L'Italia piange Sandro Mazzola: 'Eri il figlio del calcio'
C'è qualcosa di più di un addio a una leggenda, nel saluto dell'Italia a Sandro Mazzola. C'è il senso di una perdita che va oltre, perché dietro il suo inconfondibile baffo portava dentro per via ereditaria la storia del calcio di un intero Paese. Una foto lo racconta meglio di mille parole: lui bambino, in piedi e con lo sguardo che guarda in basso le mani del padre Valentino - in maglia granata e accovacciato a terra a sistemagli i calzettoni. Pochi mesi dopo quello scatto ci sarebbe stata Superga, la fine tragica di una delle squadre più forti di sempre, di cui Valentino era capitano e stella indiscussa.
Quell'eredità Sandro se la sarebbe portata con sé, anche in paragoni inizialmente molto scomodi, diventando ciononostante un campione a sua volta, il primo grande figlio d'arte della storia del pallone. Fu Ferenc Puskas (che contro il padre aveva giocato) a sancirlo e ad assicurarglelo, da sconfitto, dopo la finale di Coppa dei Campioni del 1964 in cui l'interista segnò una decisiva doppietta.
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"Figlio di Valentino, figlio del calcio, tu stesso il calcio - riassume nel suo messaggio di addio il presidente Fifa, Gianni Infantino -. Sei stato poesia, la poesia più dolce: pallone e rime, un messaggio di costante bellezza". Un messaggio lasciato indossando sempre e solo due maglie: quella azzurra e quella nerazzurra della sua Inter, "una mamma" per lui. Tanto importante da andarsene nel giorno del centenario di San Siro, teatro domenicale delle sue prestazioni.
"Perdiamo un grande campione e una delle figure più amate nella storia del calcio italiano - scrive la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni -. Leggenda dell'Inter e degli azzurri campioni d'Europa nel '68, ha lasciato un segno indelebile nella nostra nazione". "Ho visto in lui l'incarnazione di un'Inter leggendaria - racconta il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che non ha mai fatto mistero della fede nerazzurra -. Ciao Sandro, bandiera eterna". "Ha saputo trasformare un cognome immenso in una storia altrettanto grande, costruita con talento, personalità, coraggio e una straordinaria umanità", lo omaggia il presidente della Figc, Giovanni Malagò.
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"Di lui rimarrà tutto quello che ha saputo dare con l'esempio, il comportamento e le parole", commenta il ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi. "Simbolo di talento e fedeltà a una sola maglia", scrive Giuseppe Sala, sindaco di Milano, la città che lunedì pomeriggio (alle 14:45) in Sant'Ambrogio darà l'ultimo saluto al campione, in un giorno che sarà anche di lutto cittadino.
"È un grande dolore per tutti", racconta all'ANSA Giancarlo De Sisti, storico compagno in azzurro nelle avventure dell'Europeo vinto nel '68 e del Mondiale di Messico '70, quello di Italia-Germania 4-3 e della finale persa con il Brasile di Pelè. Un torneo dove Mazzola si alternò, per volere di Valcareggi, con Gianni Rivera; una staffetta mai compresa fino in fondo dai due, con il milanista che oggi ricorda "il grande rapporto di amicizia" che li legava. "È un dispiacere immenso, sono particolarmente abbattuto per questa scomparsa", confessa Dino Zoff, che pure non dimentica le "sofferenze calcistiche" dategli dalla Grande Inter. Non sono soltanto i compagni a piangerlo, ma pure i campioni che ne hanno raccolto il testimone, anche grazie al suo zampino.
"Il mio Mazzola è stato quello che a 16 anni, quando ero in Primavera, spinse per farmi giocare in prima squadra - dice emozionato Beppe Bergomi -. Era dirigente dell'Inter e vedeva qualcosa in me". "Sei stato tra chi mi ha portato a Milano, un regalo di cui non smetterò mai di esserti grato", scrive Javier Zanetti. Dal padre Valentino al capitano nerazzurro del nuovo millennio, ottant'anni di storia del calcio italiano nella vita di un solo uomo. Anche questo è stato Sandro Mazzola, un ponte tra le generazioni.
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