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Wednesday, September 23, 2026

“Drill, Giorgia, drill!” – La transizione ecologica non si fa trivellando il mare

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“Drill, Giorgia, drill!” – La transizione ecologica non si fa trivellando il mare

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La transizione ecologica non si fa trivellando il mare
“Drill, baby, drill!” – Trivella, baby, trivella: Donald Trump ha trasformato queste tre parole nello slogan della sua politica energetica, rilanciando petrolio e gas e contrapponendoli esplicitamente alle fonti rinnovabili.
Ora anche il governo italiano vuole accelerare la ricerca e l’estrazione di petrolio e gas. La motivazione è comprensibile: se ne abbiamo bisogno, produrli in casa significa dipendere meno dalle importazioni. Ma questo significa che intendiamo continuare ad averne bisogno!

Il problema climatico non deriva dal fatto che compriamo petrolio dagli altri. Deriva dal fatto che lo bruciamo. Una transizione non avviene istantaneamente: continueremo ancora per qualche tempo a usare petrolio e gas e in alcuni settori sostituirli sarà più difficile che in altri, come trasporto stradale pesante, aviazione, navigazione. Ma proprio lì dobbiamo concentrare ricerca e innovazione per trovare alternative.
E lo stesso vale per la petrolchimica. La plastica è un prodotto straordinariamente versatile del petrolio, ma ne abbiamo prodotta talmente tanta, spesso per oggetti destinati a essere usati per pochi minuti, che il mare ne è diventato uno dei grandi recettori. Raccogliere ciò che è già finito in mare non basta. Bisogna chiudere il rubinetto a monte: ridurre gli usi inutili, riutilizzare, riciclare e soprattutto fare ricerca su materiali e processi alternativi.

La transizione, quindi, non riguarda soltanto il modo in cui produciamo energia. Riguarda anche il modo in cui produciamo le cose.
Per anni ci è stato detto che le rinnovabili erano una bella aspirazione, ma non avrebbero mai fornito quantità importanti di energia. Oggi sappiamo che non è così. Nel 2025 hanno prodotto il 34% dell’elettricità mondiale, contro il 23% di dieci anni prima.

Nell’Unione Europea le rinnovabili hanno prodotto quasi metà dell’elettricità; sole e vento, da soli, il 30%, superando tutte le fonti fossili messe insieme. A queste si aggiunge il nucleare, con circa il 23%.
Questo non significa che le rinnovabili non abbiano impatti. Non esistono pasti gratis in ecologia. Significa però che non sono più una promessa: stanno già trasformando il sistema energetico.
E continuiamo a porci la domanda sbagliata: dove troveremo tutta l’energia che ci servirà? Proviamo a rovesciarla: come possiamo aver bisogno di meno energia?
Edifici, trasporti, industrie, reti e tecnologie possono fornire gli stessi servizi consumando meno.

Efficienza significa ridurre insieme costi, dipendenza dall’estero, consumo di risorse e impatto ambientale. La fonte energetica con il minore impatto è quella di cui non abbiamo bisogno.
E poi… continuiamo a presentare la transizione ecologica soprattutto come un costo, quando rappresenta una delle più grandi opportunità economiche e industriali del nostro tempo.

L’innovazione nasce dalla ricerca e dallo sviluppo, dagli investimenti e dalla capacità di trasformare conoscenza in tecnologia e tecnologia in industria. La Cina lo ha capito. Ha investito in eolico, fotovoltaico, batterie, auto elettriche e nelle loro filiere, conquistando posizioni dominanti in mercati che stanno crescendo rapidamente.
L’Europa aveva una delle industrie automobilistiche più forti del mondo, ma è rimasta indietro proprio mentre l’automobile diventava batterie, elettronica e software. Nel 2024 l’automotive europeo ha investito 87 miliardi di euro in ricerca e sviluppo, ma questi investimenti sono cresciuti appena dello 0,8 per cento, contro quasi il 12 per cento delle imprese cinesi.
E ora l’Europa programma un’altra grande trasformazione industriale: quella militare. La Roadmap europea per la difesa al 2030 prevede aumento delle capacità produttive, ricerca, innovazione e la riqualificazione di 200.000 lavoratori per l’industria della difesa.
La sicurezza è un problema reale e spetta alla politica decidere quante risorse dedicarle. Ma la domanda è inevitabile: che futuro stiamo pianificando?
Se siamo capaci di mobilitare capitali, ricerca, competenze e lavoratori per sviluppare rapidamente l’industria militare, perché non dovremmo mostrare almeno la stessa determinazione nel conquistare i mercati delle tecnologie che trasformeranno il sistema energetico mondiale?
La scelta non è tra ambiente ed economia. È tra economie diverse.

Possiamo investire per prolungare il sistema energetico del Novecento, cercando nuovi giacimenti di petrolio e gas. Possiamo investire massicciamente nell’industria militare. Oppure possiamo investire nella ricerca e nelle industrie che ci permetteranno di consumare meno energia, produrla diversamente, usare meno materie prime e trovare alternative a prodotti che oggi consideriamo insostituibili.
La Cina ha capito che la transizione ecologica è anche politica industriale. Noi rischiamo di accorgercene quando tecnologie, fabbriche e mercati saranno già degli altri.
E nel frattempo torniamo a trivellare il mare. Proprio il mare ci sta mostrando alcune delle conseguenze del cambiamento climatico: riscaldamento, cambiamenti nella distribuzione delle specie, nella stagionalità, nella biodiversità. E al mare che registra le conseguenze dell’uso dei combustibili fossili chiediamo di fornircene ancora.

Una cosa è utilizzare, durante una transizione, ciò da cui stiamo cercando di uscire. Un’altra è cercare nuove riserve per continuare a utilizzarle in futuro. Nel primo caso stiamo abbandonando un modello. Nel secondo investiamo per prolungarne la vita.
Se continuiamo a cercare petrolio e gas ovunque possiamo trovarli, investendo per estrarli anche in futuro, stiamo dicendo una cosa molto semplice: quel modello di sviluppo non siamo ancora disposti a cambiarlo.
Trump almeno lo dice chiaramente: “Drill, baby, drill”. Ma allora non chiamiamola transizione ecologica. Perché la transizione ecologica non si realizza trivellando il mare.

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