Il Premio Tenco a Manuel Agnelli e i miei dubbi sulla “commissione che seleziona”
Dal 22 al 24 ottobre il Premio Tenco torna al Teatro Ariston di Sanremo. L’edizione 2026 si intitola Dio è morto e tra i Premi Tenco alla carriera annunciati dal Club Tenco ce n’è uno che, almeno a me, fa stridere qualcosa: quello assegnato a Manuel Agnelli e agli Afterhours. Per capire il motivo bisogna restare a Sanremo e tornare al 26 gennaio 1967, quando Luigi Tenco porta al Festival Ciao amore ciao. La canzone raccoglie appena 38 voti su 900, viene eliminata e non viene ripescata: la commissione presieduta da Ugo Zatterin le preferisce La rivoluzione di Gianni Pettenati. Quella notte Tenco lascia un biglietto: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.”
Una commissione che seleziona. Quasi sessant’anni dopo, il premio alla carriera che porta il suo nome va a Manuel Agnelli e agli Afterhours.
L’idea di questo blog nasce da una mia vecchia convinzione, o forse da un delirio organizzato: il disco ideale è composto da nove tracce, quattro sul lato A e cinque sul lato B. Mi piace pensare che qualsiasi storia possa essere raccontata attraverso nove canzoni. Questa volta il disco viene quasi da sé: sul lato A quattro canzoni di Luigi Tenco, sul lato B cinque degli Afterhours. Due facce dello stesso disco per provare a capire come si possa arrivare da “una commissione che seleziona” a questo premio alla carriera.
LATO A
1. Ciao amore ciao
Prima ancora dei 38 voti e del ripescaggio negato, Ciao amore ciao racconta già qualcosa del rapporto fra Tenco e il sistema nel quale aveva deciso di entrare. La canzone aveva avuto una lunga gestazione e tra le versioni precedenti c’era Li vidi tornare, un testo antimilitarista poi abbandonato in favore di quello che Tenco avrebbe portato a Sanremo, dove al posto dei ragazzi che partono per la guerra c’è chi lascia la propria terra per cercare altrove un futuro. Tenco, dunque, a Sanremo ci va e accetta la gara. È importante ricordarlo, perché rende molto meno comoda la storia che verrà dopo. Per Tenco il problema era chi decideva chi dovesse continuare.
2. Cara maestra
Era già successo cinque anni prima. Nel 1962 la commissione d’ascolto della Rai boccia Cara maestra, un brano che se la prende con l’ipocrisia di chi insegna principi che poi, nella vita, non rispetta, e la conseguenza per Tenco è pesante, due anni fuori dalle trasmissioni Rai. Prima di quella notte a Sanremo, quindi, Tenco aveva già conosciuto il potere di chi ascolta una canzone e stabilisce se possa arrivare oppure no al pubblico. Il biglietto del 1967 non nasce nel vuoto.
3. Vedrai, vedrai
Vedrai, vedrai è dedicata alla madre, che lo aveva cresciuto da sola e avrebbe voluto per lui un futuro più sicuro di quello del musicista. Ed è una canzone importante anche per togliere di mezzo un equivoco: Tenco il successo lo voleva, voleva arrivare alle persone e dimostrare che quella strada aveva un senso. Non era un artista che disprezzava il pubblico o che considerava il successo una colpa. È proprio questo a rendere più pesanti le parole che avrebbe lasciato nel 1967.
4. Un giorno dopo l’altro
Nel 1966 Un giorno dopo l’altro diventa la sigla delle Nuove inchieste del commissario Maigret, lo sceneggiato Rai con Gino Cervi. Anche questo va ricordato, perché sarebbe troppo facile trasformare Tenco nel nemico della televisione. In televisione ci lavorava e ne conosceva la potenza. Non era nemmeno contro le competizioni, visto che l’anno dopo sarebbe andato a Sanremo. Il punto era un altro: chi decide, e con quali criteri, che una canzone merita di andare avanti.
Giriamo il disco.
LATO B
5. Male di miele
Hai paura del buio?, 1997. Per una generazione gli Afterhours sono stati anche questo: la dimostrazione che si potesse fare rock in italiano senza chiedere al mainstream il permesso di esistere. Dietro c’erano la Mescal e un pubblico costruito concerto dopo concerto. Nel 2001 Agnelli dà vita al Tora! Tora!, festival itinerante capace di mettere sullo stesso palco una parte enorme della scena alternativa italiana. Ha fatto tanto per quella musica, e il suo peso simbolico nasce anche da qui.
6. Quello che non c’è
Nel 2002 esce Quello che non c’è. Quattordici anni dopo, quello che non c’è più è la distanza fra Manuel Agnelli e i talent televisivi. Nel 2016 si siede per la prima volta al tavolo dei giudici di X Factor e vi tornerà più volte, fino alla sesta partecipazione nel 2024. Non c’è niente di male nell’essere giudice di X Factor. Ma se ti chiami Manuel Agnelli quella scelta a mio avviso pesa diversamente, perché chi per anni aveva rappresentato una musica cresciuta fuori dai meccanismi del mainstream entra in uno dei suoi dispositivi più potenti, e ci entra da giudice.
7. Non è per sempre
Nessuna posizione è per sempre, nemmeno quella di simbolo dell’indipendenza. Agnelli ha rivendicato il tentativo di portare dentro X Factor la propria idea di musica, e liquidare tutto con la parola “venduto” sarebbe troppo facile. Un artista ha il diritto di cambiare e di entrare nei luoghi dai quali un tempo sembrava distante. La mia obiezione riguarda i simboli: uno dei volti più riconoscibili della musica alternativa italiana si è seduto dall’altra parte del tavolo, dove si decide chi continua e chi viene eliminato.
8. Il paese è reale
Il problema, infatti, non è Sanremo, dove gli Afterhours erano già andati nel 2009 con Il paese è reale. Eliminati alla prima serata, vinsero il Premio della Critica Mia Martini, e da quella partecipazione nacque un progetto che coinvolse altri diciotto artisti della scena alternativa italiana. Quella volta Agnelli era dentro la gara, come Tenco nel 1967, e usava il palco più mainstream della musica italiana per portarci qualcosa che normalmente lì trovava poco spazio.
9. Padania
Nel 2012 Padania vince la Targa Tenco come miglior album dell’anno, ex aequo con Come il suono dei passi sulla neve di Zibba & Almalibre. Quel premio non mi crea alcun cortocircuito, perché giudicava un disco, arrivato in un momento preciso della storia degli Afterhours. Nel 2026, però, a essere premiata è una carriera, e una carriera comprende tutto: Hai paura del buio?, il Tora! Tora!, Il paese è reale, Padania e anche X Factor. Il valore della musica degli Afterhours qui non è in discussione. Cambia il significato di premiarne la carriera nel nome di Tenco.
Arrivato alla fine del disco, lascio ad altri la questione se Manuel Agnelli meriti il Premio Tenco. A me interessa la scelta di chi glielo assegna. Nel 1967 Luigi Tenco lasciò scritto che protestava contro “una commissione che seleziona”. Nel 2026 il premio che porta il suo nome va anche a un uomo che per sei edizioni ha scelto di sedersi nella commissione di un talent show, a decidere chi potesse andare avanti e chi dovesse fermarsi. E allora la domanda che mi resta è quanto pesi ancora, in quella scelta, il nome che il premio porta. Chissà cosa ne penserebbe Luigi.
Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica collegata. È lì che il blog vive davvero.
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