Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti condividono la ricorrenza di due album epici

Si tratta de La macchia mongolica e Percuotendo, in cadenza, due lavori distinti e due percorsi artistici che si affiancano nella stessa data di pubblicazione
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Le strade divergono per loro stessa natura. Si cambia restando quel che si è. Le traiettorie poi, senza chiedere permesso, tornano a incrociarsi. Due dischi lo stesso giorno. Insieme, ciascuno per proprio conto. La macchia mongolica torna in una nuova edizione e con l’aggiunta del brano Forme Perfette. Accanto a Massimo Zamboni, nel disco suonano Cristiano Roversi e Simone Beneventi. Percuotendo, in cadenza è invece la registrazione dello spettacolo teatrale che Giovanni Lindo Ferretti ha portato nei teatri italiani, ora restituito nella sua dimensione discografica. Due lavori distinti e due percorsi artistici che si affiancano nella stessa data di pubblicazione. Ho incontrato questi due giganti del cantautorato e dell'impegno nel Salone Dei Giganti di Palazzo Bentivoglio a Gualtieri, un luogo sa sogno dove, per l'occasione è stata montata una yurta, la tradizionale tenda mongola.
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Massimo partiamo dal luogo: siamo a Gualtieri con una yurta montata in un palazzo le cui origini risalgono alla fine del XVI secolo.
Ho un rapporto lungo con Gualtieri, penso a quando ci hanno convocato per un ricordo di Giovanna Daffini, una cantautrice mancata proprio qui nel 1969 e che ha anche lavorato nelle risaie. Quando Giovanna viveva qua questo palazzo non era proprio un cumulo di macerie ma poco ci mancava. L’album si chiamava L'Amata Genitrice ed era del 1991: ci sentiamo figli della cultura che lei ci ha trasmesso. Quando ragionavamo con Giovanni su cosa fare per sentare questi due progetti ho pensato che una tenda mongola sarebbe stata magnificenza su magnificenzae parlandone con lui ho scoperto ne aveva una ancora imballata e dunque prima di arrivare a casa sua al Cerreto è passata di qui. Il mio è uno spettacolo (concerti in tends per circa venti persone, ndr)previsto già anni fa ma bloccato dal Covid.
Massimo mi raccontante il vostro primo contatto con la Mongolia?
Ci siamo arrivati nel 1996 ed è stato così inaspettato da non avere aspettative, non credevamo che il nostro messaggio nella bottiglia avesse un riscontro. E invece è arrivato e abbiamo accettato partendo per la Mongolia in maniera sprovveduta, non c’erano elementi di studio e neanche letture che sono arrivate dopo. Abbiamo aperto gli occhi e altri sensi per capire cosa sarebbe stata la Mongolia per noi. La Mongolia si è mostrata prima come lingua che come significato, ha una lingua così evocativa che racconta prima il luogo e dopo il significato: infatti ho cercato di ricreare queste sonorità nel senso di mettermi nella stessa loro attitudine sonora.
Quale è oggi, massimo, il senso del racconto?
Raccontarsi è cercare di dare agli altri il meglio di sé, mi piacerebbe essere come scrivo e suono poi la quotidianità ti porta su coordinate diverse e scatta qualcosa di più in alto. Quello che accade nella tenda è un innalzamento specifico.
Il titolo del progetto è ben preciso, La Macchia Mongolica, quale è il suo significato?
La macchia mongolica è per i mongoli è il simbolo della discendenza da Gengis Khan, e proprio un elemento somatico che dopo un po’ di mesi dalla nascita scompare: le ostetriche la racconatno come una migrazione di melanociti. Può essere un residuo del 1220, dei mongoli della seconda aguerra mondiale o dell'età romana, ma è bella questa indeterminatezza, allarga i confini, mai ho avuto paura di parlrae di morte e scomparsa, ma qui si parla di nascite.
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Giovanni ovviamente partiamo dal ritono, in svariate forme come per altro de La Macchia Mongolica di Massimo, del tuo Percuotendo, in Cadenza.
Sono frastornato, mi stupisco dell’accadere delle cose intorno a me, avere comprato una yurta poche ore pirme che Zamboni volesse affittarne una. Avevo scelto di ritararmi in silenzio e solutidine, tranne una intervista promessa che ha girato il mondo, e dopo un anno mi sono ritrovato sul palco dei CCCP, una cosa delle più impossibili tra le impossibili. Mi rifiutavo di pensare ai CSI e poi ho capito che ne valeva la pena; quindi l'invito a tornare in Mongolia trent'anni dopo: sono partito da casa senza motivo, non sono né un turista né un viaggiatore, ma avevamo detto di sì e ti dico che sono stato rigenerato dall’essere arrivato trenta giorni prima. Entravo nella yurta gher, la loro casa, è dormivo e poi risgravano gli occhi su un mondo lontanissimo dal mio. Presentiamo due dischi ed è bello farlo non a Roma né a Milano perché quei paesi preservano magia.
Cosa è stata per te, per voi la Mongolia?
Questo incontro ha rovesciato le nostre vite, cercavamo qualcosa da fare e all’ultimo abbiamo deciso, dopo varie discussioni, di creare un gruppo musicale. Sono figlio di un mondo di pastori, nomadismo, transumanza e pastorizia e anche se Massimo era un signorino di città aveva la mia stessa visione. Noi comunisti e di sinistra chiedevamo di elaborare le musiche mongole ma quando il comunismo è crollato, quelli stessi che ci avevano ostacolato ci hanno agevolato. Non sono andato in Mongolia per acquistare qualcosa ma per perdere pezzi di me, sono tornato più povero di ego e cambiato; poi anche Massimo e io ci siamo allontanati, ognuno ha preso un percorso di vita differente.
Cosa differenzia Massimo da te?
Lui ha un modo di rapportarsi al mondo più scientifico e logico rispetto al mio, per me è stato indispensabile averlo a fianco per i CCCP e i CSI, senza di lui avrei distrutto il sogno. Lui ricorda le cose e io vado avanti a braccio. Il suo disco è ragionato, il mio è arrivato improvviso.
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