L’impressionismo di Dardust riesce ad unire alto e basso: l’ho ascoltato a Portogruaro
Non ci sono immagini, ma suoni e melodie di piano e di archi, luci e colori che accompagnano le due ore di concerto di questo ultimo tour di Dardust “Urban Impressionism”. Settanta date in giro per l’Europa (Madrid, Lisbona, Parigi, Bruxelles, Amburgo, Berlino, Praga, Utrecht, Londra) in uno spettacolo che continua dal 2025 e che è giunto alle ultime date, anche il 10 settembre al Festival Internazionale della Musica di Portogruaro (Ve).
Il brutalismo in forma musicale, per descrivere gli spazi periferici, luoghi “che mettiamo in disparte”. Ma anche nuove connessioni tra impressionismo musicale e elettronica, cercando di superare la barriera e il pregiudizio della non contaminazione e popolarità. Infatti l’impressionismo artistico come arte popolare aveva rispecchiato la società di allora nelle sue abitudini e i contesti. Mentre l’impressionismo musicale era nato come una corrente colta, definita successivamente tale proprio perché ricondotta al determinato periodo storico, capace di ricondurre atmosfere interiori e sognanti. Chissà se questo ha fatto partire la scintilla per arrivare all’architettura brutalista contemporanea delle periferie della città, proprio per affrontare un tema, quello degli spazi cementificati, dalle forme solide e geometriche di Le Corbusier per citarne uno, ma anche per raccontare i non luoghi contemporanei che non coinvolgono la periferia della città, ma anche le tante periferie contemporanee?
Perché se il contesto di ispirazione è Parigi, quindi la città europea della modernità, molti sono anche i riferimenti con il vissuto personale del musicista-produttore. Perché in questo spettacolo vengono citati Max Weber, ma anche l’inventore Federico Faggin, tanto da definire quest’ultimo uno degli ispiratori della sua opera (“la coscienza non è un algoritmo” sembra ben esprimere quello che un musicista e un essere umano possono esprimere e raccontare anche attraverso lo strumento elettronico).
“Urban Impressionism” cerca di unire alto e basso, pubblico e musica classica attraverso un crescendo e un coinvolgimento cosciente che mette in discussione anche lo spettatore più austero. Infatti il collegamento che Dario Faini crea non è dei più semplici, anche se potrebbe essere scontato per un produttore dell’esperienza come lui: unire musica classica a elettronica, pianoforte a distorsioni e suoni sintetizzati, vibrazioni e percussioni dal vivo, loop e consonanze con il trio di archi (trio Cavalazzi), cercando di sconfinare dalla mera commerciabilità delle facili melodie (per quello esiste la sua figura ed è anche ben costruita). E di brani in questo spettacolo che sorprendono ce ne sono (vedi Golden Cage), che riportano la musica a ricerca, ma anche a scoperta e dialogo con un universo musicale contemporaneo.
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