Il Mediterraneo può diventare una grande fabbrica del vento, ma non a qualsiasi costo
C’è una suggestione forte emersa da Offshore Wind Revolution, la manifestazione che nei giorni scorsi ha riunito a Taranto istituzioni, imprese ed esperti dell’eolico offshore galleggiante: il Mediterraneo può diventare una grande fabbrica del vento. Ma che significa, concretamente? Significa immaginare un mare che, dopo essere stato per secoli attraversato dalle rotte dell’energia, possa diventare esso stesso una fonte di energia pulita. Il vento che per millenni ha gonfiato le vele e alimentato i commerci tra le sue sponde può oggi muovere grandi turbine e produrre elettricità. Ma significa anche costruire attorno a questa risorsa una nuova economia, fatta di industrie, porti, cantieri, ricerca e lavoro.
Il Mediterraneo non deve essere soltanto una grande wind farm, un insieme di parchi eolici in mare. Può diventare una wind factory, una fabbrica del vento capace di produrre non soltanto energia, ma anche le tecnologie necessarie a sfruttarla. E qui c’è una novità decisiva per il nostro Paese: per una volta, una nuova industria strategica può nascere proprio nel Mezzogiorno. Da anni sosteniamo che la blue economy sia una delle maggiori opportunità di sviluppo per il Sud. Lo diciamo pensando ai porti, alla cantieristica, alla logistica, alle attività marittime. Troppo spesso, però, questa ricchezza potenziale non si è tradotta in una solida capacità industriale. L’eolico offshore potrebbe cambiare le cose.
Il Mezzogiorno dispone di aree marine con un significativo potenziale eolico, di infrastrutture portuali e di competenze industriali da valorizzare. Le tecnologie galleggianti, adatte ai fondali profondi di molte zone mediterranee, aprono possibilità che fino a pochi anni fa sembravano difficili da realizzare.
Taranto e Brindisi possono diventare due nodi di questa nuova geografia industriale, non porti in competizione, ma parti della stessa filiera. Dalla costruzione delle piattaforme galleggianti all’assemblaggio delle turbine, dalla logistica alla manutenzione, fino alla ricerca e alla formazione. Una filiera che coinvolga altri porti meridionali e sappia dialogare con le imprese degli altri Paesi mediterranei.
È un’occasione di riscatto che il Sud non può perdere. A una condizione: non diventare soltanto il luogo dove si produce energia destinata alle industrie di altri territori. Sarebbe una storia già vista, con il Mezzogiorno che offre risorse e infrastrutture mentre altrove si concentrano valore aggiunto e decisioni industriali. Questa volta la sfida è diversa, costruire, assemblare e gestire gli impianti, sviluppare tecnologie, formare tecnici e ricercatori. Fare in modo che una parte significativa della ricchezza generata rimanga dove nasce questa industria.
Ma la rivoluzione del vento non può essere realizzata a qualsiasi costo. La transizione energetica deve procedere di pari passo con quella ecologica. Non avrebbe senso ridurre l’uso delle fonti fossili compromettendo gli ecosistemi marini.
Il Mediterraneo non è uno spazio vuoto, disponibile per qualsiasi installazione industriale. È un mare fragile, attraversato dalle rotte commerciali e utilizzato dalla pesca, dal turismo e da molte altre attività. Per questo è fondamentale la pianificazione dello spazio marittimo. L’Unione europea l’ha introdotta con una direttiva del 2014 e l’Italia ha approvato nel 2024 i propri Piani di gestione dello spazio marittimo. Ora questi strumenti devono diventare governo effettivo del mare: individuare le aree idonee, valutare gli impatti anche cumulativi, tutelare gli habitat, considerare le interferenze con pesca e navigazione, coinvolgere le comunità costiere.
Un impianto che produce energia rinnovabile non è automaticamente sostenibile ovunque venga collocato. Non si tratta di scegliere tra energia e ambiente, ma di trovare le condizioni perché possano convivere.
C’è poi una domanda ancora troppo poco discussa: chi beneficia economicamente dell’utilizzazione industriale del vento? In Francia una disciplina specifica destina parte del gettito fiscale di determinati impianti eolici marini ai comuni costieri, alla pesca, alla biodiversità e al soccorso in mare. È un modello da studiare, adattandolo alle caratteristiche del nostro ordinamento. Il principio è chiaro: una parte della ricchezza prodotta dal mare deve tornare alle comunità che vivono lungo le coste.
Perché non immaginare anche in Italia strumenti che garantiscano benefici diretti ai territori? Risorse per la pesca sostenibile, il monitoraggio ambientale, la formazione professionale, le comunità energetiche e la riduzione dei costi dell’energia per le popolazioni locali. Non semplici compensazioni per ottenere il consenso, ma una vera partecipazione ai benefici dello sviluppo.
Intanto, la Francia ha già messo in esercizio i primi parchi eolici galleggianti del Mediterraneo; la Spagna investe nella pianificazione e nella sperimentazione. L’Italia ha un’opportunità importante, ma non un tempo illimitato per coglierla.
A Taranto, durante Offshore Wind Revolution, è emersa la necessità di dare certezze agli investimenti, completare il quadro degli incentivi e attrezzare i porti. Non si può annunciare un hub nazionale dell’eolico offshore lasciando nell’incertezza le risorse necessarie a realizzarlo. Né chiedere alle imprese di investire senza regole stabili. Taranto conosce bene le contraddizioni dello sviluppo industriale e il prezzo pagato in termini ambientali e sociali. Proprio per questo può diventare il laboratorio di un modello diverso, nel quale produzione, tutela dell’ambiente e benessere delle comunità non siano obiettivi inconciliabili.
La rivoluzione del vento non riguarda soltanto il modo in cui produrremo energia, ma l’economia che vogliamo costruire e il ruolo che il Mezzogiorno avrà nel futuro industriale del Paese. Per secoli il vento ha spinto le navi che partivano dai porti del Sud, portando uomini, merci e speranze verso altri approdi. Oggi può alimentare un’industria che, invece di spingere i nostri giovani a partire, dia loro una ragione per restare.
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