Legge elettorale allo sprint finale. Casellati: 'La modifica sulle firme non è nell'aria per ora'
Sono ripresi in Aula al Senato i lavori sulla riforma della legge elettorale. Approvato con 95 voti a favore e 54 contrari l'articolo 1 della riforma. Tra le modifiche introdotte, rispetto al testo votato a Montecitorio, l'introduzione del meccanismo delle preferenze con capolista bloccati, la cancellazione della soglia per contribuire al premio e l'aumento del numero delle sottoscrizioni per i partiti non presenti in Parlamento.
L'Aula ha invece bocciato un emendamento del Pd alla legge elettorale, a firma di Andrea Giorgis, che proponeva che le firme necessarie per correre alle elezioni potessero essere raccolte "anche in modalità digitale mediante documento informatico, sottoscritto con firma elettronica qualificata".
Un cambiamento sulla norma sulle firme? "Al momento non è nell'aria", ha detto la ministra delle Riforme, Elisabetta Casellati, ai cronisti che in Transatlantico al Senato le chiedevano della norma che ha quadruplicato le firme che deve raccogliere per presentarsi alle elezioni chi non è già in Parlamento. Casellati ha ricordato come l'emendamento in questione sia stato approvato e che non sono previste modifiche al testo alla Camera.
La proposta, ha spiegato "ha l'obiettivo di far si che non ci sia frammentazione" eccessiva, anti "liste Pippo", come è stato detto anche in Aula e ciò risponde a una "esigenza di serietà nell'organizzazione delle liste elettorali".
"Non credo proprio che alla Camera ci saranno sussulti", ha detto ancora Casellati.
Ok all'articolo 5, niente firme per chi ha un gruppo formato entro il 2025
Via libera anche all'articolo 5 della riforma che prevede l'esonero dalla raccolta delle firme per quanti hanno un gruppo in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2025. Respinte le proposte di modifica delle opposizioni. La riforma è composta di 9 articoli e nel pomeriggio ne verrà concluso l'esame. Il voto finale è previsto per domani mattina, il testo, modificato a Palazzo Madama tornerà poi alla Camera.
Bonelli: 'Faremo opposizione ad una legge anticostituzionale'
"Giorgia Meloni tiene impegnato il Parlamento sulla legge elettorale mentre in Italia ci sono problemi enormi: caro energia, stipendi bassi e sanità pubblica in difficoltà. È uno scontro di potere, anzi il tentativo di Meloni di esercitare un dominio sul potere. Noi faremo opposizione perché, lo ribadiamo, questa legge è incostituzionale". Lo dichiara Angelo Bonelli, deputato di AVS e co-portavoce di Europa Verde, rispondendo ai giornalisti nei pressi del Senato.
"Meloni ha dimenticato da dove viene: non è più l'underdog, oggi è il punto di riferimento dei salotti bancari e finanziari e non certamente del popolo. Non le interessa la qualità della nostra democrazia e vuole cambiare la struttura dello Stato in chiave presidenzialista. Noi ci opponiamo perché l'Italia è una democrazia". "Quando il provvedimento tornerà alla Camera, questa maggioranza spavalda e arrogante metterà la fiducia e impedirà ogni discussione. Questa è la concezione dello Stato e della democrazia di Giorgia Meloni: comandare e tutelare solo i suoi interessi".
Borghi (Iv): 'Limita l'autonomia del capo dello Stato, è contro la Costituzione'
"Il collega Malan ha esplicitamente detto che con questa legge elettorale verrà scelto il presidente del consiglio. L'articolo 92 della Costituzione recita: 'il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio'. Questa legge quindi limita l'autonomia e la responsabilità del capo dello Stato. È una quinta problematica di natura costituzionale, dopo le quattro enucleate la scorsa settimana: la doppia lista bloccata, la dimensione del premio di maggioranza in rapporto alla soglia, il mancato rispetto del Senato eletto su base regionale e i voti della provincia di Trento che non conta per il premio di maggioranza". Lo dice il senatore Enrico Borghi, vicepresidente di Italia Viva durante il dibattito sulla legge elettorale.
"Se la maggioranza avesse voluto ottenere questo risultato, cioè eleggere direttamente il presidente del consiglio, avrebbe dovuto seguire la via maestra, cioè modificare la Costituzione. Il premierato è stato accantonato per dissidi interni alla destra, e ora si cerca surrettiziamente di introdurlo con una legge ordinaria. Ripropongo quindi - aggiunge Borghi - una richiesta che considero indispensabile: la maggioranza si deve assumere la responsabilità di attendere la pronuncia della Corte Costituzionale prima che la norma sia resa operativa".
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