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Sunday, October 25, 2026

Nord Sud Ovest Est, Rosa Barbolini: "Max e Mauro con Caterina imparano a essere se stessi"

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In Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, serie Sky Original ideata da Sydney Sibilia e in onda ogni venerdì su Sky e in streaming solo su NOW, il successo non è soltanto una questione di classifiche e canzoni destinate a diventare tormentoni: è anche una prova di maturità, artistica e personale. Per Max Pezzali e Mauro Repetto, trovare una propria identità significa imparare a distinguersi dalle aspettative degli altri e capire quali compromessi sono disposti ad accettare.

In questo percorso si inserisce Caterina Rappoccio, giovane cantante interpretata da Rosa Barbolini, che con il suo carattere schietto e impulsivo contribuisce alla nascita della canzone Aeroplano. Il suo incontro con i due musicisti diventa l’occasione per mettere in discussione certezze e insicurezze.

Dalla ricostruzione degli anni Novanta all’esordio cinematografico con Glassboy, passando per la passione per la scrittura e la regia, Barbolini racconta il lavoro sul personaggio, i momenti più divertenti sul set e i progetti che sogna di realizzare.

Caterina arriva nella vita di Max e Mauro in un momento delicato della loro carriera. Come descriveresti il tuo personaggio e il suo ruolo nella storia?

Caterina rappresenta il passaggio verso la costruzione di un’identità più precisa di Max e Mauro come gruppo. All’inizio sono due ragazzi che hanno avuto quasi la fortuna di essere lanciati nel mondo del successo, accompagnati da un produttore che offre loro grandi opportunità. Ma se non imparano a dire di no, rischiano di prendere una direzione che non gli appartiene: fare cose che non piacciono, vestirsi in un modo che non li rappresenta, inseguire un’immagine costruita da altri. Caterina è una ragazza ancora ingenua, istintiva e diretta, forse anche incosciente rispetto ad alcune dinamiche professionali. Proprio per questo riesce a vedere le cose con maggiore chiarezza e a mettere Max e Mauro davanti ai loro dubbi. È un po’ una voce della verità, senza filtri e talvolta anche scurrile: dà loro una scossa, li aiuta a capire quale sia davvero il loro posto.

Sei nata nel 2006: come ti sei preparata a interpretare un personaggio che appartiene a un’epoca che non hai vissuto?

Sono partita dai miei genitori, che hanno vissuto gli anni Novanta in momenti diversi: mia mamma è del 1977, mio papà del 1969. Anche loro hanno trascorso un periodo a Pavia, perché mio padre ha studiato lì e ha fatto il dottorato, mentre mia madre si era trasferita con lui. È stato un primo punto di riferimento. Poi mi sono concentrata su Caterina e ho cercato materiali che potessero aiutarmi a capire chi fosse. Non ho trovato moltissimo, ma ho guardato il filmato del 1994 al Roxy Bar di Red Ronnie in cui canta Aeroplano con Max Pezzali. Ho osservato il suo modo di stare davanti alla telecamera, il linguaggio televisivo dell’epoca e il modo in cui si esibiva. È stato un lavoro soprattutto di osservazione, per restituire un personaggio credibile senza limitarmi a riprodurre un’estetica anni Novanta.

Nel quarto episodio Caterina contribuisce alla nascita di Aeroplano. Che significato ha per te questa canzone?

Come si vede anche nella puntata, il brano parla delle occasioni e delle scelte che a volte non riusciamo a fare, che lasciamo passare proprio come gli aeroplani che volano via. L’aereo diventa il simbolo di un viaggio, di qualcosa che potrebbe portarci altrove e che, però, non sempre abbiamo il coraggio di intraprendere. Nell’episodio questo concetto emerge chiaramente quando Max e Mauro cercano un’idea per la canzone. È anche un invito a non dimenticare ciò che desideriamo davvero e a non perdere di vista le possibilità che abbiamo davanti. Max stesso, a un certo punto, sembra dimenticarsene. Mi piace che una canzone pop possa racchiudere un significato così universale, legato alle occasioni mancate e a tutto quello che vorremmo fare ma continuiamo a rimandare.

Prima di entrare nella serie, conoscevi già la musica degli 883? Hai una canzone a cui sei particolarmente legata?

Sì, ascoltavo gli 883 anche a casa con i miei genitori. La mia preferita è Con un deca. Il testo mi fa pensare a Pavia, ma anche alla mia città, La Spezia: sono due realtà di provincia che, per certi aspetti, sento vicine. È una canzone che mi appartiene anche per un ricordo familiare. Una volta l’ho ascoltata in macchina con i miei, a tutto volume, e mi è rimasta impressa quella sensazione. È uno di quei brani che riescono a riportarti immediatamente in un luogo e in un momento preciso.

C’è un episodio divertente delle riprese che ricordi con particolare affetto?

Uno dei momenti che mi hanno fatto ridere di più è successo durante le riprese nell’appartamento che Cecchetto mette a disposizione di Caterina, dove lei dorme mentre registra la canzone con Max e Mauro. Dopo un ciak, si era creato un silenzio un po’ troppo lungo: non arrivava lo stop e Max e Mauro erano rimasti a guardarsi in attesa della scena successiva. A un certo punto, visto che la pausa continuava, si sono baciati! È stato esilarante. Loro sono molto amici anche fuori dal set e hanno una bella intesa. Si guardano e si capiscono al volo, e questo si vede nel modo in cui recitano insieme. Lavorare con una coppia così affiatata è stato bello, e quella complicità ha reso ancora più divertenti le riprese.

Prima di diventare attrice hai studiato danza contemporanea per dodici anni. Quanto ha influito questa esperienza sul tuo modo di recitare?

La danza è stata il mio primo approccio al mondo dell’interpretazione. Ho fatto parte di una compagnia di teatro-danza e danza contemporanea a La Spezia dai cinque anni fino ai diciotto. È una forma d’arte che ti insegna a raccontare attraverso il corpo, il movimento e le emozioni, quindi sicuramente ha contribuito alla mia formazione. In realtà, però, sapevo già da piccola che avrei voluto fare l’attrice. La danza mi ha avvicinata al palcoscenico e al linguaggio artistico, ma il mio desiderio principale è sempre stato quello di lavorare nel cinema.

Hai esordito sul grande schermo giovanissima con Glassboy. Che cosa ricordi di quell’esperienza?

Avevo appena compiuto tredici anni. Da quando ero piccola chiedevo a mia madre di portarmi a fare provini, perché volevo recitare. Quando frequentavo la seconda media, lei trovò un casting aperto a Prato e decise di accompagnarmi. Dopo diversi mesi di provini fui presa. Mi ritrovai catapultata in un’esperienza molto intensa, con tanti ragazzi giovani e circa tre mesi di riprese quotidiane. Dovevo anche tagliare i capelli quasi a zero, ma non mi importava: ero felicissima. Quell’esperienza mi ha fatto capire ancora di più che il cinema era la mia strada. Da allora non ho più smesso di provarci.

Oggi ti interessano anche la scrittura e la regia

Ho iniziato a scrivere già alle medie e ho continuato durante il liceo. A un certo punto ho sentito il bisogno di provare a realizzare qualcosa di mio. In vista della candidatura al Centro Sperimentale di Cinematografia per il percorso di regia, ho preso alcune idee che avevo scritto e, nell’arco di un mese, ho sviluppato e girato un cortometraggio a La Spezia, aiutata da alcuni amici. Non sono entrata al Centro Sperimentale, ma ho mandato il corto a diversi festival ed è stato proiettato in alcuni cinema a Roma e a La Spezia. Per me è stato importante vedere che cosa succede quando un’idea esce dalla carta e incontra il pubblico. 

Ti piacerebbe continuare a recitare oppure immagini un futuro soprattutto da regista?

Vorrei portare avanti entrambe le strade. Non abbandonerei la recitazione, che resta una parte fondamentale di me, ma la regia è qualcosa che voglio approfondire. Mi interessa molto anche la scrittura e mi piacerebbe riuscire a far dialogare questi linguaggi. Per il momento sono all’inizio del mio percorso e voglio continuare a sperimentare, capire che cosa mi interessa davvero e fare esperienza. Mi piacerebbe interpretare un ruolo da protagonista in un film drammatico, perché è il genere che preferisco. Adesso, avendo vent’anni, mi sento anche più vicina a personaggi un po’ più maturi, che si allontanano dall’adolescenza e dall’infanzia per avvicinarsi al mondo delle giovani donne.

Che consiglio daresti a un ragazzo che oggi desidera intraprendere la carriera di attore?

Direi di crederci e di impegnarsi, ma anche di non credere troppo al mito del "se vuoi, puoi". Penso che ci sia una componente di fortuna e che contino molto le condizioni in cui una persona cresce, il sostegno della famiglia e le opportunità che incontra. Non tutti quelli che lo desiderano riescono a fare questo mestiere, e non bisogna far sentire nessuno in colpa per questo. Allo stesso tempo, è importante circondarsi di persone con cui condividere la propria passione, frequentare ambienti stimolanti, fare esperienze, partecipare a seminari e festival, viaggiare quando è possibile. A La Spezia ero una delle poche persone del mio ambiente ad avere questo interesse, trasferirmi a Roma mi ha fatto scoprire una comunità più ampia, fatta di persone che avevano i miei stessi obiettivi. Il confronto aiuta a crescere e a costruire qualcosa insieme. E soprattutto, anche quando un provino non va bene o un progetto non ottiene il risultato sperato, si può essere soddisfatti di ciò che si è fatto. Se ami davvero quello che fai, ogni esperienza può lasciarti qualcosa.

Approfondimento

Nord Sud Ovest Est, gli 883 trovano il loro stile. Recensione ep. 4

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