Cos’è la ricerca human-based e perché puntare su di lei significa investire sul futuro
di Francesca Pistollato, PhD, Senior Program Director, Biomedical Science [english version]
Mentre si apre il confronto sulla Legge di Bilancio 2027, tra le molte priorità del Paese ce n’è una che rischia ancora una volta di rimanere ai margini: la ricerca scientifica. E, al suo interno, una delle trasformazioni più promettenti della biomedicina contemporanea: quella incentrata sulla biologia umana.
L’Italia parte già svantaggiata. Nel 2024 ha investito in ricerca e sviluppo circa l’1,38% del PIL, contro una media europea del 2,24%. Ma il divario più cospicuo è quello negli investimenti in approcci human-based per studiare le malattie e valutare la sicurezza di farmaci e sostanze chimiche.
Questi approcci, detti NAM (o nuovi approcci metodologici) comprendono: modelli cellulari tridimensionali, organi-su-chip, metodi computazionali e intelligenza artificiale. Non sono semplicemente “alternative” alla sperimentazione animale, ma modelli in grado di rappresentare in modo più affidabile la complessità e la variabilità dell’essere umano e produrre conoscenze più pertinenti per la prevenzione, la diagnosi, lo sviluppo di farmaci e la valutazione della tossicità.
L’Italia dispone di ricercatrici, ricercatori e centri di eccellenza, ma manca una strategia nazionale di investimento adeguata e continuativa. Il Ministero della Salute indica, tra i finanziamenti dedicati ai NAM, i 2 milioni di euro annui stanziati per il triennio 2020-2022. Appena 6 milioni complessivi, senza rinnovo da oltre 5 anni.
La sproporzione è eloquente. Nei Paesi Bassi, il Centro Ombion per la ricerca biomedica animal-free dispone di 245 milioni di euro per il 2025-2034, di cui 124,5 milioni dal National Growth Fund olandese. Il programma non finanzia soltanto lo sviluppo di NAM, ma anche infrastrutture, validazione e adozione, formazione e trasferimento dell’innovazione all’industria e alla pratica regolatoria. Nel Regno Unito, nel 2026, il Governo ha annunciato ulteriori 75 milioni di sterline per i NAM, inclusi un centro nazionale per la validazione e un hub per modelli preclinici traslazionali, in aggiunta al precedente investimento in cellule staminali, bioprinting, organoidi e organi-su-chip.
Negli Stati Uniti il salto di scala è ancora più evidente. Nel marzo 2026, i National Institutes of Health hanno annunciato oltre 150 milioni di dollari per il programma di sviluppo, standardizzazione e validazione dei NAM “Complement-ARIE”.
È questo il punto: finanziare l’innovazione non significa limitarsi a distribuire piccoli contributi una tantum, ma costruire un ecosistema capace di accompagnare nuove tecnologie dalla ricerca alla validazione, fino alla loro effettiva adozione.
Anche l’Europa allunga il passo. Nel giugno 2026 la Commissione Europea ha adottato la Roadmap per il progressivo superamento dei test animali nella valutazione della sicurezza delle sostanze chimiche, indicando azioni per favorire sviluppo, validazione e adozione di approcci non animali. La European Research Area Policy Agenda 2025-2027 prevede inoltre un’azione per accelerare i NAM nella ricerca biomedica e nei test di farmaci e dispositivi medici, intervenendo su infrastrutture, validazione, qualificazione regolatoria e formazione.
La domanda, quindi, è quale ruolo voglia avere l’Italia in questa trasformazione. La Legge di Bilancio 2027 potrebbe istituire un “Programma nazionale pluriennale per la ricerca human-based e i NAM”, dotato di risorse stabili. Un primo investimento di 100 milioni di euro in cinque anni – 20 milioni annui – sarebbe ancora contenuto rispetto alla scala delle iniziative avviate in altri Paesi, ma segnerebbe il passaggio dai micro-finanziamenti a una strategia nazionale.
I 20 milioni annui potrebbero sostenere quattro pilastri:
• 8 milioni per progetti competitivi di ricerca e sviluppo, con particolare attenzione a modelli human-based per lo studio delle malattie e della tossicologia;
• 6 milioni per infrastrutture e piattaforme condivise, rendendo tecnologie come organoidi, organi-su-chip, biobanche e strumenti computazionali avanzati accessibili anche ai gruppi che non dispongono di queste risorse;
• 4 milioni per validazione, standardizzazione e qualificazione, passaggi indispensabili perché un metodo promettente possa diventare uno strumento utilizzabile nella ricerca, nell’industria e nei processi regolatori;
• 2 milioni per formazione e sviluppo delle competenze, affinché una nuova generazione di ricercatori e professionisti possa progettare esperimenti partendo dalla biologia umana e utilizzare efficacemente queste tecnologie.
Se sviluppato in sinergia con le iniziative europee, questo investimento rappresenterebbe una scelta strategica di politica scientifica e industriale, per rafforzare la competitività della ricerca italiana, favorire lo sviluppo di nuove tecnologie e imprese, attrarre talenti e investimenti e ampliare l’accesso ai programmi e ai finanziamenti dell’Unione Europea, contribuendo al contempo alla tutela degli animali.
L’Italia possiede già le competenze scientifiche per partecipare a questa trasformazione. Manca la scelta di investirvi in modo strutturale. La Legge di Bilancio 2027 può essere l’occasione per tracciare una nuova rotta, evitando che il Paese arrivi tardi a una trasformazione scientifica già in corso. Investire in modelli più pertinenti all’essere umano non significa soltanto ridurre l’impiego degli animali, bensì aumentare le possibilità che ogni euro destinato alla ricerca produca conoscenze realmente utili alla salute delle persone.
Sul tema si invita al convegno: “Scienza human-based: L’Europa guida il cambiamento, ora l’Italia segua l’esempio” 10 novembre 2026, ore 9:00 – Società Dante Alighieri, Palazzo Firenze – Roma
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