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Monday, November 2, 2026

Microduck, il nuovo papero robotico che simula un animale: quanto saremo disposti ad affezionarci?

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Microduck, il nuovo papero robotico che simula un animale: quanto saremo disposti ad affezionarci?

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di Fabrizio Marozzo*

Immaginate un piccolo papero robotico che gira per casa, reagisce a quello che gli accade intorno e riesce persino ad afferrare piccoli oggetti con il becco. Quando simula tristezza abbassa la testa ed emette suoni malinconici; quando esprime felicità produce versi più acuti e movimenti vivaci. Si chiama Microduck, è alto appena 25 centimetri, pesa meno di 800 grammi e si può preordinare a 399 dollari. Sviluppato da Pollen Robotics, il gruppo di robotica di Hugging Face, è stato mostrato durante un evento NVIDIA a Berlino. A guardarlo sembra poco più di un giocattolo. Eppure racconta la direzione che sta prendendo la robotica.

Una delle sue caratteristiche più curiose è la voce. Ogni Microduck ha un’identità sonora unica, legata al numero di serie del processore: due esemplari, quindi, emettono suoni diversi. Un dettaglio che li rende riconoscibili, quasi avessero una personalità. Attraverso suoni e movimenti del corpo, il robot riesce così a simulare diversi stati emotivi. Naturalmente non li prova davvero: ne riproduce soltanto i segnali esteriori. Eppure, osservandolo, viene spontaneo attribuirgli uno stato d’animo. La somiglianza con il mondo animale si fa ancora più evidente quando due o più Microduck si incontrano, interagiscono tra loro e possono persino eseguire una sorta di coro.

Dietro questa scena buffa c’è un lavoro ingegneristico tutt’altro che banale. Il software è open source, quindi può essere studiato e modificato per sviluppare nuovi comportamenti. Ma la parte forse più interessante riguarda il modo in cui il robot impara. Grazie a un gemello digitale, Microduck può allenarsi in un ambiente virtuale nel cloud, sperimentando migliaia di movimenti prima di trasferire quanto appreso al robot reale. È così che può acquisire anche abilità insolite, come usare i pattini.

C’è poi la questione dell’efficienza. In un corpo così piccolo devono convivere quindici motori, sensori e una rete neurale che aiuta a coordinare i movimenti. E non è tutto. Immaginiamo di aggiungere la capacità di comprendere il linguaggio, ragionare su una richiesta e trasformarla in azioni precise nel mondo fisico. Tutto questo richiede una notevole capacità di calcolo e consumi energetici che devono rimanere contenuti in dispositivi così piccoli e leggeri. La natura affronta sfide simili da milioni di anni: gli animali percepiscono l’ambiente, reagiscono e si muovono con un’efficienza energetica sorprendente. Riprodurre queste capacità in una macchina è tutt’altro che scontato.

Ma il mondo animale non è soltanto un modello di riferimento per l’efficienza nella robotica. Anche la scelta di dare a Microduck una voce riconoscibile, movimenti espressivi e una certa socialità si ispira direttamente alla natura, probabilmente per favorire un rapporto affettivo con chi lo utilizza. Non è difficile immaginare piccoli robot simili nelle nostre case, a metà strada tra giocattoli intelligenti e assistenti domestici. Potrebbero divertirci, farci compagnia, imparare nuovi comportamenti. E avrebbero una comodità innegabile: non sporcano, non devono essere portati fuori, non si ammalano. Se partiamo per una settimana possiamo spegnerli e ritrovarli dove li abbiamo lasciati.

Ma un cane o un gatto sono tutt’altra cosa. Non simulano le emozioni secondo un programma: sono esseri viventi, con istinti e bisogni biologici, capaci di provare piacere, dolore e paura. Il legame che costruiscono con noi nasce dalla convivenza, dalle abitudini e dalla fiducia che cresce nel tempo. Un legame che comporta anche delle responsabilità: un animale ha bisogno di noi anche quando siamo stanchi o vorremmo fare altro. Può invecchiare, ammalarsi e soffrire, richiedendo cure e attenzioni sempre maggiori. Un robot potrebbe offrirci gli aspetti piacevoli della compagnia senza lo stesso impegno. Del resto, tendiamo a scegliere ciò che ci semplifica la vita. E quando una tecnologia entra nelle nostre abitudini e ci offre nuove comodità, difficilmente siamo disposti a rinunciarvi.

Ma simulare la vita non significa viverla. La biologia è una cosa, il silicio un’altra. Questo non toglie nulla al valore tecnologico di Microduck, che dimostra quanto rapidamente stia progredendo la robotica, anche grazie all’intelligenza artificiale. Sono convinto che dispositivi simili entreranno in molte case, diventando sempre più capaci di interagire con noi e accompagnarci nella vita quotidiana. Ma proprio questa prospettiva, lo ammetto, mi lascia non poche perplessità. Il punto non è soltanto ciò che queste macchine saranno in grado di fare, ma soprattutto il posto che finiremo per riservare loro nella nostra vita.

Forse la domanda più interessante non è quanto i robot riusciranno ad assomigliare agli animali, ma quanto noi saremo disposti ad affezionarci a qualcosa che sembra vivo senza esserlo davvero.

*professore associato di Ingegneria informatica, Università della Calabria

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