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Thursday, October 8, 2026

Donald Trump: "Merito ancora il Nobel per la pace, ho evitato la distruzione del mondo"

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Donald Trump torna a rivendicare il premio Nobel per la Pace alla vigilia dell'annuncio del vincitore dell'edizione 2026. "Ho risolto otto conflitti e ho evitato, forse, la distruzione totale del mondo, perché l'Iran non avrà mai un'arma nucleare. E questa è una cosa positiva, molto positiva", ha dichiarato il presidente americano dalla Casa Bianca, sostenendo che negargli il riconoscimento costituirebbe un "grande discredito" per il comitato di Oslo. Pur figurando tra i 287 candidati, Trump ha ammesso di non essere ottimista sulle sue possibilità, osservando che i membri del comitato "hanno la fama di non darlo a persone" come lui. Ha quindi ribadito una convinzione espressa più volte negli ultimi mesi: "Che lo riceva o meno, ho fatto molto di più" di altri presidenti americani.

La rivendicazione di oggi è soltanto l'ultimo capitolo di una lunga storia tra Trump e il Nobel per la Pace, premio che il leader repubblicano considera da tempo una sorta di consacrazione politica internazionale. Nel corso dell'ultimo anno, il presidente ha spesso sostenuto di meritare il riconoscimento per il proprio ruolo nei dossier internazionali più caldi. Inizialmente ha parlato di "sette guerre in sette mesi" risolte grazie alla sua azione diplomatica; successivamente il conteggio è salito a otto conflitti, includendo anche l'accordo di pace tra Hamas e Israele.

L'aspirazione al Nobel ha assunto una dimensione ancora più evidente dopo la vittoria del premio da parte della leader dell'opposizione venezuelana Maria Corina Machado. 

All'inizio dell'anno Machado si era recata alla Casa Bianca e aveva consegnato simbolicamente a Trump la medaglia del Nobel ricevuta in precedenza. Pur precisando che il riconoscimento non era trasferibile, il gesto era stato presentato come un omaggio all'"impegno straordinario" del presidente americano a favore della libertà del Venezuela.

"Duecento anni fa il generale Lafayette donò a Simon Bolívar una medaglia con il volto di George Washington. Bolívar conservò quella medaglia per il resto della sua vita", aveva dichiarato Machado. "Duecento anni dopo, il popolo di Bolívar restituisce all'erede di Washington una medaglia, in questo caso la medaglia del Premio Nobel per la Pace, come riconoscimento per il suo impegno straordinario a favore della nostra libertà". La dirigente venezuelana aveva inoltre assicurato ai suoi sostenitori che "possiamo contare su Trump" e che il colloquio con il presidente era andato "alla grande".

Quel gesto simbolico non aveva però modificato le regole del Nobel. L'Istituto Nobel aveva chiarito che il premio continuava ad appartenere esclusivamente a Machado e che nessuna forma di cessione era possibile. Proprio per questo il presidente americano aveva continuato a considerare necessaria una propria affermazione personale a Oslo.

Quando, in seguito, il Nobel era stato assegnato nuovamente a Machado e Trump era rimasto escluso, la reazione della Casa Bianca e del mondo Maga era stata immediata. Pur telefonando alla vincitrice per congratularsi, il presidente aveva manifestato chiaramente la propria delusione sui social network, rilanciando un video in cui Vladimir Putin lodava il suo ruolo nei processi di pace internazionali. Nel filmato il presidente russo sottolineava come Trump stesse facendo "molto per risolvere le questioni che persistono da anni o decenni". Il leader americano aveva accompagnato il video con un breve commento: "Grazie presidente".

La sconfitta era stata accolta con particolare amarezza dai collaboratori del presidente. Steven Cheung, direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, aveva accusato il Comitato Nobel di aver "anteposto la politica alla pace", assicurando che Trump avrebbe continuato "a stringere accordi di pace in tutto il mondo e a porre fine alle guerre". Ancora più esplicite alcune figure dell'universo Maga. Laura Loomer aveva liquidato il verdetto affermando: "È una barzelletta. Tutti sanno che il presidente merita il Nobel". Nello stesso tono il profilo Maga Voice aveva sostenuto che "chiunque abbia un po' di cervello sa che Trump avrebbe dovuto vincere".

Le spiegazioni fornite da Oslo non erano bastate a calmare le polemiche. Il presidente del Comitato Nobel, Jorgen Watne Frydnes, aveva ricordato che la decisione viene presa esclusivamente sulla base del "lavoro e della volontà di Alfred Nobel" e che, inoltre, il termine per la presentazione delle candidature era scaduto pochi giorni dopo l'insediamento di Trump alla Casa Bianca, limitando inevitabilmente la valutazione dei risultati prodotti dalla sua amministrazione.

La mancata assegnazione del premio aveva avuto conseguenze anche sul linguaggio politico del presidente americano. In un passaggio che aveva suscitato forte attenzione internazionale, Trump aveva scritto al premier norvegese Jonas Gahr Støre che, dopo essere stato ignorato dal Nobel, non si sentiva più obbligato a concentrarsi principalmente sul ruolo di "presidente della pace". "Caro Jonas, dato che il tuo Paese ha deciso di non conferirmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato ben 8 guerre, non mi sento più obbligato a pensare esclusivamente a quello", aveva affermato, aggiungendo che avrebbe dedicato maggiormente le proprie energie agli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Anche in quella occasione Trump aveva insistito sul numero dei conflitti che riteneva di aver contribuito a risolvere, parlando di "8 guerre" fermate grazie alla sua azione. Un argomento che ritorna oggi nelle dichiarazioni rilasciate alla Casa Bianca e che costituisce il nucleo della sua campagna personale per ottenere il riconoscimento.

Resta però il fatto che, come gli stessi osservatori ricordano, il presidente non ha ancora raggiunto una soluzione definitiva né per la guerra in Ucraina né per il confronto con l'Iran, due delle crisi internazionali che più pesano nella valutazione della sua politica estera. Nonostante ciò, Trump continua a presentarsi come un protagonista indispensabile dei processi negoziali globali e considera il Nobel come il riconoscimento naturale di questo ruolo.

Alla vigilia dell'annuncio del vincitore del 2026, la sua candidatura continua dunque a rappresentare un tema politico oltre che diplomatico. Da un lato c'è un presidente convinto che il proprio impegno abbia cambiato il corso di numerosi conflitti. Dall'altro c'è un comitato che negli anni passati non gli ha attribuito il premio e che si prepara ora a una nuova decisione osservata con particolare attenzione dalla Casa Bianca. Qualunque sia il verdetto, una cosa appare chiara: per Trump il Nobel per la Pace non è soltanto un riconoscimento internazionale, ma anche una questione personale e politica che continua ad accompagnare la sua presidenza.

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