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Thursday, October 1, 2026

“Il tetto è propaganda, in classe servono docenti d’italiano per stranieri”: la lettera di una preside a Mattarella e Valditara

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“Il tetto è propaganda, in classe servono docenti d’italiano per stranieri”: la lettera di una preside a Mattarella e Valditara

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“Come dirigente scolastica — e prima ancora come educatrice — per me nessun alunno è straniero. Sono tutte e tutti miei studenti. Qualunque sia la loro origine o la loro storia, sono a scuola per esercitare il diritto all’istruzione. Sono minori, rappresentano il futuro e la speranza in un mondo spesso ostile, costruito dalle generazioni adulte. Ciò di cui le nostre scuole hanno disperatamente bisogno non sono vincoli formali, ma risorse umane stabili: docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua”. A scrivere queste parole in una lettera pubblica è Lucia Donat Cattin, preside dell’istituto comprensivo “Karol Wojtyla” di Garbagnate Milanese. Due i destinatari: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Il riferimento è al decreto Scuola approvato dal governo, che prevede il tetto del 30% di stranieri non italofoni nelle classi e l’obbligo, da parte dei dirigenti, di segnalare agli assistenti sociali i genitori degli alunni che non parlano bene la nostra lingua, per far frequentare loro corsi presso i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia). La professoressa Donat Cattin ha sentito il dovere di rivolgersi a Mattarella e Valditara nella speranza che il provvedimento venga cambiato: “Certo mi piacerebbe avere una risposta, ma non la pretendo. Spero solo che le mie parole servano a riflettere”, dice al Fatto.

La dirigente ha alle spalle un curriculum significativo: un master in Intercultura, si è specializzata nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri, insegnando Lettere per 15 anni in un professionale. Prima di diventare preside, è stata membro del direttivo nazionale del sindacato Usb Scuola. Oggi è a capo dell’istituto di Garbagnate, una di quelle scuole “complesse” che il ministero dell’Istruzione classifica in fascia “A”: conta 1.121 alunni, con un tasso di studenti con bisogni educativi speciali (Bes) pari al 42% e 211 studenti con cittadinanza non italiana (circa il 19%). “Leggendo le disposizioni del decreto le relative linee guida, provo una profonda preoccupazione: queste misure non rispondono ai reali bisogni delle nostre comunità scolastiche”, scrive la preside nella lettera. “Il tetto del 30% di alunni non italofoni (a quanto pare nel senso che non parlano per nulla la lingua, per essere precisi) per classe si rivela non solo irrealizzabile in contesti come il nostro, ma anche puramente ideologico. Nelle prime classi della scuola primaria, quasi il 50% degli iscritti possiede un cognome d’origine straniera; alcuni non parlano ancora l’italiano, molti altri sono nati o cresciuti qui, pur essendo privi di cittadinanza. I dati stessi del ministero evidenziano una realtà innegabile: se la scuola italiana tiene ancora fermi i propri numeri di fronte al drastico calo demografico, è grazie alla presenza degli alunni di origine straniera. E la presenza di lavoratori stranieri è ormai di importanza fondamentale in molti settori strategici del paese. Servono figure strutturate che affianchino i bambini e i ragazzi nell’acquisizione della lingua del Paese in cui vivono, consentendo loro di studiare con successo e di non sentirsi meri “equilibristi interculturali”, per citare la pedagogista Anna Granata”.

La dirigente, pur consapevole del suo ruolo istituzionale, non riesce a tacere: “Risulta ancora più allarmante l’ipotesi di sanzionare o penalizzare le famiglie che non padroneggiano la lingua italiana. Di fronte ai dati diffusi dal coordinatore nazionale dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti — che registrano oltre 31mila persone in lista d’attesa, per il 90% di origine straniera —, appare del tutto sproporzionato pretendere che questi genitori frequentino corsi spesso saturi, ancorché indispensabili per il raggiungimento del livello B1 richiesto per la cittadinanza. Come istituzione, come posso colpevolizzare famiglie spesso monoreddito o monoparentali, in cui i genitori svolgono lavori usuranti, sottopagati e con orari incompatibili con la frequenza scolastica?”. “Se i Cpia sono pieni”, aggiunge Donat Cattin al Fatto, “io sono pronta ad organizzare corsi di italiano se lo devo fare, ma servono comunque fondi”. Un pensiero condiviso da tanti che in queste ore le hanno manifestato solidarietà. “Le scuole di frontiera”, conclude la lettera, “non necessitano di propaganda o di sovrastrutture punitive, ma di docenti d’italiano L2 specializzati e di ruolo, di fondi strutturali che non costringano a un’estenuante burocrazia di spazi idonei e di un tempo scuola prolungato. Questo è ciò che chiedo, con profondo rispetto istituzionale ma con fermezza, al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella”.

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