Pirelli, quando il pneumatico diventa l’occhio dell’auto sulla strada
Mentre l’auto moderna sembra sempre più in un computer viaggiante, una delle informazioni più preziose per comprenderne il comportamento continua ad arrivare da pochi centimetri di superficie a contatto con l’asfalto. Da qui prende forma la visione di Pirelli sulla mobilità del futuro, nella quale il pneumatico amplia il suo raggi d’azione: pur restando l’elemento chiamato a garantire aderenza e a trasferire a terra la potenza, diventa nello stesso tempo una fonte di dati capace di raccontare ciò che sta accadendo tra ruota e strada. Un’evoluzione legata a doppio filo a quella del software-defined vehicle.
Su questa strada Pirelli lavora da oltre vent’anni e il risultato più evidente è oggi il Cyber Tyre, il cui cuore tecnologico pesa appena 13 grammi e racchiude sensore, batteria e modulo di trasmissione. Far lavorare dell’elettronica all’interno di una ruota non è però così semplice: le accelerazioni possono raggiungere i 4.000 g e proprio la necessità di resistere a condizioni tanto severe ha richiesto anni di sviluppo. L’idea di partenza era quella di intercettare fenomeni critici come l’aquaplaning, esattamente nel punto in cui si manifestano: ora quei segnali vengono elaborati dal software e trasformati in informazioni fruibili in tempo zero dalle centraline della vettura.
Grazie alla collaborazione con Bosch, poi, i dati provenienti dal pneumatico dialogano direttamente con sistemi come ABS, ESP e controllo di trazione. Le prime applicazioni hanno riguardato vetture come McLaren, Pagani e Aston Martin, ma la prospettiva è ormai quella di uscire dalla nicchia delle hypercar e raggiungere modelli dai volumi più ampi, attraverso collaborazioni con costruttori europei, americani e, prima di questi, asiatici.
Con l’avvicinarsi della guida autonoma, tuttavia, conoscere ciò che succede sotto le ruote rappresenta soltanto parte della sfida. Diventa altrettanto importante mettere in relazione informazioni provenienti da fonti diverse e verificarne l’affidabilità. La collaborazione con RIDEsense, spin-off dell’Università Federico II di Napoli, nasce proprio attorno al concetto di sensor fusion: ai dati fisici del Cyber Tyre si aggiungono quelli dei sensori “virtuali”, algoritmi che utilizzano le info già disponibili a bordo per stimare parametri complessi, dall’aderenza residua allo stato di usura del battistrada. Incrociare più fonti consente di ottenere quella ridondanza che sarà preziosa quando il veicolo, e non più il guidatore, dovrà prendere una decisione.
Il passaggio successivo porta fuori dall’abitacolo, perché quanto viene rilevato da una vettura può diventare utile anche agli altri utenti e a chi gestisce le infrastrutture. Una perdita di aderenza localizzata, la presenza di ghiaccio o determinate condizioni dell’asfalto possono trasformarsi in informazioni condivise. Nelle sperimentazioni condotte con Movyon, società tecnologica del Gruppo Autostrade per l’Italia, le auto dotate di Cyber Tyre assumono così il ruolo di laboratori mobili, affiancando ai tradizionali sistemi di monitoraggio rilevazioni più frequenti e capillari.
Da questa capacità di osservare continuamente la strada si arriva quasi naturalmente alle “strade intelligenti” e alla comunicazione tra veicolo e infrastruttura. La Tangenziale di Napoli, certificata come prima smart road d’Europa, offre già una rappresentazione di questo modello: le vetture possono inviare informazioni sulle condizioni incontrate e ricevere a loro volta alert di sicurezza o suggerimenti sulla velocità, in base alla situazione effettiva del traffico e del tracciato.
Dietro a un pneumatico che impara a “leggere” l’asfalto c’è, infine, una quantità crescente di software. E’ per questo che nel Digital Solutions Center di Bari, inaugurato nel 2022, circa 80 specialisti lavorano proprio sullo sviluppo degli algoritmi e sulla data analytics.
Insomma, il punto di contatto tra automobile e strada resta quello di sempre. A cambiare sono le informazioni che oggi la gomma è in grado di ricavarne.
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