Valditara, la storia d’Italia è importante. Ma prima viene l’evoluzione
di Nicolantonio Agostini (Insegnante ed Ecologo comportamentale)
Si ripete spesso che studiare la storia serva a non commettere gli errori del passato. Ma per comprendere la società in cui viviamo non basta conoscere guerre, imperi e confini nazionali. Occorre studiare anche l’evoluzione umana, ricordando che la storia raccontata nei manuali rappresenta appena gli ultimi istanti della nostra esistenza.
Le Indicazioni nazionali volute dal ministro Giuseppe Valditara intendono privilegiare la storia dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente, riducendo alla primaria lo spazio riservato alla preistoria. L’obiettivo è far riscoprire agli studenti “la nostra identità”. Ma per sapere chi siamo è davvero ragionevole partire dai popoli italici, da Roma o dal cristianesimo? Homo sapiens è comparso circa 300 mila anni fa, mentre l’agricoltura risale soltanto agli ultimi diecimila. Per oltre il 95 per cento della propria storia, la nostra specie ha vissuto in piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi, fondati sulla cooperazione, sulla condivisione delle risorse e su un egualitarismo attivamente difeso. È la parte più lunga della nostra storia, eppure è quella che la scuola racconta meno.
Non era un’umanità priva di aggressività. Tuttavia, nelle bande nomadi la mobilità permetteva spesso di evitare gli scontri. La violenza collettiva divenne più frequente soprattutto con la sedentarizzazione, quando territori, risorse e beni accumulati aumentarono le occasioni di competizione. Chi cercava di dominare gli altri poteva inoltre essere deriso, isolato o espulso. L’antropologo Christopher Boehm ha definito questo sistema “gerarchia di dominanza inversa”: era la comunità a coalizzarsi per impedire che qualcuno diventasse un despota. Con la rivoluzione agricola cambiarono le condizioni dell’esistenza. Eccedenze, proprietà della terra ed eredità favorirono disuguaglianze permanenti, eserciti e poteri centralizzati. La storia scritta si è poi concentrata su sovrani e conquiste, quasi che gerarchia e dominio fossero la condizione naturale dell’essere umano.
Non è così. Siamo capaci di egoismo e sopraffazione, ma siamo anche profondamente dipendenti dagli altri. Il nostro cervello, il linguaggio e l’infanzia prolungata si sono evoluti in comunità nelle quali nessuno poteva sopravvivere da solo. La cooperazione è una componente fondamentale della nostra storia evolutiva.
Eppure a scuola l’evoluzione umana viene spesso compressa in poche pagine: ominini, crani, utensili e infine agricoltura. Raramente si studiano la condivisione del cibo, le cure collettive dei bambini o i meccanismi utilizzati per limitare il potere individuale. Valditara sostiene di volere una storia “senza ideologie”, ma privilegiare Italia e Occidente è già una scelta ideologica.
Prima di essere italiani, romani o occidentali siamo esseri umani appartenenti alla stessa specie. Questa consapevolezza dovrebbe oggi estendersi a quella che Jeremy Rifkin definisce “coscienza biosferica”: riconoscerci non soltanto come membri di una nazione, ma come parte di un’unica umanità inserita nella stessa biosfera. Non significa cancellare le identità nazionali, ma collocarle dentro un’appartenenza più ampia. È una trasformazione indispensabile perché le grandi minacce del nostro tempo non conoscono frontiere. Il cambiamento climatico ne è l’esempio più evidente: l’atmosfera non distingue tra italiani, cinesi o americani. Lo stesso vale per la perdita di biodiversità, le pandemie e il degrado degli oceani. Problemi planetari richiedono cooperazione planetaria.
Conoscere la nostra storia evolutiva aiuterebbe gli studenti a capire che disuguaglianze e concentrazione del potere non sono inevitabili e che la capacità di cooperare, che ci ha permesso di sopravvivere per centinaia di migliaia di anni, deve oggi estendersi all’intera specie. Se la scuola vuole davvero preparare i giovani al futuro, dovrebbe quindi allargare lo sguardo dalla nazione all’umanità e dall’umanità alla biosfera.
La storia d’Italia è importante. Ma prima viene la storia dell’umanità.
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