Sciuto: «Accesso, talenti e ricerca, l’eccellenza passa anche dalla mobilità sociale»

Il Rapporto «Le leve per la crescita» individua nel capitale umano uno degli snodi decisivi per il futuro del Paese. È una prospettiva che, dalla guida di una grande università tecnico-scientifica, sento particolarmente vicina. In un’Italia che invecchia e avrà meno giovani, non possiamo permetterci di lasciare inutilizzato il talento disponibile. Dobbiamo allargare l’accesso alla formazione avanzata, essere capaci di attrarre competenze da altri Paesi e creare le condizioni perché conoscenza e ricerca si traducano in innovazione.
Pochi laureati
La prima sfida è l’accesso. L’Italia ha una quota di giovani con istruzione terziaria nettamente inferiore alla media europea: il 31,6% dei 25-34enni nel 2024, contro il 44,1% nell’Ue. Ma aumentare le immatricolazioni non basta. Dobbiamo chiederci chi può realmente permettersi di studiare e chi rischia invece di rinunciare per le proprie condizioni economiche, familiari o territoriali.
Per questo il diritto allo studio va oggi interpretato in una dimensione più ampia. Borse, esenzioni e servizi restano essenziali, ma nelle grandi città la possibilità di trovare un alloggio a condizioni sostenibili è parte integrante dell’accessibilità dell’università. Lo vediamo ogni giorno a Milano. Come Politecnico investiamo nelle residenze e negli strumenti di sostegno agli studenti; ma un ateneo, da solo, non può risolvere una questione che riguarda la città nel suo complesso.
Se studiare in una grande università comporta costi incompatibili con il reddito di una parte delle famiglie, si crea una barriera all’ingresso meno esplicita di altre, ma non meno selettiva. Diritto allo studio e politiche urbane devono quindi tornare a parlarsi: casa, trasporti e servizi sono ormai parte dell’infrastruttura educativa. È un terreno sul quale università, Pa e privati devono assumersi una responsabilità comune.
C’è poi una responsabilità specifica dell’università pubblica. Non possiamo misurare la nostra qualità soltanto sulla capacità di attrarre gli studenti migliori. Dobbiamo chiederci quanto riusciamo a ridurre il peso delle condizioni di partenza, accompagnando chi non ha alle spalle una famiglia con esperienza universitaria e intercettando precocemente il rischio di abbandono. La capacità di generare mobilità sociale dovrebbe diventare parte della nostra idea di eccellenza.
Pochi arrivi dall’estero
La seconda sfida riguarda i talenti. La mobilità internazionale dei nostri giovani non va contrastata. Studiare e fare ricerca all’estero significa crescere, costruire reti, acquisire competenze. Il problema nasce quando non siamo altrettanto capaci di attrarre e trattenere.
Dobbiamo rendere normale partire, possibile tornare e attrattivo arrivare in Italia. Anche da questo punto di vista il Politecnico è un osservatorio interessante: su circa 49mila studenti, quasi 10mila sono internazionali. E circa il 60% dei nostri laureati internazionali sceglie di rimanere a lavorare in Italia a un anno dal titolo.
Attrarre è soltanto metà del lavoro. Trattenere dipende dall’intero ecosistema: opportunità professionali, qualità delle carriere, retribuzioni, servizi, procedure amministrative, possibilità di costruire un progetto di vita. L’università può aprire la porta al talento internazionale; perché quel talento resti serve il Paese.
Pochi legami con le imprese
La terza sfida riguarda il rapporto tra ricerca e innovazione. L’Italia continua a investire meno della media europea. Il Pnrr ha prodotto una discontinuità importante: nuovi dottorati e ricercatori, centri nazionali, partenariati e collaborazioni con le imprese. La sfida adesso è non disperdere questo patrimonio.
Dal punto di vista dell’università, significa anche superare una visione lineare del trasferimento tecnologico. La ricerca non diventa innovazione quando genera un brevetto, ma quando università e imprese costruiscono relazioni continuative, quando dottorandi e ricercatori possono muoversi tra laboratorio e azienda, quando una scoperta incontra competenze imprenditoriali, capitale e mercato.
Il Politecnico ha costruito un patrimonio importante di proprietà intellettuale e collaborazioni industriali, anche con laboratori congiunti. Ma il numero di brevetti non può essere il punto di arrivo. La misura del successo è la capacità di trasformare conoscenza in nuove tecnologie, imprese, investimenti e occupazione qualificata.
Non basta aumentare l’offerta di ricerca: deve crescere la domanda di innovazione del sistema produttivo e la capacità di attrarre e trattenere imprese innovative internazionali. Dobbiamo creare più occasioni perché dottori di ricerca e ricercatori entrino nelle imprese, portando con sé metodo scientifico, competenze e innovazione.
Le tre sfide sono in realtà una sola. Dobbiamo rendere l’università accessibile a chi ha talento ma dispone di meno risorse; essere attrattivi da competere per le competenze internazionali; costruire un sistema economico capace di utilizzarle, favorendo la creazione e l’attrazione di imprese innovative internazionali.
La fase che si apre dopo il Pnrr dovrebbe segnare il passaggio dalla politica dei progetti alla politica delle istituzioni. Formazione e ricerca richiedono continuità, ma anche obiettivi chiari e risultati.
In un Paese con meno giovani, ogni talento perso pesa più che in passato. Per questo considero l’università non soltanto un luogo di formazione e ricerca, ma una delle infrastrutture fondamentali attraverso cui il Paese costruisce crescita, mobilità sociale e futuro.
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