Regeni, polemiche dopo la condanna. Tajani: "Sentenza limitata", l'opposizione chiede informativa

Il giorno dopo la sentenza della Corte d'Assise di Roma sul caso Regeni, lo scontro è tutto politico. Al centro c'è la frase con cui il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva commentato il verdetto. Oggi, a margine del Forum Euromediterraneo dell'Acqua alla Nuvola di Roma, ha precisato la sua posizione.
Dopo otto ore di camera di consiglio, la Corte ha condannato a dieci anni tre 007 egiziani per il sequestro di Giulio Regeni e ha assolto il quarto imputato. Le motivazioni dovranno essere depositate entro 90 giorni. Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha osservato che la decisione riconosce che l'attività contro Regeni era stata compiuta da persone legate allo Stato egiziano. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo fin dall'inizio, l'ha definita "una sentenza storica" che conferma l'impianto accusatorio.
Ieri Tajani a caldo aveva sottolineato che "non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone", ricordando che si tratta di una sentenza di primo grado. Le parole hanno acceso le polemiche. Oggi, rispondendo ai giornalisti, ha detto di essersi "limitato a fotografare la sentenza" e di essere "stupito dalle polemiche". Ha poi corretto il tiro: "Il governo italiano continuerà a lavorare per arrivare alla verità. Vale più l'azione diplomatica che il clamore. Quella di ieri è una sentenza limitata, non ci dice chi sono gli assassini di Regeni. Noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane in ogni incontro su quello che per noi è fondamentale: scoprire la verità. Agire con diplomazia, con discrezione, non significa non agire. L'attività diplomatica non ha nulla a che vedere con copertura: noi non copriamo nulla, vogliamo soltanto scoprire la verità."
Tajani ha poi rivendicato i risultati ottenuti con questa strada, citando il caso di Patrick Zaki, e ha auspicato una soluzione per Nassy Guerra e sua figlia, alle quali le autorità egiziane hanno negato il permesso di lasciare il Paese dopo una condanna per adulterio.
Schlein: "Ha perso un'altra occasione per tacere", tutte le opposizioni chiedono informativa in Parlamento
La replica più dura è arrivata dalla segretaria del Pd Elly Schlein, presente ieri al sit-in davanti al tribunale, dove aveva parlato di "sentenza storica" ottenuta grazie al lavoro della Procura, dei legali e alla tenacia della famiglia. Oggi ha dichiarato: "Tajani ha perso un'altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese. Dimostra di non aver capito niente della sentenza di ieri, che condanna per il sequestro e la tortura di Giulio Regeni tre componenti dell'apparato di sicurezza del regime egiziano. Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi". E ha aggiunto: "Le parole di Tajani sono molto gravi perché arrivano proprio quando la giustizia ha compiuto un importante passo avanti dopo dieci anni di tenace battaglia per la verità da parte della famiglia Regeni e uno sforzo encomiabile della Procura. Tajani si risparmi i toni da assoluzione di ufficio, anche perché adesso è compito del governo far rispettare ed eseguire la sentenza emessa, con un'iniziativa politica e diplomatica forte e determinata, per pretendere dal governo egiziano di consegnare i responsabili alla giustizia e che paghi all'Italia il risarcimento che la sentenza ha stabilito".
Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, ha detto che tra tutte le parole possibili Tajani ha scelto "le peggiori". Il Fatto Quotidiano riferisce anche l'intervento di Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, che ha definito "grave" la posizione del ministro. Laura Boldrini ha letto la sentenza come una "vittoria della società civile" che ha impedito il calare del silenzio. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Avs) si sono rivolti direttamente alla premier: "Chiami Al Sisi e pretenda l'estradizione dei condannati". Pd, M5s e Avs hanno chiesto un'informativa urgente a Tajani sulle prossime mosse del governo. Le opposizioni sottolineano anche il silenzio di Giorgia Meloni.
Lo Voi: “L’impianto accusatorio ha retto”
Francesco Lo Voi, procuratore di Roma, dopo la lettura della sentenza osserva: “Dovremo attendere le motivazioni per riuscire ad avere il quadro completo del ragionamento della Corte d’assise. Credo si possa dire che la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto”.
“Ci sono state tre condanne su quattro, anche se non per tutti i reati, per una attività che era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano – argomenta Lo Voi -. Si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziana”.
Il procuratore commenta: “Siamo soddisfatti per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito. Siamo riusciti, attivando anche la Corte costituzionale, a procedere e a svolgere un processo davanti a una corte di assise autonoma e indipendente, in presenza della quale anche gli imputati assenti sono stati egregiamente rappresentati”.
La tesi dell'accusa
Per i pm il movente sarebbe stato la percezione errata di un'attività di intelligence ostile da parte di Regeni. Sequestro e torture sarebbero serviti a strappargli informazioni che, secondo l'accusa, non poteva fornire. Colaiocco ha sostenuto in aula che il processo offre una verità processuale costruita su prove, non una verità intuitiva o emotiva. Un testimone protetto, indicato come "Gamma", ha riferito di aver sentito Sharif vantarsi del fatto. La difesa di Sharif ha cercato di smontarne l'attendibilità e ha giudicato le prove prive della forza necessaria per giustificare una condanna.
I quattro imputati
Si tratta del generale Tariq Sabir, che è stato assolto, dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti e tre condannati a dieci anni. A ciascuno dei quattro era contestato il sequestro di persona pluriaggravato. Solo Sharif risponde anche di lesioni personali aggravate e omicidio aggravato, in concorso con persone mai identificate. Nessuno dei quattro ha mai partecipato a un'udienza. Sono formalmente irreperibili da anni per la mancanza di cooperazione egiziana.
Le richieste della Procura di Roma
Il 23 giugno il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo. Il carcere a vita è sollecitato per Sharif, ritenuto l'uomo che avrebbe ucciso Regeni. Le richieste dell'accusa non vincolano il collegio. La Presidenza del Consiglio, attraverso l'Avvocatura dello Stato, ha inoltre chiesto ai quattro un risarcimento di due milioni di euro.
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