Ci stupiamo se la violenza arriva tra i ragazzi? Il mondo adulto è il primo a mostrarla
di Samanta Di Persio
Le immagini degli scontri hanno inevitabilmente occupato il centro del dibattito: studenti incappucciati, petardi, cassonetti incendiati, oggetti lanciati contro le forze dell’ordine. Comportamenti inaccettabili, sui quali è necessario accertare le responsabilità, considerando anche che nelle manifestazioni possono inserirsi soggetti estranei. Ma se l’analisi termina qui, rischiamo di vedere soltanto la parte più rumorosa del problema e di ignorare tutto ciò che viene prima.
A Verona 21 giovani sono stati denunciati per i disordini avvenuti in un istituto professionale; a Torino tre minorenni sono stati arrestati dopo il lancio di pietre e bottiglie contro la polizia, mentre famiglie e docenti hanno formato una catena umana per proteggere i ragazzi durante gli scontri. Anche a Roma si sono verificati momenti di tensione durante il corteo davanti al Ministero dell’Istruzione. Quando a manifestare sono gli studenti e una protesta degenera, la condanna è immediata. Ed è giusto che lo sia. Petardi, cassonetti incendiati, pietre e bottiglie lanciate contro le forze dell’ordine non possono essere considerati forme legittime di dissenso. Ma, una volta condannata la violenza, resta una domanda meno comoda: possiamo davvero fermarci qui? Dietro quelle piazze ci sono studenti che denunciano problemi concreti: edifici scolastici inadeguati, carenza di spazi, insicurezza nei percorsi di formazione e lavoro, disagio e incertezza per il futuro.
Proprio sulla sicurezza dei percorsi di formazione e lavoro restano aperte ferite profonde, come le morti di Lorenzo Parelli, 18 anni, e Giuliano De Seta, 16 anni.
Il ministro dell’Istruzione ha ribadito che gli investimenti sono stati effettuati e ha definito gli episodi di violenza non come espressione democratica del dissenso, ma come aggressione alle istituzioni e teppismo politico. La violenza, naturalmente, non può essere giustificata. Ma prima di limitarsi a condannare i giovani sarebbe forse opportuno interrogarsi anche sull’esempio che viene loro offerto dal mondo degli adulti e dalle stesse istituzioni. In questi anni non sono mancati episodi di tensione persino in Parlamento: dallo scontro verificatosi alla Camera nel 2018 durante l’esame del Decreto Genova, fino all’aggressione subita nel giugno 2024 dal deputato Leonardo Donno. Anche il confronto politico è sempre più spesso caratterizzato da insulti, provocazioni, allusioni volgari e toni esasperati, amplificati dai social network e da una comunicazione costruita sulla contrapposizione permanente.
Forse dovremmo partire da un principio semplice: la violenza genera violenza. Raramente nasce nel vuoto. Può maturare in un clima culturale e sociale nel quale l’aggressività diventa linguaggio quotidiano, strumento di consenso e modalità ordinaria del confronto. I giovani non vivono in una realtà parallela. Guardano il mondo degli adulti e ne assorbono comportamenti e modelli: assistono a scontri in Parlamento, campagne elettorali fondate sulla contrapposizione, dibattiti televisivi trasformati in risse verbali e social network nei quali l’avversario viene delegittimato o deriso. Stupirsi quando il conflitto arriva nelle piazze anche in forme aggressive, senza interrogarsi su questo contesto, rischia allora di essere riduttivo.
Questo non significa giustificare il lancio di oggetti contro le forze dell’ordine, gli atti vandalici o le aggressioni. La violenza va condannata sempre, indipendentemente da chi la esercita. Ma fermarsi alla condanna senza ascoltare le ragioni del malessere rischia di non risolvere nulla.
Al netto degli episodi inaccettabili, le proteste pongono questioni concrete: edilizia scolastica, carenza di spazi, disagio giovanile, sicurezza nei PCTO e incertezza sulle prospettive future. Una democrazia matura dovrebbe saper condannare la violenza senza delegittimare automaticamente le ragioni di chi protesta. Se le istituzioni vogliono educare i giovani al rispetto, al dialogo e alla responsabilità, devono essere le prime a praticarli. L’autorevolezza non deriva soltanto dalle regole o dalle sanzioni, ma soprattutto dall’esempio.
Il messaggio più importante che il mondo adulto può trasmettere alle nuove generazioni è che anche il conflitto più duro può essere affrontato senza trasformare chi la pensa diversamente in un nemico.
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