nulla. Nessuna delle consulenze richieste ha il requisito dell’oggettività, si tratta comunque di pareri di parte. La valutazione sarà politica.
CHI DECIDE
L’organo competente è la giunta del Coni, convocata per martedì 6 ottobre alle ore 13. È composta da 16 membri, a partire ovviamente dal presidente Buonfiglio, e tra cui lo stesso Malagò, in qualità di membro Cio, che però non voterà, visto che il provvedimento lo riguarda. Gli altri sono: Diana Bianchedi e Marco Di Paola (vicepresidenti); Tania Cagnotto, Giovanni Copioli, Francesco Ettorre, Laura Lunetta, Francesco Montini (dirigenti); Giampaolo Ricci e Valentina Rodini (atleti); Elisabet Spina (tecnici); Marco Riva (comitati regionali); Domenico Ignozza (comitati territoriali); Juri Morico (enti di promozione); Federica Pellegrini (membro Cio).
Una partita nella partita si gioca sul diritto di voto di alcuni membri: in bilico ci sono infatti Bianchedi, che fino all’altro giorno è stata capodelegazione della Figc, ma anche Spina, tesserata del Milan, cioè di una società sotto l’egida della Federazione. Per il Coni sono in conflitto di interessi e devono astenersi, per la Figc non c’è una regola dirimente a riguardo. Anche questo potrebbe essere decisivo (e oggetto di ricorsi). Malagò sulla carta può contare sicuramente su altri tre fedelissimi: il vicepresidente Marco Di Paola (n.1 dell’equitazione) e Laura Lunetta (danza), che a loro volta rischiano il commissariamento per gli scandali che hanno travolto le loro Federazioni e che Malagò ha difeso più volte; e ovviamente la pupilla Federica Pellegrini (anche se da membro Cio ha degli obblighi istituzionali). In caso di voto a ranghi completi, servono 8 sì per il commissariamento.
Questo sarà solo il primo atto: il provveddimento dovrà essere poi ratificato dal Consiglio nazionale, composto da oltre 70 dirigenti e atleti, troppi per tenere una conta precisa dei pro e contro Malagò. Teoricamente, dunque, il commissariamento votato dalla giunta potrebbe anche essere bocciato in consiglio. Ma è più probabile che quest’ultima si adegui alle decisioni della prima.
GLI SCHIERAMENTI
Evidente che lo scontro riguardi qualcosa di più che un semplice vizio di forma. Il mancato tesseramento è diventato l’appiglio per provare a far fuori Malagò, dirigente divisivo, che in tanti non non hanno mai voluto alla guida del pallone, e contro cui si saldano diverse pulsioni: la nota inimicizia della politica, in particolare di alcuni esponenti di peso di questo governo (i ministri Giorgetti e Abodi, il sottosegretario Barelli); anche rapporti personali incrinati al Coni, forse persino un pizzico di invidia da parte di dirigenti sportivi che hanno vissuto a lungo alla sua ombra e ora sono pronti a prendersi la ribalta. Dall’altra parte della barricata rimane Malagò, attorno a cui fa quadrato il mondo del calcio, geloso della sua autonomia: dai reduci di Gravina, che ancora imperversano in Federazione, alle varie componenti, tutti almeno a parole hanno ribadito sostegno a Malagò o comunque contrarietà al commissariamento. Anche la Uefa di Ceferin (grande amico di Gravina) è pronta a dare una mano, protestando contro l’invasione. Attenzione, però: anche nel pallone, soprattutto fra i patron della Serie A, ci sono già diversi scontenti della gestione Malagò, a cui forse non dispiacerebbe l’intervento del Coni. Altrimenti l’attacco alla presidenza non avrebbe mai attecchito così in profondità.
GLI SCENARI
Più difficile prevedere cosa accadrà durante e anche dopo la giunta. In caso di commissariamento, scontato che si finisca a carte bollate: Malagò e la Figc faranno ricorso, prima al Collegio di Garanzia, poi eventualmente al Tar e al Consiglio di Stato. Il calcio italiano passerà i prossimi mesi in tribunale. Il commissario, nel caso, sarebbe probabilmente proprio il n.1 del Coni Buonfiglio, con l’obiettivo di convocare al più presto nuove elezioni (ma attenzione perché potrebbe anche diventare l’occasione per rimettere mano in profondità al sistema). Viceversa, se la giunta dovesse bocciare il commissariamento, a quel punto sarebbe proprio la poltrona di Buonfiglio a traballare pericolosamente, visto che il presidente si è esposto in prima persona sul contenzioso e si ritroverebbe sfiduciato dalla sua squadra, con uno scossone per la stabilità dell’intero sistema sportivo. Malagò invece tirerebbe un sospiro di sollievo, perché Coni e politica non avrebbero più margini di intervento, anche se pure su questo non è detta completamente l’ultima parola: c’è sempre il famoso ricorso di Miele, che ha impugnato anche l’assemblea elettiva, e che prima o poi arriverà alla giustizia amministrativa. Sempre che non salti fuori all’ultimo minuto una soluzione di compromesso, in grado di salvare il salvabile. Insomma, è una partita da tripla, col rischio dei supplementari.
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