Trump giù nei sondaggi anche tra i repubblicani. L’azzardo sul diesel di Putin tra costi reali e benefici incerti
A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato, Donald Trump scommette su Vladimir Putin per recuperare consensi. La scommessa, lanciata il 9 ottobre con l’accordo tra i due leader, è alleggerire le sanzioni contro Mosca in cambio di nuove forniture di diesel russo, abbassare i prezzi dei carburanti e presentarsi al voto del 3 novembre con un risultato concreto sul costo della vita, vera spina nel fianco secondo i sondaggi. Ma mentre la concessione al Cremlino è già operativa, il beneficio per gli americani resta tutto da dimostrare, e il tempo stringe.
L’urgenza è nei sondaggi. In quello Reuters/Ipsos concluso il 5 ottobre, il gradimento del presidente è sceso al 32%, ai minimi della sua carriera politica. Il 78% degli americani attribuisce alle sue politiche una parte della responsabilità dell’aumento dei prezzi, mentre il 57% degli stessi repubblicani pensa che il costo della vita cresca più rapidamente degli stipendi. Il vero allarme per Trump viene proprio dalla sua base: secondo Ipsos, da gennaio a settembre il consenso dei repubblicani per la sua gestione dell’economia è sceso dall’80 al 56%. E quello per la sua gestione del costo della vita è crollato di 26 punti, dal 70 al 44%. Trump si è già mosso promettendo un dividendo da 5mila dollari per ogni americano in caso di vittoria repubblicana e assegni da 90 dollari per oltre venti milioni di anziani. Ma per ora l’inversione di tendenza non c’è stata e in merito alle promesse i sondaggi registrano soprattutto lo scetticismo degli elettori. Intanto, secondo l’ultima rilevazione Economist/YouGov, i democratici raccolgono il 47% delle intenzioni di voto per il Congresso, contro il 38% dei repubblicani. Vantaggio nazionale che non possiamo tradurre automaticamente in seggi, che dipendono dai risultati dei singoli collegi, ma restituisce il clima statunitense.
Clima che, insieme alla crisi energetica in corso, spiega la scommessa russa. Trump ha annunciato un’intesa con Mosca per immettere sui mercati americani e internazionali 300mila tonnellate di diesel già a ottobre, altre 500mila a novembre, un milione successivamente e ulteriori tre milioni, compatibilmente con le condizioni delle raffinerie russe. In totale 4,8 milioni di tonnellate. Attenzione però: si tratta di quantità promesse, non di forniture certe. E non è affatto detto che Mosca riesca a rispettarle, anche perché gli attacchi ucraini alle raffinerie avrebbero ridotto la produzione russa di diesel di circa il 30%, secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia riportati dalla stampa americana. Non ha caso Trump ha scaricato il leader ucraino Volodymyr Zelensky all’indomani dell’accordo, accusandolo di creare “problemi al mondo” proprio attaccando le raffinerie russe.
L’annuncio e la prospettiva delle forniture russe ha comunque prodotto un primo risultato: sono scesi di quasi il 5% i futures americani sul diesel: contratti che fissano oggi il prezzo di carburante da comprare o vendere domani e per questo capaci di riflettere le aspettative degli operatori. Ma si tratta di quotazioni che possono facilmente tornare a salire se le promesse non dovessero concretizzarsi. Soprattutto, un calo dei futures non significa automaticamente un risparmio alla pompa: occorre che il diesel arrivi davvero, che aumenti l’offerta complessiva, che faccia scendere i prezzi all’ingrosso in modo stabile e che la discesa venga effettivamente trasferita ai consumatori. Insomma, devono succedere un sacco di cose mentre la Russia non pare aver confermato né i quantitativi né le tempistiche annunciate da Trump. E se l’operazione andasse in porto? Michael Lynch, della Energy Policy Research Foundation, ha spiegato all’Associated Press che potrebbe equivalere a “spostare le sedie a sdraio sul Titanic”. Se il diesel russo che gli americani compreranno fosse già destinato ad altri Paesi, questi dovranno semplicemente rifornirsi altrove. In altre parole, la quantità disponibile a livello mondiale resterebbe più o meno la stessa e ribassi significativi sarebbero difficili. Daniel Sternoff, del Center on Global Energy Policy della Columbia University, ha dichiarato che le forniture russe potrebbero attenuare la pressione sui prezzi, ma non ridurli sostanzialmente.
La scommessa sta intanto provocando malumori anche tra i repubblicani: c’è chi la considera un azzardo. Il deputato repubblicano Don Bacon ha contestato la deroga alle sanzioni contro Mosca, mentre il collega Brian Fitzpatrick, copresidente del Congressional Ukraine Caucus, ha annunciato di voler ricorrere a una procedura parlamentare che, raccogliendo 218 firme, permetterebbe di portare il provvedimento al voto anche senza il consenso dei vertici della Camera. Il problema? Se i benefici per gli americani sono incerti, quelli concessi a Putin sembrano decisamente tangibili. Il Dipartimento del Tesoro Usa ha già autorizzato (fino al 7 aprile 2027) vendita, consegna e importazione di diesel russo precedentemente vietate. La possibilità giuridica di commerciare è dunque ripristinata. Ed è qualcosa su cui il Cremlino puntava: secondo Reuters, il negoziatore di Putin Kirill Dmitriev, aveva già chiesto a Washington di intraprendere questa strada.
Più ancora degli introiti, per Mosca l’accordo ha un valore commerciale. Secondo analisti statunitensi, l’intesa potrebbe permettere alla Russia di vendere carburante che la domanda interna faticherebbe ad assorbire nei mesi invernali, liberando così capacità di stoccaggio con un miglioramento nella gestione delle scorte. Quanto alla possibilità che il vantaggio si traduca in maggiori risorse per sostenere il conflitto con l’Ucraina, le 4,8 milioni di tonnellate annunciate da Trump potrebbero valere oggi oltre 7 miliardi di dollari, ma fare calcoli su quanto finirebbe davvero nelle casse dello Stato è difficile e le proporzioni rispetto a una spesa militare programmata per il 2026 in 14.900 miliardi di rubli (circa 156 miliardi di euro ad oggi) sono comunque contenute. Più concrete sembrano invece le richieste della Casa Bianca a Kiev di fermare gli attacchi alle raffinerie russe, minacciando ripercussioni sulla collaborazione nell’intelligence e minando proprio la strategia ucraina. E se i risultati della scommessa sono incerti, il prezzo geopolitico potrebbe invece sopravvivere alle elezioni.
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