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Wednesday, September 30, 2026

Resident Evil, una corsa contro il tempo e verso un possibile "Game Over"

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Tutte le mattine, quando ci alziamo, scegliamo una "modalità di gioco" diversa per le nostre giornate. Facile, moderata, difficile, estrema, considerando ovviamente tutti gli imprevisti del caso. Zach Cregger sceglie l'ultima dell'elenco per il suo "Resident Evil", secondo reboot dell'omonima saga cinematografica tratta dai videogiochi Capcom, dopo il precedente "Resident Evil - Welcome to Raccoon City" (2021). Il regista di "Barbarian" (2022) e "Weapons"(2025), mette in scena una rivisitazione inedita della saga. Cregger abbandona le acrobazie narrative non lineari dei suoi due precedenti film e opta per una trama semplice, un viaggio nell'apocalittica Raccoon City, ambientazione principale dei videogiochi, come a simulare una partita in cui il pubblico si trova alleato del protagonista che deve portare a termine una missione.

La trama

 In una storia completamente nuova, il film segue Bryan (Austin Abrams), un corriere medico a cui viene assegnata una consegna notturna all'ospedale di Raccoon City. Durante il tragitto nei boschi innevati, investe accidentalmente una donna misteriosa, che dopo l'incidente sparisce tra gli alberi. Ciò si rivela essere l'inizio di un incubo e di una lotta per la sopravvivenza in una città al collasso dopo la diffusione di un virus che altera il DNA umano, dando vita a mostruose creature letali. Il tutto a causa di esperimenti bioingegnerizzati del gigante farmaceutico Umbrella Corporation.

A salvare il mondo potresti essere tu

 Guardando "Resident Evil" di Zach Cregger bisogna dire addio alla protagonista femminile tosta come lo è stata Mila Jovovich, per usare un tecnicismo, una final girl. Con quest'espressione si definisce la protagonista di un film horror che sopravvive fino alla fine del film, e uno degli esempi più noti l'ha dato una giovanissima Jamie Lee Curtis al suo esordio con "Halloween - La notte delle Streghe" di John Carpenter.

Nel film di Cregger c'è Bryan, un ragazzo sprovveduto, come lo sarebbe chiunque si trovasse in un ambiente apocalittico da un giorno all'altro. Non ci sa fare con le armi, che ha usato solo in veste di appassionato di videogiochi, impreca, corre, si nasconde. Un profilo  satirico che ricorda parecchio quello di Ash Williams, interpretato da un memorabile Bruce Campbell in "L'armata delle Tenebre" di Sam Raimi (regista de "La Casa"). In questo senso "Resident Evil" funziona per i momenti comici alternati a scene in cui scorrono fiumi di sangue, tant'è che anche nei videogiochi ci sono molte battute ironiche dei personaggi che spezzano la serietà e tragicità del momento. Non c'è una morale sull'imminente catastrofe che distruggerà la Terra, c'è solo un 30enne impacciato che cerca di sopravvivere. 

Le svariate (e azzeccate) citazioni ai videogiochi

    Se da una parte Cregger fa eccezione in mezzo a una platea generale di remake portando al cinema una storia originale, dall'altra accontenta anche i fan e farcisce il suo "Resident Evil" di citazioni alla saga videoludica, a cominciare dalle inquadrature in soggettiva del protagonista, una tecnica di ripresa in cui la cinepresa si posiziona esattamente dove si trova il personaggio, mostrando la scena attraverso i suoi occhi. Dall'Umbrella Corporation, il gigante farmaceutico colpevole degli eventi tragici dei giochi, che viene appena accennata, alla fiala per fare il vaccino che Bryan deve trasportare nella borsa medica, fino al momento jumpscare (uno spavento improvviso per il pubblico) nella sequenza in cui compare un cane mutante. Altro elemento che non è passato inosservato è la macchina da scrivere, strumento con cui salvare il gioco in quasi tutti i capitoli della saga.

Gli zombie, o infetti, che si lanciano dal tetto nell'intento di colpire Bryan, ricordano un po' quelli di "World War Z" (2013) e un po' i suicidi collettivi di "E venne il giorno"(2008). Tutti elementi che Zach Cregger sistema nella narrazione in maniera pertinente e mai scontata. Chiaramente, trattandosi di zombie, Cregger non evita di confrontarsi col pater familias del sottogenere omaggiando quello stesso George Romero che, a inizio millennio, doveva andare dietro la macchina da presa del primo "Resident Evil" cinematografico. Un possibile capolavoro poi "ucciso nella culla" dai produttori ma di cui ci resta uno spot di 30 secondi per il videogioco, diretto dallo stesso Romero, che qui viene omaggiato più o meno direttamente dal discepolo Cregger.

Non c'è qui nulla degli zombie "moderni" di Zack Snyder. Qui i nostri mostri non corrono, non sono degli esseri geneticamente modificati, ma piuttosto degli zombie "classici", che in quanto tali reagiscono in maniera quasi naturale a degli istinti primordiali. Anche il protagonista Bryan si muove prendendo decisioni "semplici", senza riflettere, arrivando a provare a scardinare lucchetti con la pistola, come hanno provato (invano) molti giocatori. Siamo insomma di fronte a un' "Alba dei morti dementi", cui non sfugge nessuno in questa tragedia greca che sta sempre in bilico con la farsa e che rischiava di essere ancora più virata in commedia (Cregger è stato costretto a cancellare tanti momenti comici dopo i test screen).

La trasformazione horror del corpo umano

 L'aspetto più convincente di questo "Resident Evil" è la componente "body horror", quindi la trasformazione orrorifica del corpo umano. Si parte dagli zombie e si arriva creature di lovecraftiana memoria che si mostrano come letterali agglomerati di persone, e fanno pensare istintivamente a "La cosa" (1982) di John Carpenter, ma anche al recente successo di Coralie Fargeat, "The Substance", e, per citarne un altro, "The Society" di Bryan Yuzna. Il vento a favore, in questo contesto, per Cregger risiede proprio nel concetto di mutazione: nei videogiochi di Resident Evil, le mutazioni non seguono mai uno schema unico; per questo motivo, i nemici che si incontrano nei vari capitoli cambiano continuamente e risultano sempre diversi. Un aspetto che ha dato assoluta carta bianca al regista in fatto di libertà creativa.

Se il domani assomigliasse a Raccoon City

 A fare da cornice a questa discesa negli inferi è Raccoon City, che in un certo senso racchiude una metafora dell'America attuale, se si ci si vuole addentrare in un discorso socio-politico. Anche qui Cregger è estremamente "romeriano": era infatti stato proprio lui a creare gli zombie come metafora del capitalismo (si veda la scena nel centro commerciale), una suggestione che riecheggia in un film come "Resident Evil" dove il protagonista si muove solo per la promessa di una consegna pagata meglio. Come cantano i Falling in Reverse, gruppo metal dei primi anni Duemila invecchiato piuttosto bene, nel loro brano "Zombiefied": "Zombiefied by the lies they said, we've become the walking dead". Si diventa fisicamente zombie per effetto di un virus "accidentalmente" fuggito da un laboratorio.

L'errore umano di cui parla il dirigente d'azienda (Paul Walter Hauser) che Bryan incontra al suo arrivo a Raccoon City, è chiaramente una scusa per nascondere l'intenzione a creare caos con un'arma biologica, al di là di considerazioni di complottista memoria. È più che sdoganata ormai la passione del cinema per i disaster movies o in generale per le catastrofi apocalittiche, e "Resident Evil" mette di fronte il pubblico a una riflessione. La rappresentazione stessa di questi scenari potrebbe essere un modo per esorcizzare la paura che un domani tutto ciò si avveri, chiaramente senza zombie o affiliati, visto i tempi poco tranquilli che corrono. In fondo cosa fa il protagonista nostro alter ego se non provare a sfuggire dal suo domani? Una corsa che rischia di finire contro un muro più o meno metaforico di non-morti, rimasti come lui nel limbo. 

Una partita giocata bene tranne per...

   Cregger se l'è giocata bene per la maggior parte del film. Il punto in cui si dirige, successivamente, verso un "game over" è la parte finale, in cui la narrazione accelera in maniera vertiginosa, dando un senso di fretta che sta un po' stretto nell'insieme. Il finale troncato indebolisce la struttura narrativa incalzante che c'è per tutto il film. Resta il fatto che "Resident Evil" è un buon survival movie con una sapiente architettura della tensione: un minuto prima si ride, quello dopo cala il silenzio assoluto e l'angoscia si fa strada fra il pubblico. E sono questi i binari su cui il cinema horror deve continuare a viaggiare.

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