Gli squali in Italia e Francia, gli scarafaggi in India, i fenicotteri in Albania e le rane anti-Trump: così gli animali diventano simbolo delle proteste
Uno squalo azzurro, ventre bianco e pinne di plastica, attraversa una strada investita dagli idranti. Intorno, transenne rovesciate, fumo, ragazzi incappucciati. È tra le fotografie più spettacolari degli scontri di questi giorni e arriva da Torino: nel corteo contro il carovita, in mezzo al caos urbano, spunta una figura ridente da cartone animato. Succede anche in Francia, dove la tensione degli scontri, sporadicamente, viene spezzata da visioni surreali: un unicorno, un pescecane, uno Spiderman in calzamaglia che affronta la polizia.
Gli Stati Uniti, come spesso accade, sono tra i precursori del fenomeno: qui la rana verde gonfiabile è diventata una delle cartoline delle proteste contro Donald Trump. Tutto nasce a Portland, nell’ottobre 2025, quando un agente federale spruzza una sostanza urticante contro un manifestante mascherato da anfibio davanti a una struttura dell’Ice. Può sembrare farsesca, ma l’immagine contiene un messaggio potente: un animale innocuo davanti al braccio più violento dello Stato. Le rane si moltiplicano nei cortei No Kings, insieme a dinosauri e altri gonfiabili. Il costume crea appartenenza e rovescia l’immagine del manifestante cattivo.
In Giappone, nei cortei del 2026 contro il riarmo e la revisione della Costituzione, compaiono gatti, rane, dinosauri e personaggi dei manga. Gli appassionati di cultura pop, gli otaku, sono stati il soggetto politico che ha organizzato una manifestazione contro la guerra. Nelle piazze entra così l’immaginario di una generazione, lontanissimo da quello dei partiti.
Altrove invece l’animale è il protagonista, la ragione stessa della protesta. In Albania il fenicottero rosa è il simbolo del movimento contro i progetti turistici nelle zone umide dell’Adriatico, fra speculazione immobiliare e investimenti legati a Jared Kushner. Difendere l’uccello significa contestare un modello di sviluppo e, presto, lo stesso governo Rama. È accaduto qualcosa di simile a Nordelta, enclave residenziale alle porte di Buenos Aires. Nel 2021 i capibara, tornati fra giardini e piscine, sono stati descritti come invasori dagli affluenti residenti del quartiere. Gli ambientalisti ribaltano la prospettiva: sono le ville ad aver occupato le zone umide dei roditori. I manifestanti indossano maschere da capibara; nei meme, il roditore diventa protagonista della lotta di classe.
In India lo scarafaggio dà direttamente il nome al partito di protesta, il CJP, Cockroach Janata Party (cockroach-scarafaggio appunto).
L’Italia ha avuto (brevemente) le sue sardine. A Bologna, nel 2019, il pesce che sopravvive in branco diventa simbolo della mobilitazione contro Salvini: si sono estinti entrambi piuttosto in fretta, il movimento e il consenso del leghista. In Cile un cane vero, Negro Matapacos (mata-pacos: ammazza poliziotti) è diventato un idolo dei cortei studenteschi e degli scontri con i carabineros; rivive nei murales della rivolta del 2019. Prima di lui ci fu Kanellos, il randagio che divenne leggenda accompagnando i cortei e gli scontri nelle manifestazioni degli anni della crisi e dell’austerity.
Sempre in Cile, invece, il soprannome “pinguini” designa gli studenti in uniforme bianca e scura che nel 2006 protestano contro le disuguaglianze della scuola. Pinguini anche in Turchia, ma stavolta per caso. Durante le proteste di Gezi Park nel 2013, mentre Istanbul si riempie di manifestanti, la televisione CNN Türk manda in onda un documentario sugli uccelli marini. Per denunciare il silenzio dei media, i dimostranti adottano proprio quei pinguini, disegnandoli con le maschere antigas. A Bangkok, nel 2020, papere gialle gonfiabili diventano scudi contro gli idranti nei cortei per la democrazia. Un giocattolo che diventa strumento di difesa.
Eppure il legame fra animali e conflitto politico precede largamente i social e i video virali. Nel 1968, a Chicago, gli Yippies di Abbie Hoffman presentano un maiale, Pigasus, come candidato alla presidenza degli Stati Uniti: una provocazione contro il sistema politico e la guerra in Vietnam. All’inizio del Novecento gli Industrial Workers of the World avevano scelto il gatto nero, dorso arcuato e artigli esposti, simbolo dell’azione diretta. Più tardi i picchetti sindacali avrebbero accolto Scabby, un gigantesco topo gonfiabile che denuncia l’impiego dei crumiri. L’animale può rappresentare chi protesta, ma anche l’avversario, come in questo caso; a Torino, nel 2011, durante il conflitto alla Fiat, uno squalo di cartapesta con il volto di Marchionne esibiva fauci cariche di dollari e teschi.
Le radici sono profonde e molto più lontane. Nell’Ottocento, nelle valli minerarie del Galles, gruppi di operai chiamati Scotch Cattle, “bestiame scozzese”, usano pelli bovine e travestimenti durante spedizioni contro crumiri e proprietari. Nelle loro azioni, anche violente, la maschera serve a nascondere il volto e intimidire. Nei charivari europei, cortei di scherno fra campanacci e fantocci, le maschere si mescolano ai rituali popolari di contestazione.
E’ cambiato tutto: i materiali (dalla pelle al gonfiabile) e il messaggio; la maschera che serviva a mettere paura, oggi può esibire innocenza. C’è una distanza inequivocabile, più che secolare, tra il minatore gallesi che indossava pelle d’animale per sottrarsi allo sguardo delle autorità e lo “squalo” di Torino. La maschera ha quasi rovesciato la propria funzione: da strumento per scomparire a mezzo per conquistare visibilità. Resta solo la stessa intuizione di affrontare il potere costituito rappresentandosi come qualcos’altro, per sfuggirgli o per ridergli in faccia.
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