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Friday, October 9, 2026

Pronti i ricorsi contro il Melonellum: dalle firme alle quote di genere, dal premio al «senatore del mondo»

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Una legge elettorale «cucita su misura», con un premio di maggioranza «abnorme», con preferenze «finte» per via dei capilista bloccati e con la mancanza di vera parità di genere che sarà «una mannaia» sulla rappresentanza femminile («Meloni la prima premier donna che sbarra la strada alle altre donne»). L’amarezza delle opposizioni è visibile, ed Elly Schlein e Giuseppe Conte nei loro interventi in Aula usano quasi le stesse parole per bocciare lo Stabilicum o Melonellum che dir si voglia. Ma ormai la legge è approvata ed è giocoforza fare i conti fin da ora con gli effetti, a partire da quell’obbligo di indicazione del candidato premier della coalizione che già ha esacerbato la competizione tra la segretaria del Pd e il presidente del M5s in vista delle primarie, che appaiono ormai inevitabili. Ma sulla tempistica dei gazebo interviene il fattore Corte costituzionale: ora gli occhi di tutto il campo largo sono puntati proprio lì, verso il Palazzo della Consulta che fronteggia il Quirinale.

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Ricorsi già pronti: a fine mese il deposito nelle Corti d’Appello di tutta Italia

I ricorsi del pool di giuristi e politici (presenti tra gli altri anche i dem Dario Parrini e Andrea Giorgis) guidato da Roberto Zaccaria e Enrico Grosso stanno saranno presentati in tutte e 29 le sezioni di Corte d’Appello d’Italia quando la legge entrerà in vigore, quindi dopo la firma di Sergio Mattarella che non dovrebbe tardare e dopo 15 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale: orientativamente a fine mese. Dando per scontato che a stretto giro almeno un giudice si rivolga alla Consulta, l’orientamento dei giudici costituzionali è quello di dare risposta in tempi brevi per non compromettere lo svolgimento della campagna elettorale in vista delle elezioni di primavera: entro gennaio, al massimo entro la prima metà di febbraio. Da qui, anche, l’intenzione del Pd di celebrare le primarie non prima di febbraio.

Dal premio alle firme alle quote di genere: almeno otto i punti di incostituzionalità

Ma su che cosa verteranno i ricorsi? Ecco lo schema dei principali punti di incostituzionalità su cui si sta lavorando: «1.L’indicazione preventiva e obbligatoria del futuro presidente del Consiglio viola la libertà dei partiti di scegliere come presentarsi (articolo 49) e le prerogative del Presidente della Repubblica di dare l’incarico (articolo 92); 2.Il premio di maggioranza abnorme viola l’articolo 48 sul voto libero e uguale: non può esserlo se voto un partito che perde di un punto e si trova in Parlamento con un distacco di oltre 20; 3.La disparità di genere che regola le candidature e le preferenze viola l’articolo 51; 4.La raccolta di un numero abnorme di firme viola chiaramente l’articolo 3 ed è irragionevole rispetto alla struttura della soglia ufficiale di accesso; 5.Una sola circoscrizione estero, la cosiddetta circoscrizione mondo, viola gli articoli 3, 48 e 51; 6.Anche il premierato di fatto che si crea con legge ordinaria è un chiaro aggiramento dell’articolo 138 sulla revisione costituzionale; 7.Il premio nazionale viola l’articolo 57 sul Senato, che deve essere eletto su base regionale». Nel mirino, infine, anche «i listoni nazionali occulti» legati al premio, in contrasto con la sentenza 1/2014 della Corte sul diritto degli elettori ad esprimere un voto consapevole.

Le previsioni sono per un intervento chirurgico su pochi nodi

Difficile che i giudici costituzionali accolgano tutti i punti, naturalmente: molti costituzionalisti prevedono interventi mirati, e con sentenza autoapplicativa, su aspetti minori come firme e quote di genere, mentre l’architettura della legge dovrebbe restare. Anche perché le sentenze sul Porcellum (2014) e sull’Italicum (2017) hanno salvato il premio di maggioranza oltre il 40% e in parte anche l’indicazione del candidato premier (nel Porcellum la dicitura era “capo della coalizione”).

Fare o non fare le primarie è questione politica, non giuridica

Ma la domanda nel campo largo è un’altra: anche ammesso che la Corte arrivi a bocciare l’odiata indicazione del candidato premier, le primarie sarebbero a quel punto politicamente evitabili? «Ammesso e non concesso che la Corte decida in tal senso, sembra trattarsi di un alibi per rinviare le scelte sottolinea il costituzionalista ed ex parlamentare del Pd Stefano Ceccanti -. Le opposizioni pensano, nel caso, di andare di fronte agli elettori senza dire chi dovrebbe guidare un governo alternativo a Meloni? Penso che nessuno voglia davvero concedere alla premier in carica un vantaggio di questo tipo».

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