The Daily Newsstand · Free, Always
Thursday, October 15, 2026

Minicar nera, cosa spinge due giovani a compiere aggressioni così pericolose?

Translate

Minicar nera, cosa spinge due giovani a compiere aggressioni così pericolose?

Icona dei commenti Commenti

di Stefano Borioni

“L’abbiamo fatto per gioco, ci annoiavamo”. È forse questa la frase più inquietante dell’intera vicenda legata alla minicar che da giorni seminava il panico in zona Monteverde. Non soltanto per la gravità dei comportamenti, oggettivamente terribili, ma per il significato che sembra attribuire loro chi li ha compiuti: la sofferenza altrui trasformata in un diversivo, un passatempo per allontanare la noia, per colmare un vuoto.

In queste ore, la domanda di molte persone mi pare ruoti intorno al perché: perché due ragazzi arrivano a compiere gesti simili? Io, da psicoterapeuta, proporrei un passo ulteriore: come può accadere che il dolore di uno sconosciuto diventi un gioco? Cosa può essersi rotto se l’altro, da persona con un corpo, una storia, una vita, una famiglia, è diventato un bersaglio da colpire?

Colpisce noi, pur non sorprendendoci molto, che i ragazzi avrebbero dichiarato di essersi fermati dopo aver saputo che la persona ferita fosse un attore. Se confermata, questa circostanza ci pone un interrogativo ulteriore: la sofferenza altrui acquista rilevanza soltanto quando riguarda qualcuno di noto? È il reality che batte la realtà, lo status che batte lo stato delle cose e il valore di una vita – unisco un mio pensiero ai tantissimi che in questi giorni vengono dedicati a Davide Iacopini – sembrerebbe passare anche attraverso la sua visibilità sociale. La notorietà come discrimine del “mi dispiace” postumo alla presa di coscienza, non l’empatia come prima censura dell’impulso aggressivo a bordo della minicar.

Già, la minicar. L’abitacolo potrebbe creare una separazione fisica e psicologica: noi e loro, dentro e fuori. Siamo qui, nella nostra macchina con i led che abbiamo fatto modificare e l’adesivo del serpente, mentre l’altro rimane per strada, esposto alle conseguenze delle nostre azioni. Siamo forti. Il filtro dell’abitacolo, come una barriera, può depotenziare la percezione di ciò che accade fuori. Un colpo al malcapitato, un altro di acceleratore, sgommata, adrenalina, 500 metri e via: non è successo nulla. Mica è un essere umano, è un diversivo per gestire una noia che fa paura. Perché se mi annoio sento, mi guardo dentro e chissà cosa trovo se resto solo.

Meglio in due. Quello che da solo magari non farei, insieme diventa più facile, diventa complicità. La responsabilità personale non scompare, ma morde un po’ meno: il mio gesto è visto, approvato – o quantomeno non fermato, tollerato – dal mio amico. Che poi è pure la sua festa di compleanno: bisogna festeggiare.

Cosa accomuna una festa per i diciott’anni, una laurea, una comunione o un party in ufficio per il pensionamento di un collega? Sono festeggiamenti, certo, ma anche rituali di passaggio che segnano un prima e un dopo. Crescere significa cercare nuovi modi per sentirsi autonomi, capaci. Se questa ricerca non trova riconoscimento, se invece di avere intorno gente che mi festeggia sono qui, la trasgressione può diventare una scorciatoia per sentirmi figo.

Il fatto che uno dei ragazzi sia figlio di un appartenente alle forze dell’ordine non mi pare poi autorizzi tutte le interpretazioni che sto leggendo in queste ore, che ne sappiamo se la violenza è una sfida alla figura paterna? Allo stesso modo, la collaborazione delle famiglie con gli investigatori non consente di conoscere la qualità dei legami familiari, ma può rappresentare un punto di partenza per affrontare quanto accaduto, senza negarne la gravità.

Quando avvengono episodi così importanti – questi strappi nel tessuto di quel pezzo di reale che pensavamo di sapere – la condanna non basta più a comprendere il problema. Bisognerebbe a quel punto chiedersi come si costruisce il riconoscimento dell’altro in chi quel riconoscimento non lo sperimenta, come si impara a tollerare la frustrazione e quali relazioni possano aiutare un ragazzo a gestire la propria noia senza disumanizzare il mondo attorno a sé e colpirlo, ferirlo, mandarlo in coma, finché non sente qualcosa.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.
View the original on Il Fatto Quotidiano →

KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.