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Thursday, October 1, 2026

Il problema della segregazione scolastica esiste, ma il problema nasce nelle periferie

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Il problema della segregazione scolastica esiste, ma il problema nasce nelle periferie

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di Sara Gandini e Paolo Bartolini

Non vogliamo classi ghetto, ha detto Meloni. E in effetti su questo saremmo d’accordo con lei. Il problema della segregazione scolastica esiste. La domanda che ci dovremmo fare è se dipenda dalla percentuale di bambini stranieri presenti in una classe oppure da scelte politiche che riguardano come vengono gestite le periferie.

La Presidente invece sostiene che il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri, ponendo un limite del 30% alla presenza di alunni con cittadinanza non italiana, favorisca l’integrazione. A noi sembra paradossale perché – prendendo Milano come caso esemplare – notiamo subito come la segregazione scolastica sia lo specchio della segregazione urbana.

Milano è il capoluogo più ricco d’Italia, ma è anche una città segnata da forti disuguaglianze. Lontano dal centro, nei quartieri popolari, si manifesta il fenomeno della segregazione scolastica: scuole frequentate in larghissima parte da bambini stranieri, molti dei quali vivono in condizioni di forte svantaggio economico e sociale. Le famiglie che dispongono di maggiori risorse possono scegliere, spostarsi e cercare una scuola considerata migliore. E così la progressiva concentrazione, negli stessi istituti, di povertà economica, difficoltà linguistiche e fragilità sociali diventa una miscela esplosiva.

“I percorsi tra italiani e stranieri tendono a differenziarsi già dalle elementari – spiega Dario Anzani, coordinatore del Centro di aggregazione giovanile di via Bellini, al Corriere della Sera, facendo riferimento al quartiere del Giambellino, uno dei quartieri di periferia di Milano – molti dei nostri ragazzi non incontrano mai nessuno che viva all’esterno della loro comunità.”

Il Giambellino è un esempio concreto di questa contraddizione. In uno dei quartieri popolari della città più ricca d’Italia si concentrano difficoltà economiche, abitative ed educative, mentre chi dispone di maggiori possibilità può scegliere di mandare i propri figli altrove. La segregazione non nasce quindi semplicemente dentro le aule: comincia molto prima, nella città, e la scuola finisce spesso per riprodurla.

Eppure, proprio nelle periferie, da anni esistono realtà associative che provano dal basso a fare quello che la politica non riesce a fare. Al Giambellino, per esempio, la Casetta Verde di via Odazio è diventata un luogo di incontro del quartiere e ospita anche un doposcuola popolare gratuito. La Comunità del Giambellino porta avanti attività di sostegno scolastico, spazi studio, corsi di italiano e iniziative rivolte alle famiglie. Esperienze costruite grazie al lavoro di educatori, associazioni e volontari che permettono a molti bambini di fare i compiti, imparare meglio l’italiano, costruire relazioni e soprattutto non sentirsi estranei nella propria scuola e nel proprio quartiere.

Dai cittadini c’è da imparare, perché mostrano concretamente cosa significhi contrastare la segregazione: non separare, ma creare luoghi nei quali persone con storie e condizioni diverse possano incontrarsi. E mostrano anche il vuoto lasciato da una sinistra che sembra non avere più molto da dire proprio sui temi che dovrebbero costituire la sua anima: la scuola pubblica, le periferie, la riduzione delle disuguaglianze, la costruzione di comunità. Una sinistra che, anziché partire da queste esperienze e trasformarle in una proposta politica, troppo spesso rincorre la destra sul terreno scelto dalla destra.

Non è solo una questione di giustizia sociale. Perché se si amplia lo sguardo avendo un orizzonte più ampio si vede che l’istruzione è anche una politica di salute pubblica: l’educazione è infatti uno dei determinanti sociali più importanti della salute. La povertà educativa di oggi può infatti trasformarsi nella disuguaglianza sanitaria di domani.

Una scuola che non è in grado di compensare le disuguaglianze di partenza crea giovani con minori competenze, quindi maggiore probabilità di abbandono scolastico, lavori più precari e redditi più bassi, peggiori condizioni abitative e minori opportunità di prevenzione e tutela della salute. La scuola non è soltanto il luogo nel quale si decide come includere in modo armonico bambini di origini diverse. È uno dei primi luoghi nei quali decidiamo quanta disuguaglianza siamo disposti a tollerare oggi e a portarci dietro nel futuro.

Il tema della convivenza tra differenti in una comunità di apprendimento è ancora più decisivo in questo nostro tempo ferito da conflitti distruttivi e da una politica appiattita sugli interessi della geopolitica, dell’economia armata e della finanza. Il processo educativo e formativo, che da alcuni decenni è stato sequestrato dalla mentalità aziendalista, e dunque da un’intensificazione della concorrenza come principio di vita, è talmente importante per la pace e per costruire una democrazia solidale e sostenibile da richiedere investimenti e attenzioni ben diversi da quelli riservati all’istruzione dai governi impegnati a spendere soldi in “sistemi di difesa”.

Vogliamo quindi dare davvero possibilità migliori ai nostri figli? Mettiamo in discussione l’impianto del neoliberalismo di guerra. Chiunque voglia parlare in modo credibile di scuola, salute, lavoro, deve schierarsi apertamente per un mondo che punti sull’incontro e sul dialogo e non sullo scontro e sulle armi. Questa è la base per riscoprire quell’anima che la sinistra ha perso.

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