L’Iran che resiste: “I giovani hanno una capacità critica che gli ayatollah faticano a frenare. L’aggressione di Usa e Israele però ha peggiorato la situazione”
Il 16 settembre di 4 anni fa veniva torturata e ridotta in fin di vita a bastonate dalla polizia morale la ventenne curda iraniana diventata nota con il nome di Mahsa Amini. Era stata sorpresa con alcune ciocche di capelli che fuoriuscivano dal velo e per questo era stata portata al primo posto di polizia da dove uscì in coma per poi morire in ospedale tre giorni dopo. Sul suo tragico destino ha pesato oltre, evidentemente, al fatto di appartenere al genere femminile anche il fatto che fosse di etnia curda, una delle più perseguitate dal regime degli ayatollah. Il suo omicidio di Stato ha dato vita alla prima rivoluzione iraniana guidata da donne, soprattutto ragazze, subito appoggiata dagli studenti universitari e persino da padri, mariti e figli.
Nel libro di Greta Privitera intitolato Libertà, Libertà! – che verrà presentato giovedì 1 ottobre alle 18.30 a Roma presso l’ex circolo degli Artisti e in cui la giornalista dialogherà con lo scrittore Paolo Giordano e la vice direttrice del nostro giornale, Maddalena Oliva – il movimento Donna, Vita, Libertà, nato in seguito alla vicenda di Mahsa Amini, viene raccontato dalle protagoniste attraverso telefonate, messaggi, video.
Lei scrive di essersi messa in ascolto dal momento in cui sono iniziate le prime manifestazioni di piazza delle donne perché non era in Iran. Cosa ha appreso?
La crudeltà di un regime gerontocratico e la forza della generazione Z, cioè dei giovani iraniani che anche grazie agli smartphone e ai social hanno sviluppato una capacità critica che gli ayatollah non riescono più a tenere a freno. Nel libro faccio parlare anche intellettuali, premi Nobel come Shirin Ebadi e Narges Mohammadi e artisti che assieme alla gente comune scesa in piazza negli anni mi hanno permesso di ricostruire la storia di un paese dove non sono mai stata, perchè il regime mi ha rifiutato il visto d’ingresso.
Il sottotitolo del libro è: “L’Iran che resiste da Khomeini alla guerra di Trump e Netanyahu”, significa che ha ricomposto la storia della rivoluzione islamica realizzata anche dai nonni e genitori dei manifestanti che lo scorso gennaio sono scesi in massa nelle strade di tutto l’Iran contro il regime?
Sì, quei genitori che hanno sostenuto il Movimento Donna, Vita, Libertà del 2022 e hanno partecipato con i figli alle proteste di gennaio. Cittadini che dopo aver contribuito a cacciare lo Scià e dare il potere a Khomeini, si sono ritrovati a vivere sotto un regime molto più oppressivo e liberticida rispetto a quello precedente.
Eppure le donne hanno potuto continuare a frequentare le scuole fino all’università tanto che il numero delle universitarie è maggiore rispetto a quello degli studenti maschi. Come si spiega questo paradosso?
È stato un “errore” del regime, direi una sottovalutazione, ma è dovuto anche al fatto che durante la guerra con l’Iraq la maggior parte degli uomini era al fronte e, al contempo, l’economia del paese aveva bisogno di una forza lavoro qualificata, che è stata costituita dalle donne.
La guerra di Trump e Netanyahu ha catturato la scena mediatica facendo scomparire la persecuzione tuttora in atto degli iraniani che nove mesi fa avevano dato vita a una nuova ondata di proteste di massa che sembrava essere sul punto di far crollare il regime. Oltre a essere illegale secondo il diritto internazionale, questa aggressione ha danneggiato i cittadini che chiedono di essere liberi dall’oppressione del regime?
Sì, senza dubbio. Una fonte qatarina me lo ha confermato, ma anche attraverso i siti e gli iraniani e iraniane che sento costantemente con telefonate e messaggi, emerge che continuano gli arresti dei manifestanti e le esecuzioni. Da gennaio sarebbero almeno 26 i manifestanti impiccati.
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