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Monday, October 19, 2026

Allegri in o Allegri out? Il Napoli guarda la panchina, ma la crisi nasce molto più lontano: da una scommessa troppo rischiosa

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Allegri in o Allegri out? Il Napoli guarda la panchina, ma la crisi nasce molto più lontano: da una scommessa troppo rischiosa

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In casa Napoli il focus di queste ore — laddove l’etimologia latina cade quanto mai a pennello — si concentra interamente su Massimiliano Allegri. Allegri in o Allegri out: nell’epoca dei giudizi d’impatto e delle dicotomie nette, tutto finisce per dividersi tra bianco e nero (un contrasto cromatico ironico, se si guarda al passato del tecnico livornese). Il pericolo concreto, tuttavia, è che a forza di restringere l’inquadratura si finisca per andare del tutto “fuori focus“, perdendo di vista la reale natura della crisi azzurra. Perché di crisi si deve parlare, senza troppi giri di parole.

Non che Allegri non ci abbia messo del suo. L’appunto che gli viene maggiormente mosso per la battuta d’arresto di Venezia è l’aver attuato un turnover spinto schierando dal primo minuto Beukema, Lucca e Giovane. Ma è davvero il rotare gli uomini in una rosa reduce da un primo e un secondo posto in campionato, al cospetto di un’avversaria ancora a quota zero punti, l’errore imperdonabile? La verità è che Allegri, da fine intenditore di ippica qual è, ha accettato in estate che sulla sua figura e sul suo Napoli venisse piazzata una scommessa azzardata. Non una di quelle giocate a quota bassa, prive di margine di rischio, ma una vera e propria puntata ad alta quota.

L’origine di questa scommessa risiede nelle parole pronunciate dal direttore sportivo Giovanni Manna nella conferenza stampa del 23 luglio in Trentino: “Non siamo a fine ciclo, per noi questa squadra ha ancora qualcosa da dare”. Definire i contorni di quel “qualcosa” è esercizio complesso e probabilmente superfluo, ma la scelta dei termini dava già allora la dimensione del centellinato più che dell’abbondante.

Si è scommesso, dunque. Si è puntato sul fatto che questo gruppo potesse esprimere ancora nuova linfa, che l’ecatombe di infortuni dell’anno prima non si ripetesse e che un attacco sterile già in era Conte rimpinguasse sensibilmente il proprio bottino di reti. Con quali premesse? Era credibile che Højlund, centravanti storicamente da 10-15 gol a stagione, raddoppiasse improvvisamente i suoi numeri? Era ipotizzabile che esterni da massimo cinque sigilli all’anno come Alisson, Neres e Politano potessero emulare i picchi da oltre 30 reti toccati da Insigne e Callejón nell’era sarriana? Evidentemente no.

Allo stesso modo, si è scommesso sulla possibilità che elementi finiti ai margini o bocciati nella passata stagione venissero rivitalizzati dal nuovo corso: i vari Lucca, Lang e Giovane su tutti. Un’operazione per certi versi analoga a quella tentata da Spalletti a Torino con Koopmeiners, Douglas Luiz e i reduci della gestione Giuntoli: sarà un caso, ma l’esito al momento pare sovrapponibile. Tentativi in fin dei conti leciti, considerati i valori tecnici complessivi di una rosa vicecampione d’Italia, ma gravati da un rischio altissimo. Sullo sfondo restano nodi strutturali ineludibili: un’età media avanzata, motivazioni fisiologicamente erose dopo anni di battaglie e vittorie nello stesso ambiente, unite alle immancabili spine contrattuali.

C’è la situazione di Anguissa, che tra un guaio fisico e l’altro si avvia verso la scadenza chiedendo cifre ritenute fuori parametro dal club (con l’ipotesi di un addio a gennaio per monetizzare o a giugno a parametro zero). C’è il rinnovo di McTominay ancora in fase di stallo, a differenza di quanto fatto dalla vecchia guardia rappresentata da Rrahmani, Politano e dal capitano Di Lorenzo: colonne “biscudettate”, certo, ma ormai tutte sulla soglia dei trent’anni.

L’anzianità di spogliatoio è l’altro grande tema: il Napoli presenta la rosa più anziana della Serie A, con un’anzianità di militanza incredibilmente elevata. Lobotka è azzurro da 7 anni, Meret da 9, Anguissa da 6, Di Lorenzo da 8, Politano e Rrahmani da 7. Parliamo di professionisti straordinari, protagonisti della storia recente con due Scudetti e una Supercoppa in bacheca, ma che hanno dato tantissimo — forse persino troppo – per riallacciarsi all’uscita estiva di Manna. Se la letteratura calcistica individua la durata media di un ciclo vincente tra i tre e i cinque anni, qui si è andati ampiamente oltre.

A ciò si aggiunge la scommessa sulla tenuta atletica, dopo un’annata da incubo rubricata con troppa leggerezza a semplice parentesi sfortunata. In un calcio che impone ritmi e saturazione di calendari sempre più esasperati, il rischio di ricadute e stop muscolari per atleti trentenni era ampiamente prevedibile. Si è scelto di pianificare la stagione confidando in un’annata immune da infortuni, con attaccanti validi ma mai decisivi sotto porta trasformati d’incanto in macchine da gol, con seconde linee riabilitate a colpi di bacchetta magica. Il Napoli ha scommesso, e Max Allegri ha accettato la puntata. Antonio Conte, intuendo le insidie all’orizzonte, aveva preferito passare la mano; il tecnico toscano ha invece raccolto le fiches e si è seduto al tavolo.

La scommessa non è ancora del tutto persa, ma il banco rischia di saltare da un momento all’altro. Senza una vittoria domani sera al Maradona contro il Bodø/Glimt, il Napoli si ritroverebbe a un passo dall’eliminazione prematura dalla Champions League. Un crollo che farebbe traballare l’intero impianto della gestione allegriana, nata con l’obiettivo di centrare il quarto posto in campionato (traguardo ancora alla portata, seppur complesso) e soprattutto di figurare bene in Europa, riscattando l’uscita di scena alla League phase dell’anno passato.

Nell’anno della fallimentare gestione Garcia serpeggiava la convinzione che un cambio di guida tecnica bastasse per ritrovare la rotta scudetto. I fatti smentirono quella tesi, pur in presenza di una rosa che vantava un centravanti top mondiale come Osimhen, un talento assoluto come Kvaratskhelia, oltre a Zieliński e alla spina dorsale di oggi ringiovanita di tre anni. Allegri, a differenza del tecnico francese, appare schermato da ingaggio e contratto. Ma, guardando la realtà dei fatti, i problemi di questo Napoli vanno ben oltre la panchina.

Alla fine, la differenza nel calcio come nell’ippica la fa il rettilineo finale. Allegri ha accettato di correre una gara ad handicap, puntando su un cavallo forte ma che ha già speso tantissimo e a cui si chiede un ultimo, disperato scatto d’orgoglio. Ma quando le energie sono al lumicino e la stanchezza accumulata è troppa, non basta cambiare il frustino o urlare dai box: il rischio concreto è di finire fuori giri prima ancora di intravedere il traguardo. E a quel punto, a perdere la scommessa non sarà solo chi siede in panchina, ma chi ha pensato che bastasse un nome altisonante per mascherare l’usura del tempo.

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