Francia, quando con le proteste gli studenti ottennero 4,5 miliardi di franchi. E tutte le volte che i cortei hanno fatto cambiare idea ai governi
Chi oggi manifesta per le strade della Francia, potrebbe avere genitori che animavano i cortei degli anni ’90. C’è un grande precedente che ha segnato la storia delle proteste studentesche in Francia e che, in questi giorni di blocchi e mobilitazioni, è tornato a essere evocato. Era il 1990 e folle di liceali decisero di sollevarsi per chiedere: interventi sugli edifici, aumento del numero dei docenti e condizioni di studio degne. Più o meno quello che si chiede ancora oggi, come se il tempo e gli esecutivi non fossero mai passati. Allora, il governo era socialista e ministro dell’Educazione il futuro primo ministro Lionel Jospin: dopo un mese di contestazioni, decise di rispondere alle rivendicazioni con un finanziamento di 4,5 miliardi di franchi (1,2 miliardi di euro). Nessuno lo ha più dimenticato: i lunghi tavoli di contrattazione con i rappresentanti degli studenti, la politica che dà ascolto a giovani che non sono solo considerati contestatori, ma veri e propri attori politici. Per molti, è la grande differenza con oggi: governi che (volenti o nolenti) prendono in considerazione chi chiede la parola, mentre ora la reazione sono timidi annunci e una repressione durissima. Quando si parla di rivolte, il pensiero va subito al maggio 1968, ma le mobilitazioni arrivate in seguito hanno saputo difendersi sia sul fronte della concretezza che su quello dei risultati. Non c’è solo il 1990, ma anche il 1994, il 1998, il 2006 e il 2008. Le proteste certo sono continuate anche dopo, senza però riuscire a ottenere retromarce di grande portata. Il risultato? Solo rabbia sociale che si accumula e una politica sempre più sorda.
La protesta del 1990
È metà ottobre, gli studenti e i professori del liceo Auguste Blanqui a Saint-Ouen, nella banlieue Nord di Parigi, si mettono in sciopero dopo lo stupro di una studentessa. In una intervista dell’epoca, rilanciata dal canale dell’Ina (l’archivio pubblico audiovisivo), il professore Pierre Petremann dice: “È a causa della condizione di miseria della scuola che la giovane ragazza è stata violentata”. Vengono ricevuti dal ministero e sospendono lo sciopero, ma la scintilla è scoccata. È un anno dopo la caduta del muro di Berlino, lo slancio viene da lontano e c’è la convinzione che le cose possano succedere. Il primo ministro Michel Rocard e il suo ministro Jospin accettano di vedere i rappresentanti dei liceali: promettono nuovi docenti e supervisori. Arrivano le vacanze scolastiche, ma la mobilitazione resiste: “Des pions et du pognon” (letteralmente “sorveglianti e soldi”), gridano con uno slogan che diventerà famoso in tutto il Paese. Il 5 novembre sono in 100mila, il 12 in 300mila e anche il presidente della Repubblica François Mitterand decide di riceverli. Non mancano gli scontri e le violenze, ma le istituzioni scelgono comunque di aprire un dialogo. Due giorni dopo, viene annunciato un piano d’urgenza per l’educazione. Per i liceali non basta e trattano ancora: chiedono altri 500milioni di franchi e impongono ben undici ore di confronto al governo. Alle fine, ottengono anche maggiori spazi di parola e la presenza negli organi di rappresentanza scolastica: un passaggio decisivo per la considerazione di chi si trova dietro i banchi e che segnerà tutte le mobilitazioni venute dopo.
Tutte le vittorie degli studenti
Dopo quel successo passano solo quattro anni e, nel 1994, gli studenti delle superiori e delle università conquistano un altro risultato: il ritiro dello “Smic Jeunes”, il cosiddetto salario minimo per i giovani. Dopo un mese di proteste, il governo Balladur ritira il “Contrat d’insertion professionnelle” che avrebbe permesso di pagare i giovani sotto la tariffa minima ordinaria. Stesso destino, solo un anno dopo, per la riforma degli istituti universitari di tecnologia: gli studenti temono che venga ristretta la loro possibilità di proseguire gli studi e rifiutano il piano. È il 1995 e le proteste costringono Balladur a un altro passo indietro. Nel 1998 il movimento torna in piazza e lo fa contro il governo socialista di Jospin: si chiedono nuovi mezzi, insegnanti e finanziamenti. Strappano l’annuncio di fondi, 3mila sorveglianti a tempo parziale e 10mila assistenti educativi, non abbastanza per alcuni dei coordinamenti indipendenti degli studenti. Nel 2003 sono gli universitari a farsi sentire contro il governo conservatore: si mobilitano per affossare il progetto di autonomia degli atenei del ministro Luc Ferry che, dopo le contestazioni in primavera e autunno, viene accantonato. Due anni dopo, 2005, il ministro diventa François Fillon e la riforma bocciata dalla piazza è quella del “baccalaureat”, ovvero la proposta di dare più peso alla valutazione durante l’anno piuttosto che a quella dell’esame finale. Gli studenti si oppongono, il provvedimento va avanti ma non su questo punto. Nel 2006 a essere fronteggiato è invece il cosiddetto “Contrat première embauche” (Cpe): ovvero il contratto che avrebbe permesso il licenziamento senza motivazione nei primi due anni. Il fronte degli studenti si unisce ai sindacati e il governo Villepin deve accettare la sconfitta: la riforma del lavoro viene ritirata. Nel 2008, la piazza si rivolta contro la proposta di riforma del ministro Xavier Darcos e il governo di destra a guida Fillon: vogliono cambiare l’organizzazione dei licei e fare tagli al personale. “Ridateci i nostri prof”, si legge sugli striscioni di quei giorni. È una delle ultime grosse concessioni: le mobilitazioni continuano, la loro forza di trattativa sembra indebolirsi ogni anno di più. Nel 2009 costringono a congelare i tagli dei docenti universitari o nel 2016 la protesta congiunta con i sindacati alla loi travail fa strappare un pacchetto di misure per i precari. I governi ascoltano sempre meno, gli studenti continuano a protestare.
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