La scuola si sgretola tra tagli e propaganda: sono una docente che non si arrende
di Alessandra De Guilmi
Sono una tra i tanti docenti che operano in una scuola a cui si chiede, come è giusto che sia, di rinnovarsi, di rimanere al passo con i tempi, di trasfigurarsi per accendere nelle nuove generazioni di “nativi digitali” quella scintilla di curiosità e passione capace di disvelare la bellezza del sapere. Un sapere che, alimentato dal pensiero critico, spinga i nostri ragazzi a porsi domande profonde e a ricercare con tenacia le proprie risposte, rifiutando il cibo preconfezionato dei dogmi che inaridisce la mente.
Sono una tra i tantissimi insegnanti che non hanno smesso di credere in questi giovani. Sono consapevole che le innumerevoli “falle” che li destabilizzano e li disorientano, e che talvolta li spingono lungo i sentieri impervi e tortuosi della crescita, non sono che il riflesso speculare dell’incoerenza, dell’inconsistenza e dell’individualismo sfrenato del nostro tempo, frutti di un’aridità emotiva di cui il mondo adulto offre oggi un miserevole spettacolo.
Credo fermamente in ciò che faccio, pur nell’amara consapevolezza che l’Istituzione Scolastica si stia sgretolando sotto il peso di investimenti irrisori, imposizioni burocratiche e divieti che sanno più di propaganda ideologica che di autentico buon senso. È un’impalcatura che sta soffocando la vera natura della scuola, minando il percorso di crescita di chi dovrebbe scrivere le pagine future di questo Paese.
L’ennesimo vulnus a quella che reputo una delle professioni più nobili e gratificanti esistenti è giunto, ancora una volta, con la revisione dei programmi ministeriali: un’operazione che ne ha impoverito i contenuti, a mio avviso imprescindibili per l’evoluzione intellettuale di ogni individuo. Un’attenzione quasi chirurgica è stata riservata all’ambito storico. D’altronde, la decontestualizzazione o la riscrittura del passato rimangono la via maestra per tracciare solchi affini ai propri interessi di parte, plasmando con maggiore agevolezza le coscienze dei futuri elettori.
Si svuota così la Storia della sua linfa riflessiva e della capacità critica di decodificare quei meccanismi umani che, se dimenticati, si ripetono inesorabilmente e tragicamente.
Eppure, indefessi, forse abbeverandoci all’ottimismo innato dei nostri allievi, continuiamo la nostra missione. Tra tagli alle risorse, plessi fatiscenti, la fredda indifferenza dello Stato e la miopia di certe amministrazioni, facciamo i salti mortali. Offriamo non solo la nostra vocazione, ma attingiamo persino alle nostre finanze personali affinché, in ogni studente accolto in aula, possa nascere quel piccolo incipit di luce da cui far divampare il desiderio di conoscenza.
Assistiamo ogni anno al sistematico ridimensionamento di quello che dovrebbe essere il pilastro di una società civile, tradito da un potere politico abituato a gestire la scuola con logiche assistenziali e specchietti per le allodole. L’ultima manovra in ordine di tempo? L’assicurazione sanitaria “a costo zero” sventolata per il personale docente. Peccato si sia taciuto che i 50 milioni di euro destinati a questo accordo con le compagnie private non fossero risorse aggiuntive stanziate dal Governo, bensì fondi sottratti direttamente dal budget per il funzionamento quotidiano delle scuole. Una coperta già logorata dal tempo che, tirata da una parte all’altra, finisce per lasciare scoperte tutte le sue parti vitali, fino a svanire quasi del tutto.
Ma io sono una tra gli innumerevoli docenti che non intende arrendersi. Continuerò a lottare contro la rassegnazione e contro l’immobilismo di una comunità spesso ignara, per i miei alunni, per quel baleno di comprensione negli occhi di uno studente o per quell’intervento in classe che, da soli, restituiscono un senso a tutto.
Qui trovate la petizione lanciata da il Fatto Quotidiano a favore della scuola pubblica e degli insegnanti italiani. Titolo: Vogliamo gli stipendi dei professori adeguati alle medie europee: il futuro non si arma, si insegna.
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