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Monday, September 21, 2026

Cambiamento climatico, ecco perché secondo me anche la scienza deve basarsi sul contraddittorio

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Cambiamento climatico, ecco perché secondo me anche la scienza deve basarsi sul contraddittorio

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[Pubblichiamo questo blog nel rispetto della libertà di opinione e perché si attiene ai principi di forma e continenza. Precisiamo però che, anche su ilfattoquotidiano.it, sono presenti numerosi articoli che confutano scientificamente le teorie esposte in questo testo – La redazione]

C’è una frase pronunciata dal professor Alberto Prestininzi (le cui posizioni sono emerse già al tempo della sua nomina a coordinatore del Comitato di consulenza per il Ponte sullo Stretto, ndr) in una recente intervista a Vanessa Seffer per L’Opinione che meriterebbe, da sola, un dibattito: “Noi non dobbiamo salvare nessun pianeta”. Prima che qualcuno chiami la Neuro, però, conviene ascoltare anche il resto.

Prestininzi non è un terrapiattista col cappello di stagnola a forma di imbuto. È stato professore ordinario di Geologia Applicata alla Sapienza di Roma e ha dedicato una parte considerevole della propria attività scientifica ai rischi geologici. E la sua tesi non è che il clima non cambi. È esattamente l’opposto: il clima sta cambiando e continua a cambiare perché la Terra è “viva”. Vale a dire che esso è sempre cambiato, anche quando gli esseri umani – anzi, addirittura ben prima della comparsa degli esseri umani – i Suv, le caldaie a gas e i voli low cost erano ancora di là da venire.

Glaciazioni e periodi caldi, avanzamenti e ritiri dei ghiacciai hanno da sempre accompagnato la storia del pianeta. Così come frane, alluvioni, terremoti e tornado. Prestininzi, nell’intervista, arriva a una provocazione di sapore quasi francescano: dovremmo considerarli quasi alla stregua di “fratelli”, come il sole e la luna del santo patrono d’Italia, perché rappresentano la testimonianza vivente che abitiamo la superficie di un pianeta altrettanto vivente.

Il che, sia chiaro, non significa, nella prospettiva dello scienziato, che ci si debba ridurre ad auspicare, men che meno a “benedire” un dissesto idrogeologico. Vuol dire, piuttosto, saper distinguere l’evento naturale dai cascami apocalittici che il medesimo talora produce. Se costruiamo dove non dovremmo, se impermeabilizziamo il suolo, se trascuriamo fiumi e territorio e poi arriva l’acqua, incolpare il cambiamento climatico di origine antropica rischia di trasformarsi in una formidabile scorciatoia auto-assolutoria.

Anzi, paradossalmente, la stessa scorciatoia conduce a una sorta di autodafè ancora più grande, spettacolare quanto falso: e cioè ascrivere a discredito dell’umanità tutta non tanto le scellerate politiche, anche locali e non di rado “spicciole”, di gestione urbanistica, preventiva e contenitiva dei nostri territori, quanto piuttosto la famigerata e sbandierata matrice “antropica” del medesimo climate change.

E qui, infatti, si innesta il discorso della CO₂, il Belzebù dei nostri tempi. Prestininzi rimarca una banalità da scuola elementare troppo spesso dimenticata: l’anidride carbonica è indispensabile alla fotosintesi e quindi alla vita vegetale del pianeta Terra. E proprio all’incremento dell’anidride carbonica Prestininzi riconduce, almeno in parte, l’incremento della massa vegetale osservato negli ultimi decenni. Naturalmente, dimostrare che la CO₂ favorisca la crescita delle piante non basta a comprovare che il suo aumento atmosferico sia climaticamente innocuo. Ed è precisamente qui che dovrebbe cominciare la discussione scientifica, anziché finire.

Perché il passaggio più interessante dell’intervista è il seguente. Prestininzi ricorda un appello sottoscritto anni fa da circa duecento professori e ricercatori italiani e la successiva dichiarazione internazionale There is no Climate Emergency, firmata da studiosi e scienziati di diversi Paesi. E pone una domanda molto semplice: perché non confrontarsi?

Magari Prestininzi e i suoi colleghi hanno torto. Magari hanno torto marcio. Magari, come ironizza il nostro, ci sono duecento professori italiani improvvisamente “impazziti”. Ma proprio la scienza possiede uno strumento piuttosto efficace per scoprirlo: il contraddittorio.

Ed è questo il punto che trovo più interessante. Il problema non è stabilire per alzata di mano se abbia ragione Prestininzi oppure l’Ipcc e neppure pretendere di tramutare una minoranza scientifica in una maggioranza a suon di colpi editoriali. Il problema è capire se siamo giunti al punto (morto, evidentemente) in cui una teoria scientifica smette di essere un’ipotesi popperianamente suscettibile di falsificazione e diventa un dogma laico. E magari gli articoli scientifici (sol perché cari a uno storytelling gradito al mainstream e all’establishment) divengono articoli di fede.

La scienza, per fortuna, non funziona come un conclave. Non stabilisce la verità contando i cardinali, ma semmai formula ipotesi, raccoglie dati, costruisce modelli e soprattutto consente a qualcuno di provare a demolirli. Ce lo hanno insegnato Paul Feyerabend, Thomas Kuhn, Imre Lakatos nel secolo scorso. Il primo, in particolare, con la sua “epistemologia anarchica” (spiegata nei libri Contro il metodo del 1975 e La scienza in una società libera del 1978).

Per questo l’affermazione più interessante di Prestininzi non riguarda forse nemmeno il clima. Riguarda noi: una società che educasse le nuove generazioni a considerare alcune domande inammissibili prima ancora di averle formulate avrebbe certamente risolto il problema del dissenso. Ma ne avrebbe aperto uno gigantesco proprio sul fronte della scienza.

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