Studenti, lavoratori e insegnanti: le voci dalla manifestazione di Milano. “Giovani e classe operaia hanno sfiduciato questo governo”
“Scuola, lavoro, dignità“. È uno degli slogan del corteo generazionale partito da piazza Leonardo Da Vinci, a Milano, nel giorno dello sciopero generale. Studenti delle scuole superiori e universitari, collettivi, centri sociali, attivisti per il clima, educatori e giovani hanno attraversato la città portando in piazza rivendicazioni diverse. Nei pressi di piazza Loreto il corteo si è unito alla manifestazione convocata dall’Usb e i partecipanti hanno proseguito insieme fino a occupare la tangenziale, prima di concludere la mobilitazione in piazza Leonardo Da Vinci. “Ci troviamo davanti a un futuro che ci chiude le porte in faccia e ci preclude ogni possibilità. Stiamo perdendo una delle gioie più grandi, quella di poter immaginare il nostro futuro”, raccontano dal collettivo del liceo Einstein. Una preoccupazione che attraversa anche le parole di Ilenia, 16 anni, che ha deciso di saltare le lezioni per partecipare alla manifestazione. “Vediamo i nostri genitori con l’acqua alla gola e una scuola che non sa darci risposte. Studiamo in edifici fatiscenti, caldi d’estate e gelidi d’inverno. Vediamo i nostri professori sottopagati, ma nessuno sembra preoccuparsene. E quando protestiamo ci dicono di stare zitti. A nessuno piace fare chilometri e chilometri a piedi, ma qual è l’alternativa? Restare seduti a un banco e studiare per un futuro che non c’è o provare a costruirlo?”.
Le ragioni della protesta vanno oltre le aule. C’è chi punta il dito contro il modello di città che si sta affermando a Milano e contro l’espulsione degli abitanti meno abbienti. “Milano è la città della ricchezza e del privilegio, ma ci chiedono di non scendere in piazza? Anche le città governate dal centrosinistra, che dovrebbe essere più vicine a noi, sono diventate città dei fondi, dove la ricchezza si concentra e gli abitanti vengono espulsi – dice Miriam, 21 anni – Con questa manifestazione sfiduciamo la classe politica e costruiamo una vera alternativa”.
La critica alla politica riguarda anche il mondo del lavoro. Matteo, 24 anni, lavora da quando ne aveva 16: “Siamo da settimane nelle piazze a urlare che questa vita è insostenibile. Continuiamo a fare lavori che non ci permettono di vivere, gli affitti sono troppo alti, così come il costo della spesa. Ma dal governo, e anche dall’opposizione, arriva soltanto un silenzio assordante. Dove sono oggi? Come pensano che noi giovani possiamo fidarci di loro, dell’ennesima classe politica che continua a fare promesse, mentre alla fine della giornata siamo noi a dover decidere se riscaldare la stanza o mangiare? Siamo in queste strade perché siamo stanchi e disperati, non vediamo più il futuro”.
Tra gli striscioni compare anche la scritta “A scuola nessuno è straniero“. La contestazione riguarda il limite del 30% agli alunni stranieri nelle classi, ma anche le discriminazioni nei confronti delle persone con un background migratorio. “Siamo stanchi che, pur di non affrontare i problemi che colpiscono tutti, si preferisca trovare nemici dove non ce ne sono. Da quando avere origini diverse deve essere un problema? Da quando abbiamo deciso chi è cittadino di serie A e chi di serie B? Come facciamo a stare zitti mentre i nostri amici, fratelli, sorelle e compagni vengono attaccati? Noi siamo per una scuola mista, una società fatta di tante persone e sicuramente non da chi odia. Siamo un Paese fondato sull’uguaglianza, ricordiamocelo. Qui sembra esserci sempre una gara a chi esclude di più, ma davanti a tutto questo non staremo mai zitti e non li lasceremo fare”, spiega Alice, 18 anni.
La mobilitazione guarda già al prossimo appuntamento, lo sciopero nazionale degli studenti del 20 novembre. “Vi invitiamo a scendere in piazza perché la lotta è comune”, dice Giovanni, 17 anni. “Le scuole stanno cadendo a pezzi e vengono svendute ai privati. Ci parlano di armi proprio nei luoghi in cui la pace dovrebbe essere la parola cardine. Scendiamo perché questa non è la scuola che vogliamo, noi vogliamo una scuola della pace, dell’uguaglianza e del libero pensiero. Crediamo che la lotta degli studenti sia strettamente legata a quella dei lavoratori, che ci indicano la strada”. Nel corteo c’è anche chi contesta il modo in cui viene raccontata la protesta giovanile. “Non siamo vandali e non ci servono 500 militari. Pensate al nostro futuro. Voi pensate alle targhe, ma nessuno comprerà le vostre targhe, non abbiamo i soldi per avere le macchine. Parlate di violenza mentre continuate a ignorare quello che succede”, dice Adam, 17 anni. Dal corteo arriva anche la solidarietà a Youssef Siher, il ricercatore trentenne arrestato durante le manifestazioni: “Avete arrestato Youssef, senza nessuna colpa, solo perché era stanco. Come siamo stanchi tutti noi. Siamo tutti Youssef“.
Accanto agli studenti ci sono anche gli educatori di strada e dei centri di aggregazione che chiedono maggiori risorse per il lavoro educativo. “Il futuro appare grigio per tutti. Aiutare i ragazzi a coltivare i propri desideri significa permettere loro di immaginare un futuro, di prendersi cura di sé, degli altri e della comunità”, spiegano. “Siamo sottopagati, servono meno militari e più educatori, ma anche stipendi più dignitosi”. Anche la crisi climatica entra nelle rivendicazioni della giornata. Gli attivisti di Fridays for Future Milano e di Statale Impatto Zero chiedono che la transizione ecologica non venga separata dalla lotta contro le disuguaglianze sociali: “Non c’è giustizia sociale senza giustizia climatica, così come non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”.
La giornata si conclude in piazza Leonardo Da Vinci, dove studenti e lavoratori intervengono insieme. Dal palco ringraziano i lavoratori e chiunque abbia partecipato alla manifestazione, ma anche i portuali che hanno fermato 113 porti rifiutandosi di caricare armi e rilanciano la necessità di proseguire la mobilitazione comune. “È stata una giornata di lotta contro la militarizzazione e contro una città piena di militari”, dicono. Poi respingono il tentativo di ridurre la protesta agli episodi di tensione: “Altro che vetrine rotte, altro che maranza. Ci aspettiamo una risposta da queste piazze, dove oltre 2 milioni di persone in tutta Italia hanno chiesto risposte e le dimissioni di un governo che non risponde ai bisogni del Paese e alimenta divisioni”. La conclusione è affidata a una rivendicazione comune: “I giovani e la classe operaia hanno sfiduciato questo governo”.
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