Giorgio Bracardi e la saggia pernacchia: ad Alto gradimento non faceva satira ma qualcosa di più
C’è chi fa filosofia con trattati, sillogismi e bibliografie impolverate. E poi c’era lui, il grande Giorgio Bracardi, che l’ha fatta con una pernacchia, un urlo, un uccellaccio del Nicaragua e un inno all’autodenigrazione intitolato, con perfetta malizia ossimorica, Che felicità. Scomparso il 12 ottobre a 93 anni, Bracardi non era soltanto un comico: era un filosofo goliardico (uno di quelli a cui mi ispiro umilmente nella paradossale autodefinizione), un Diogene trapiantato in uno studio radiofonico che, invece della lanterna, brandiva un “PATROCLOOO!”.
Nato a Roma il 3 maggio 1933, in una famiglia dove il padre era tenore, la madre soprano e i cinque figli dovevano per forza imparare uno strumento, cominciò da pianista e compositore, arrivando a Sanremo come autore. Poi capì che la musica, per essere davvero universale, doveva includere anche il verso di un animale preistorico con gli scarponi senza lacci.
La sua accademia fu Alto gradimento, ideata con Renzo Arbore, Gianni Boncompagni e Mario Marenco. Lì Bracardi non faceva satira: faceva qualcosa di più pericoloso. Inventava creature grottesche. Non imitava il potere, lo svelava nella sua ridicola apparenza sostituendone gli idoli gloriosi con fenomeni da baraccone: Scarpantibus, il petulante giornalista Max Vinella, il gerarca Ermanno Catenacci in esasperazione permanente, il dottor Marsala dirigente Rai con l’emicrania cronica, il farmacista Onorato Spadone, il nostalgico Benito Cerbottana, il bilioso Malik Maluk. Arbore lo ha ricordato come “un intellettuale sotto mentite spoglie”, capace di scherzare con il basso pur essendo colto. È questa la chiave: Bracardi non era volgare per povertà d’invenzione, ma per metodo. Anche se lo sguardo era aristofanesco, la prassi era più socratica: si fingeva ignorante per smascherare i sapienti, si fingeva cretino per smascherare i seri e i presuntuosi.
Con Arbore tornò in tv in Quelli della notte (1985): ogni sera una maschera nuova, “espressa”, nata per essere destinata all’oblio e invece rimasta nel parlar comune come un tic irresistibile. Negli ultimi anni c’era stata una causa con Arbore sulla paternità di Alto gradimento. Eppure l’antico sodale, alla notizia, ha parlato di un talento unico e irripetibile.
Bracardi aveva capito che l’Italia non aveva bisogno della retorica degli eroi, ma di maschere che fallissero catastroficamente. Il gerarca che urla “In galera!”, il professore monarchico Aurelio Marcellini che scaglia il suo “Chettefrega?” contro ogni pensiero, il farmacista che prescrive purghe come fossero sentenze di Cassazione. E poi Che felicità: il trionfo della sconfitta annunciata, cantata con l’entusiasmo di chi ha appena vinto il Nobel. Nichilismo rovesciato in festa: sono un poveraccio, un fallito, lo so e lo dico ridendo, ho già vinto contro la beffa dell’esistenza. Elio e le Storie Tese l’hanno ripresa nel 1998 in Craccracriccrecr, rendendola un inno festoso e ballabile.
Impossibile parlare di Giorgio senza Franco, il fratello minore scomparso nel 2005: pianista storico del Maurizio Costanzo Show, autore per Raffaella Carrà di A far l’amore comincia tu, Fiesta, Ballo ballo, soprattutto spalla comica definitiva di Lino Banfi in quel monumento all’avanspettacolo che è Vieni avanti, cretino: Giorgio esplosivo, Franco garbato, figli della stessa casa dove la musica era lingua madre, sulle note del piano o nello sberleffo di una pernacchia.
Nel trionfo romano, secondo fonti frammentarie, una figura stava alle spalle del generale vittorioso e gli sussurrava: “Respice post te. Hominem te memento”. Guardati alle spalle, ricorda che sei un uomo.
Bracardi ha fatto esattamente questo per l’Italia intera. Ogni volta che qualcuno si prendeva troppo sul serio, lui gli soffiava all’orecchio, in forma di pernacchia: ricordati che sei mortale. E pure un po’ cretino. Autoironia preventiva: se mi prendo in giro da solo, la beffa è già fatta. La lezione di Bracardi è da osteria filosofica: invece di attendere che la superbia venisse punita dalla caduta, la anticipava cantandola per primo, inchiodandoci alla patetica hybris del nostro ego. Il suo non sense era un balsamo contro l’apparente insensatezza dell’esistenza.
Come un vero sapiente cinico, Bracardi ci ha fatto morire dalle risate mentre ricordava che ognuno di noi su questo pianeta va giro a zonzo, come uno…
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