“Saranno i nostri figli a doversi occupare di noi da vecchi. L’amore è bello, ma Villa Arzilla non si paga da sola. Oggi c’è un’epidemia di valutazioni frettolose, basate solo su ciò che si vede”: Malika Ayane tra ironia e riflessioni
A 5 anni di distanza dal suo ultimo progetto discografico, Malika Ayane torna con il nuovo, attesissimo album di inediti”Cicale”, in uscita venerdì 18 settembre. Il disco è stato anticipato in radio dal singolo “Detto tra noi”, che arriva dopo “Una possibilità” e “Animali notturni”, il brano presentato all’ultimo Festival di Sanremo. Da novembre, Malika tornerà live nei principali teatri italiani. L’abbiamo incontrata per farci raccontare cinque anni di silenzio, il significato del nuovo titolo e quella “dieta” da tutto che le ha cambiato la vita.
Cinque anni per fare questo nuovo disco. O sei visionaria, o sei folle…
Non sapevo cosa mettere, forse questa è la risposta più giusta (ride, ndr).
“Cicale”: perché proprio questo titolo? Cosa rappresenta per te?
Mi è piaciuta molto una storia che ho scoperto guardando un documentario. Sono stata vittima, come tutti quelli della mia generazione e delle precedenti, della favola di Fedro, per cui la cicala è svogliata, irresponsabile, festaiola.
E invece?
Ho scoperto che passa fino a 17 anni sottoterra per avere una sola stagione di luce. E ho pensato alla facilità con cui giudichiamo le cose, alla distrazione con cui le guardiamo e le commentiamo, non solo sui social, non solo verso i personaggi pubblici, ma nel quotidiano.
Cosa ti colpisce di questo momento sociale?
C’è un’epidemia di valutazioni frettolose, basate solo su ciò che si vede, come se ci dimenticassimo che esiste tutta una parte della vita, di lavoro, che sta lì, al buio, dove nessuno guarda. Ho empatizzato moltissimo con la cicala. E c’è anche un secondo significato, che ho capito solo ripensando ai miei anni milanesi.
Cioè?
Io non sono mai stata una “viveur”. Le mie serate libere le passavo lavorando, costruendo una carriera, mentre fuori tutti sembravano vivere la parte visibile, festosa, della vita. Anche lì la cicala rappresenta quella parte di me che è rimasta sottoterra, silenziosa, mentre si costruiva qualcosa che sarebbe uscito alla luce solo molto più tardi.
“L’astinenza pare sia salvifica” è un passaggio di uno dei tuoi brani. È così?
Sicurissima. Senza diventare monaci, penso a quelli che vanno nella neve con il telo bagnato e finiscono per sudare, l’unico modo è disintossicarsi dalle cose, qualunque esse siano.
Quando hai capito di doversi disintossicare? E da cosa?
È stato un processo. L’urgenza di scrivere è nata nel 2021, a cavallo con la fine del 2020, quando la decisione di andare a Sanremo si è dovuta accelerare, come sempre. Io, che sono una viaggiatrice avida, sono rimasta scioccata dalla cattività del Covid. Da lì è partito un processo: presentare l’album a Sanremo senza pubblico, i firmacopie senza pubblico, le radio e le interviste da remoto.
Le conseguenze?
Tutte le certezze della mia vita professionale e di conseguenza della gestione della vita privata, sono state rimescolate. Nonostante la riapertura, non c’era più la vita di prima: è come se mi fosse suonata la sveglia nel bel mezzo di un sogno, indipendentemente dalla sua qualità. Ho iniziato a guardare le cose con più lentezza, a osservarle di più, restando sempre due o tre passi lontana da me stessa per capire meglio cosa mi facesse stare bene e cosa male. Una sorta di test delle intolleranze in versione 3D e animata.
C’entra qualcosa la tua decisione di vivere fuori dall’Italia?
In realtà è stata una coincidenza: vivo part time a Berlino da prima di “Naif”, quindi dal 2013-2014. Il caso ha voluto che, insieme a questo processo di osservazione del mondo esterno, mia figlia dovesse andare a studiare un anno fuori e poi decidesse di completare il liceo lì. Questo mi ha permesso di trasferirmi definitivamente in un’altra città, cosa che prima, come tutti i genitori che non vogliono sradicare i figli, non avrei potuto fare.
In un duetto con Dargen D’Amico canti: “Cambiare ancora casa non è abbastanza per vivere”…
Ci sto riflettendo da anni. Forse concedersi la lentezza, l’astinenza di cui parlavamo, cioè privarsi delle cose, in un’epoca in cui succede di tutto e hai la fortuna di poter partecipare a tutto, ti obbliga a una riflessione su te stesso, proprio perché resti fuori dalle cose. Non voglio scomodare la parola FOMO, non mi piace come espressione, ma è lì che ti accorgi che se vuoi cambiamenti reali è su di te che devi lavorare. È un processo che richiede tempo e sacrificio, ma non è nemmeno così serioso: è come mettersi a dieta. Se vuoi cambiare un’abitudine, e non a caso negli ultimi anni sono esplosi i life coach, devi cambiare qualcosa nel tuo modo di fare, altrimenti ti porti dietro lo stesso pacchetto ovunque vai.
Hai vissuto sia a Milano che Berlino. Che differenze ha notato?
Milano l’ho vissuta davvero fino ai vent’anni, poi sono diventata madre a 21 e la mia Milano è cambiata: studiavo, se capitava andavo a fare concerti la sera, ma non ero una “viveur”. Negli ultimi 15 anni l’ho frequentata molto per lavoro: posso raccontarvi tutto sui parchi, su come si allestisce una bancarella al mercatone del Naviglio per raccogliere fondi, sui luoghi di cultura. Molto meno sull’intrattenimento, perché le mie serate libere, senza fare vittimismo, le passavo lavorando, costruendo una carriera. Quello che mi colpisce di Berlino è come i ragazzi, anche piccolissimi, si prendano la città di giorno e di notte: escono in metropolitana a 13-14 anni per raggiungere gli amici in altre zone, in orari che farebbero morire noi mamme italiane. Non so se a Milano le nostre ansie da genitori rendano tutto meno semplice, ma il senso di autonomia che si respira a Berlino, quel perdersi nel mondo come fosse normale, mi piace molto.
Parlando con tua figlia Mia e quindi con la generazione di oggi, cosa noti nei loro occhi e nei loro discorsi?
Credo che si aspettino molto da noi, che abbiano bisogno che diamo loro delle risposte in cui credere. Ho capito che la cosa più preziosa nel rapporto con mia figlia non è tanto la parte divertente, mi carico le sue amiche, andiamo ai festival, quanto il fatto che, quando c’è bisogno di essere rassicurati, io sappia dare risposte utili. Questi ragazzi sono svegli, divento una belva quando li si tratta come un ‘blob’ indistinto.
Come sono?
Hanno più cultura di noi, conoscono il mondo meglio di noi e, giustamente, hanno più paura di quanto noi sembriamo accettare passivamente. Hanno bisogno che gli adulti diano loro risposte a cui credere, hanno bisogno di fidarsi di noi. E questo mi piace, mi stimola a fare meglio tutto quello che faccio: saranno loro a doversi occupare di noi da vecchi. Ci conto tantissimo: l’amore è bello, ma la Villa Arzilla non si paga da sola (ride, ndr).
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