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Friday, November 6, 2026

Processo Hydra, il testimone di giustizia: “Busto Arsizio è nelle mani dei Nicastro”. Il racconto del pestaggio: “Ma ho denunciato”

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Processo Hydra, il testimone di giustizia: “Busto Arsizio è nelle mani dei Nicastro”. Il racconto del pestaggio: “Ma ho denunciato”

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“Oggi a Busto Arsizio tutti ancora hanno paura dei Nicastro. Hanno tutti paura perché nessuno denuncia. Ancora oggi fanno del male alle persone, io voglio convincerli a fare denuncia, ma hanno una paura tremenda. E anche se li hanno picchiati selvaggiamente, questi negano e dicono che si sono fatti male accidentalmente, perché hanno paura. Ancora oggi mi dicono a me di stare attento. La gente trema. Se devo essere sincero, Busto Arsizio ancora ce l’hanno in mano loro”. Franco parla con il suo accento siciliano ripulito da anni di vita in terra lombarda. Ha 66 anni, una moglie, due figli e tre nipotini. Qui in aula al processo Hydra sul Consorzio di mafie viene sentito in veste di testimone di giustizia, un fatto raro per queste terre dove, come dice Franco, nessuno denuncia gli affari e le violenze mafiose. Perché di questo stiamo parlando, della famiglia Nicastro, legata a Cosa nostra e al clan Rinzivillo di Gela, dei fratelli Fabio e Dario, di Francesco, figlio di Dario e del fedele Rosario Bonvissuto. Tutti imputati nel processo. I primi due per associazione mafiosa, e insieme al 27enne Francesco con Bonvissuto per estorsione aggravata dal metodo mafioso proprio nei confronti di Franco che la sera del 18 maggio 2021 sarà massacrato di botte solo per aver poco prima cacciato dal locale il figlio di Dario Nicastro.

L’udienza è stata preceduta dal deposito dei due verbali che Franco ha fatto davanti ai pm ai carabinieri del Nucleo investigativo lo scorso febbraio, denunciando tutto. Alla fine del primo verbale dopo aver ricostruito i fatti che secondo l’accusa inchiodano alle loro responsabilità i Nicastro non trattiene uno sfogo: “Sono sincero, quando mi alzo al mattino mi viene sempre in mente, quando faccio fatica a respirare, quando vado a dormire, quando salgo le scale, specialmente d’inverno, sempre d’inverno mi si tappa magari il naso e mi manca l’aria, e devo respirare con la bocca, e mi vengono sempre in mente, sempre in mente. Quando ne parlo mi viene in mente sempre. Sto male. Sono sincero, non lo faccio vedere a nessuno, faccio il grande, ma ho paura. Mi guardo attorno, cambio strada, non faccio mai la stessa strada, anche quando vado a casa, una volta vado a destra e una volta vado a sinistra, non faccio mai lo stesso percorso, guardo persino le ombre, quando cammino guardo a terra, che con la luce c’è l’ombra, se qualcuno ce l’ho di dietro, prima di uscire guardo chi c’è”.

Franco arriva in Lombardia giovanissimo e a raccontarlo si commuove. Ricorda i tempi quando “i terroni” non erano ben voluti. A Busto lavora ma non trova casa perché i bustocchi non vogliono affittargli la casa. Alla fine si ricava uno sgabuzzino dentro la fabbrica. Qui vive con la moglie e la bimba piccola. Poi cambia e trova un appartamento, ma il bagno è in comune, e un giorno, mentre insieme sono nella vasca per lavarsi, la bimba sta male. Franco dietro al paravento si commuove di rabbia. Il pm Alessandra Cerreti lo tranquillizza. Poi nel 2008 inizia la sua avventura nel mondo dei locali. Ne apre uno al figlio, diplomato perito chimico. È il Vanity Cafè che va benissimo. Così Franco decide di aprirne uno più grande. È lo Studio 54. Qui, durante la ristrutturazione del capannone, conosce i Nicastro perché a loro, su suggerimento del cognato, affida i lavori. I Nicastro vengono pagati fino a 120mila euro, ma non saldano i subappaltatori che a loro volta vogliono i soldi da Franco che alla fine dovrà pagare il doppio.

A Busto Arsizio, come dice Franco, comandano i Nicastro. E se Dario si atteggia da boss, il figlio Francesco impara velocemente e spesso, accompagnato da almeno dieci persone, entra nel locale, si atteggia da capo e scatena diverse risse. Franco, che ha la schiena dritta da sempre, lo caccia, una, due, tre volte. E si arriva al 18 maggio, quando Francesco Nicastro assieme a due albanesi entra allo Studio 54. Sono quasi le dieci di sera e le direttive Covid impongono chiusure anticipate. Franco li caccia ancora una volta. È la sera del massacro.

Ma per capirlo meglio tocca tornare indietro di pochi giorni, quando si presentano al locale Fabio, Dario e Francesco Nicastro. Franco non c’è, ma qualche sera prima aveva cacciato dal locale il giovane Nicastro. I tre parlano con la moglie. Ricorda Franco: “Dissero a mia moglie che io dovevo far entrare suo figlio quando voleva a qualsiasi ora, perché sennò mi tagliava la testa”. Prima di uscire Francesco lascia il numero di telefono del padre. “Ho chiamato e gli ho detto: ‘Ma che cazzo vuoi?’ e lui mi dice: ‘A te ti devo strozzare con le mie mani. Se ti permetti ancora di buttare fuori mio figlio tu sei morto. Io con le mie mani ti ammazzo”. Franco risponde a tono: “Io ti denuncio, non te la faccio passare liscia. Dopo è successo quello che è successo”.

Ancora prima di questo episodio i Nicastro sono di nuovo nel locale e, nonostante Franco non lo abbia mai messo in vendita, gli propongono 60mila euro per acquistarlo. “Vieni qua – dice Nicastro a Franco -, siediti con noi. Guarda che noi abbiamo intenzione di comprare ‘sto locale qua. Noi l’abbiamo visto ‘sto locale, che già è in vendita. Ti dico che l’hai messo in vendita per 60.000, ma ti diamo 50.000 contanti e ce lo lasci”. Il giorno dopo allo Studio 54 entra il solo Bonvissuto. Prende una birra e dice a Franco: “Sappi che io il tuo locale non lo voglio, perché, se lo volevo, me lo prendevo e tu da qua sparivi”. Poi esce senza pagare la birra. Franco: “Dove stai andando? Va che mi devi pagare la birra. Questo se l’è legata al dito pure sta storia qua, che non doveva pagare”.

Franco lo capirà la sera del massacro, quando dopo aver cacciato per l’ennesimo volta Francesco Nicastro, questo chiama il padre: “Guarda che ‘sto merda qua ancora fai il grande”. Il seguito sembra un film. Inizia Franco: “Arrivano Dario Nicastro e Bonvissuto. Su un’auto rossa. Io stavo ritirando gli ombrelloni. Bonvissuto dice fa andare vie le persone che erano lì. Dario arriva e mi dà una testata sul naso. Non cado. Sento che mi acchiappano, che mi tirano, erano il figlio e gli altri due suoi amici. Mi sento tirare, proprio pum, schiaffi. Facevo fatica a respirare, perdevo sangue. Prendo uno straccio per fermare l’emorragia, loro continuavano ancora. Tutti e cinque, sì, tutti e cinque. Quello che comandava era Bonvissuto, lui era quello che diceva: ‘Basta’, lo sentivo io, ecco, lo sentivo, la sua voce la sentivo che diceva: ‘Basta, basta’, poi ha detto: ‘Basta, ne ha prese abbastanza’. Quando sono caduto, Dario si è avvicinato e mi ha detto: ‘Ricordati che a Busto comando io. I Carabinieri a me me lo sucano. Se vai a denunciarmi ti brucio a te e al locale, e non dimenticarlo’. Ha preso e se ne è andato, e ha lasciato là a Bonvissuto, quello che doveva dirigere ancora i lavori. I ragazzi continuavano ancora a darmi calci, bum, bum”.

Quindi interviene ancora Bonvissuto. Franco ricorda le sue parole: “L’ha capito, l’ha capito. Non vi preoccupate, che non parla. È vero che non parli? – mi diceva a me – È vero che non parli? E io continuavo a dirgli che io li denunciavo. E Bonvissuto: no, tu non devi dire niente. Capito? Mettitelo in testa! È finita qua. Va bene? Si è chiusa qua la faccenda”. Nel frattempo, prosegue il testimone di giustizia, “Francesco Nicastro sale sopra il bancone, apre gli sportelli del frigorifero e dà le birre a loro, una ai due albanesi, una a testa, e una a Bonvissuto. Hanno brindato, pom, pom, pom. Poi Bonvissuto ha messo la mano in tasca, ha preso una mazzetta di soldi, li ha appoggiati così sopra il bancone, pom, e mi ha detto, facendo riferimento all’episodio dei giorni prima della birra che non voleva pagare: “Vedi? Io i soldi ce li ho, ma non te li do, perché tu hai un brutto vizio, quello di chiedere i soldi. Te lo devi togliere ‘sto vizio”

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