Ex Ilva, a mezzanotte si chiude la gara per quel che resta dell’acciaieria. E Flacks si sfila: “Prima un incontro con Meloni”
La gara per l’ex Ilva arriva al momento della verità con gli altoforni spenti e migliaia di posti di lavoro appesi a un’offerta. Ma a poche ore dalla scadenza per la presentazione delle proposte vincolanti, a mezzanotte, il confronto tra i potenziali compratori sembra trasformarsi in una corsa con un solo concorrente. Flacks Group, il fondo americano di private equity che nei giorni scorsi aveva confermato di essere ancora interessato all’acquisizione, ha fatto sapere che non sarà in grado di aggiornare la propria proposta prima di “aver incontrato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni“. Il che mette fuori gioco il gruppo dalla scadenza di oggi.
A restare in campo dovrebbe essere Jindal, il gruppo indiano che guarda all’intero perimetro dell’ex Ilva e che già ad agosto aveva aggiornato l’offerta tenendo conto della chiusura dell’area a caldo. Mentre la cordata italiana guidata da Federacciai non pare voler trasformare la manifestazione d’interesse in un’offerta vincolante, potrebbe invece muoversi in autonomia la sola Arvedi, leader italiano nella laminazione, interessata a rilanciare i laminatoi e poi costruire due forni elettrici.
La procedura di vendita era partita nel luglio 2024, dopo che il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva disposto l’amministrazione straordinaria. Da allora la gara è stata modificata e prorogata più volte, fino all’ultimo rinvio: il termine per presentare le offerte vincolanti, inizialmente fissato al 15 ottobre, è stato spostato all’8 novembre per dare più tempo alle realtà che hanno avuto accesso alla dataroom. Ma il passaggio decisivo arriva con l’attività produttiva ferma.
Lo spegnimento degli impianti è stato completato dopo la pronuncia della Cassazione che ha confermato il decreto della Corte d’Appello di Milano che a luglio ha disposto lo stop dell’area a caldo. “Non c’è più nulla di acceso”, ha dichiarato Maurizio Saitta, direttore generale di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. E senza area caldo di addetti ne serviranno comunque molti di meno per far funzionare gli impianti: circa 2mila. Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per un massimo di 8.622 lavoratori, contro gli attuali 4.450.
Si continua a parlare di acciaio green e l’impegno sulle prospettive occupazionali e la decarbonizzazione è stato confermato dal governo durante l’ultimo tavolo a Palazzo Chigi, anche attraverso il confronto con grandi partecipate pubbliche e Rheinmetall. Per la richiesta dei sindacati di un cronoprogramma bisogna però attendere ancora. I prossimi passi saranno discussi in un successivo incontro a Palazzo Chigi, previsto per la metà di novembre.
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