Iran, Khamenei avverte Trump: 'Se ci attaccate risposta senza confini'
Gli Stati Uniti hanno già allertato i Paesi del Golfo: una nuova offensiva contro l'Iran è possibile dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. L'avvertimento risuona anche a Teheran, sulla quale da settimane aleggia lo spettro di nuovi raid. "Risponderemo a qualsiasi minaccia senza restrizioni geografiche", assicura la Guida suprema Mojtaba Khamenei in un incontro - ancora in una località segreta - con i vertici delle sue forze armate, lasciando intendere che il conflitto potrebbe estendersi al Golfo e oltre. Mentre i mediatori cercano di raggiungere un accordo che faccia ripartire le trattative e scongiuri un attacco in grado di mettere in pericolo i Paesi vicini dell'Iran, Donald Trump valuta le sue prossime mosse.
"Non ha ancora deciso. Siamo aperti a una soluzione diplomatica del conflitto", ha detto il segretario di Stato Marco Rubio da Atlanta, dove ha ospitato il G20 dei ministri degli Esteri, cercando di stemperare i timori di un attacco imminente. Rassicurazioni che, però, non convincono. Secondo indiscrezioni, infatti, il commander-in-chief sarebbe pronto a riprendere gli attacchi in caso di una sonora sconfitta dei repubblicani alle midterm. "Se si sentirà imbarazzato farà qualcosa di audace. E' questo che tutti dicono agli iraniani. Il momento migliore per arrivare a un accordo è ora", ha spiegato una fonte americana ad Axios. Un attacco potrebbe scattare dunque già il 4 novembre, all'indomani del voto, se i conservatori perdessero: procedere immediatamente consentirebbe a Trump di distogliere l'attenzione da una bruciante sconfitta e rivendicare il suo ruolo di leader di fronte ai democratici. L'amministrazione è comunque divisa su come procedere anche alla luce degli ingenti costi dell'operazione: solo i danni causati dagli attacchi iraniani alle strutture militari americani in Medio Oriente potrebbero raggiungere i 15 miliardi di dollari, che vanno sommati agli oltre 47 che la guerra è costata finora. Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegsteh sono scettici sul raggiungimento di un accordo con l'attuale regime, mentre JD Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner vogliono riprendere i negoziati.
E in quest'ottica si inserisce la lettera del vicepresidente al segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei. Nonostante abbia autorizzato la missiva mostrandosi aperto al dialogo, Trump nutre forti dubbi sul fatto che l'Iran sottoscriva un accordo che lui trova accettabile. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, preme sul presidente affinché lasci che la campagna di pressione economica faccia effetto invece di tornare a combattere. Emerso dalle urne senza un chiaro vincitore, Israele guarda alle elezioni americane e alle prossime mosse di Trump. Un attacco sarebbe un possibile assist a Benyamin Netanyahu: gli consentirebbe di restare al potere con un governo di unità nazionale nel quale potrebbe confluire anche Gadi Eisenkot. Un'opzione, questa, che rassicurerebbe l'amministrazione americana, più volte critica delle posizioni poco moderate dei ministri di ultradestra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Dietro le quinte il pressing dei mediatori continua senza sosta. Dopo una maratona di 14 ore venerdì, il Qatar è tornato a sedersi con l'Iran a Doha nel tentativo di sbloccare il dialogo. Per Teheran è presente il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che - in un'intervista a Al Jazeera - ha definito un "passo positivo" la lettera di Vance perché "apre la porta a un dialogo e una comprensione più ampi". I negoziati finora sono stati ostacolati da due richieste opposte: da un lato l'insistenza dell'amministrazione Trump affinché l'Iran conceda aperture sul fronte nucleare come condizione per riprendere i colloqui, dall'altra parte la richiesta dell'Iran che venga rimosso il blocco navale americano e di sblocchino i fondi congelati. Nonostante questo i mediatori spingono alla ricerca di un'intesa che eviti ulteriore caos in Medio Oriente, impedisca nuovi attacchi alle strutture energetiche della regione e consenta la riapertura dello Stretto di Hormuz a favore della ripresa dell'economia mondiale.
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