Perché mi vergogno di essere italiano. Anche per il gioco d’azzardo
Premesso che mi vergogno a prescindere (ricordando Totò) di essere italiano, ultimamente è accaduto un fatto che mi ha confortato nello sgomento di essere nato in questa espressione geografica (ricordando Metternich). In realtà il fatto è duplice e riguarda due squadre di calcio nostrane partecipanti alla Champions League, appena iniziata: Inter e Roma. La prima era impegnata a Madrid contro il Real, la seconda a Istanbul contro il Fenerbahçe.
Bene, a queste due squadre è stato impedito di indossare le loro abituali casacche perché i loro principali sponsor sono due società di scommesse sportive, Betsson per l’Inter (“la passione fa la differenza” così il Pupone, alias Francesco Totti) e Eurobet per la Roma. Il motivo? Semplicemente perché sia in Spagna che in Turchia vige il divieto di sponsorizzazione di marchi di scommesse su divise da gioco o da allenamento.
In Turchia ad onor del vero sono fatte salve le sponsorizzazioni di operatori locali autorizzati. Questo anche se le scommesse sono una grande affare internazionale e si calcola che ben il 23% degli sponsor in Europa sia area scommesse, ma è anche vero che sono una piaga sociale.
Ma limitiamoci all’Italia perché qui il caso è davvero singolare ed incrementa la mia – e spero vostra – vergogna. Nel nostro Paese esiste una norma molto chiara che vieta la pubblicità al gioco d’azzardo, è il decreto-legge n. 87 del 2018 (cosiddetto “decreto dignità” convertito nella legge 9 agosto 2018, n. 96) col quale è stato introdotto un divieto assoluto per la pubblicità di giochi e scommesse, ivi incluse le sponsorizzazioni e le forme di pubblicità indiretta. In particolare l’art. 9 riguarda il divieto di qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, indipendentemente dal mezzo utilizzato.
Incredibile ma vero, l’Agcom il 18 aprile 2019 ha emanato delle linee guida sulle modalità attuative del divieto di pubblicità contenuto nell’articolo 9 del decreto dignità, affermando, tra l’altro, che i siti di infotainment — portali che producono contenuti sportivi generici come risultati e classifiche ma richiamano nel nome e nel logo un operatore attivo nel campo delle scommesse — sono da considerare autonomi rispetto all’attività di gioco del gruppo di appartenenza, e come tali pubblicizzabili.
Ergo, era/è sufficiente creare un sito piccolo piccolo ma satellite di quello delle scommesse per rientrare nella legalità. Tanto per farvi capire Betsson ha creato Betsson.sport, Eurobet ha creato Eurobet.live. Un caso davvero singolare di interpretazione di norma che stravolge la norma stessa. Contenta ovviamente la Lega Calcio, contenti i governi che si sono susseguiti dal 2019 in poi (e zitto il M5S che del divieto alla pubblicità fece una propria storica battaglia).
Del resto si possono capire i nostri governanti: nel 2025 la raccolta di gioco in Italia ha raggiunto la cifra record di 165,3 miliardi, con entrate erariali pari a 11,4 miliardi: un bel gruzzoletto. E chissenefrega se la gente si rovina (il gioco – lo ricordo – è una addiction, una dipendenza, esattamente come la droga). Intanto le squadre di calcio festeggiano, grazie alla benevola Agcom: Betsson versa alle casse dell’Inter la bellezza di 30 milioni di euro a stagione. Non propriamente noccioline.
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