Liste d’attesa, così è stato smantellato il monitoraggio. Ministero e Agenas davanti alla Corte dei conti per gli 1,8 miliardi sprecati
Giorni fa un insegnante di Lodi ha pubblicato su Facebook la prenotazione di un esame, un monitoraggio delle apnee notturne. Dal 24 settembre 2026 gli hanno dato appuntamento al 3 maggio 2028. Sono 587 giorni. Quanti ne fanno di questi esami all’ospedale di Lodi da qui ad allora? Davvero le agende sono piene? E quanti ne fanno i centri privati, favoriti dai ritardi del pubblico, anche a 500 euro l’uno? La Regione Lombardia non ha avuto la cortesia di risponderci. Peccato. Ma tanto è gratis. Quel ritardo, uno fra mille altri, non peserà neppure per uno zero virgola sui meravigliosi dati di rispetto dei tempi d’attesa.
A luglio il primo bollettino sulle liste d’attesa diffuso da Agenas – l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che la gente non sa cosa sia ma in questa materia conta anche più del ministero della Salute – ha detto che la Lombardia rispetta i tempi di attesa per l’81,8% delle visite e l’85,5% degli esami diagnostici (primo semestre 2026, in miglioramento sul ’25). Non c’è da andarne fieri: una visita su cinque è fuori dai tempi, non si sa di quanto perché i ritardi non sono pesati, così come 1,5 esami su 10. Ma soprattutto il monitoraggio è riferito solo a 14 visite specialistiche e a 22 esami diagnostici su un totale di 2.108 prestazioni. Sono monitorate solo le prime visite, non quelle di controllo. E ci danno solo percentuali, i valori assoluti no. Solo percentuali regionali, quando tutti sanno che Brescia va meglio di altre province lombarde. La trasparenza doveva essere la prima cosa e non c’è: perché succeda qualcosa è necessario sapere che per la colonscopia si aspettano 400 giorni alla Asl X e 250 alla Asl Y. I dati dovrebbero essere aperti per consentire analisi e verifiche, ma non lo sono.
Oggi 1° ottobre i responsabili del ministero – il capo di gabinetto Marco Mattei e forse il capo della segreteria tecnica Nicola Bonaccini – e dell’Agenas – il direttore Angelo Tanese – saranno davanti alla Sezione di controllo della Corte dei conti per rispondere dei rilievi sulle liste d’attesa, contenuti nella relazione di cui il Fatto ha scritto il 16 settembre. Il consigliere Giampiero Pizziconi osserva che i 1.800 milioni di euro spesi per le liste d’attesa tra il 2022 e il 2025 non si sono sono tradotti “in un incremento strutturale dell’offerta sanitaria”, anzi “permangono difficoltà – scrive – nel ricostruire il rapporto tra risorse assegnate, prestazioni effettivamente erogate e risultati”; sottolinea che “il sistema di monitoraggio” presenta sempre “elementi di fragilità derivanti dalla pluralità dei soggetti coinvolti” cioè Stato e Regioni; ricorda che la “carenza di personale” è un problema significativo. Se la caveranno scaricando sulle Regioni.
La Corte riconosce al governo che “il decreto legge 7 giugno 2024 n. 73 rappresenta il più rilevante tentativo di riforma, realizzato negli ultimi anni attraverso l’introduzione di un modello di governance maggiormente centralizzato” benché “gran parte delle innovazioni previste si trovi ancora in una fase di implementazione”. È il cosiddetto decreto Schillaci, approvato dal governo nei giorni delle Europee del 2024. Ma poi l’hanno smantellato: prevedeva un Organismo di controllo al ministero, ma non l’hanno mai istituito e con il decreto Pa 144 del 7 agosto scorso hanno eliminato le liste d’attesa dalle sue competenze. Il monitoraggio lo fa Agenas, che però è controllata dalle Regioni e presieduta dal presidente della Conferenza delle Regioni, il leghista Massimiliano Fedriga che guida il Friuli-Venezia Giulia. A Palazzo Chigi, in piena estate, hanno vinto i cosiddetti “governatori”.
È un’occasione persa perché il ministero aveva avviato qualche controllo, costringendo le Regioni a eliminare trucchi e trucchetti. Per esempio il Lazio, che dichiarava percentuali record di rispetto dei tempi grazie a un’alta percentuale di rifiuto della prima offerta (oltre l’80%) che consente di scomputare la prestazione dal monitoraggio dei tempi di attesa, ha aggiustato il cosiddetto ambito di garanzia e i rifiuti sono diminuiti. Ma un monitoraggio serio è lontano: dovrebbe misurare contemporaneamente le prestazioni del Ssn – azienda per azienda, separando il pubblico dal privato convenzionato – e l’intramoenia. Altrimenti, a posteriori, l’Istat continuerà a misurare l’aumento della rinuncia alle cure e della spesa sanitaria privata.
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