Un altro successo dello Stato contro la mafia in Sicilia, ma anche un campanello d’allarme: ecco perché
L’ultima clamorosa inchiesta della distrettuale antimafia di Catania, coordinata dal Procuratore Curcio, che si è avvalsa della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, rappresenta certamente un successo dello Stato, ma anche un drammatico campanello d’allarme: alcuni degli arrestati sono gli stessi protagonisti del crimine organizzato in quella zona della Sicilia da trent’anni, in compagnia di una nutrita schiera di nuove leve. Nessun “inverno demografico” in Cosa Nostra.
Conosco un imprenditore di quella zona, compresa tra Lentini e Siracusa, che tra gli anni ’90 e 2000 apre una attività commerciale di successo, attirando immediatamente l’attenzione proprio di quei personaggi, allora rampanti trentenni e precipitando con tutta la sua famiglia in un incubo. Come spesso succede questo imprenditore cerca inizialmente di “gestire” il rapporto con gli emissari mafiosi: quasi nessuno nasce eroe e comunque a nessun “inerme cittadino” lo Stato deve chiedere di fare l’eroe, come ebbe lucidamente a dire Giovanni Falcone.
Ma anche questo imprenditore, come capita a tutti coloro che si avventurano per questa via, capisce presto che non è possibile alcuna “gestione”: l’appetito di questi parassiti violenti non ha limite e finisce sempre per svuotare completamente l’impresa invasa, a volte servendosene come “vetrina” per camuffarci attività di riciclaggio. L’azione mafiosa nell’economia legale è quella tipica del colonialismo “insediativo”: un evergreen.
Ebbene, quell’imprenditore trovò la forza di denunciare tutto e poi la forza, non inferiore, di resistere col “dito puntato” anche quando i primi destinatari di quella denuncia sembrarono più disturbati che interessati.
Fu giustappunto un magistrato della Dda di Catania che, comprendendo finalmente la portata di quelle informazioni, dopo ore trascorse ad incrociare date e volti, stringendo la mano a quell’imprenditore gli disse: “Da questo momento la sua vita è sotto la protezione dello Stato”.
Da allora per l’imprenditore e la sua famiglia è iniziata un’altra vita, fatta di programma speciale di protezione, sicura ma segnata irrimediabilmente dal trauma della separazione, dell’isolamento sociale, di cui abbiamo scritto altre volte.
Che effetto pensate gli faccia leggere che in questa recentissima inchiesta alcuni personaggi di spicco sono gli stessi di allora? Vi assicuro che si sta chiedendo a cosa sia servito denunciare e sopportare per questo processi e solitudini. Tanto più che, ancora una volta, il dato emergente da questa inchiesta è che tanti imprenditori preferiscono pagare in silenzio.
Una situazione che richiama quanto si è potuto leggere di un’altra inchiesta qualche giorno fa, firmata dal Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha interessato Caivano e Casoria: decine di commercianti che pagavano regolarmente il pizzo a Natale, Pasqua e Ferragosto in silenzio. Soltanto uno avrebbe avuto il coraggio di dire basta e denunciare, precisamente come fece quell’imprenditore di Lentini più di quindici anni fa. Mosche bianche, eretici, in un Paese affogato nella corruzione e nelle clientele amorali, figlie di un nichilismo edonista che riempie il vuoto esistenziale con l’accumulazione compulsiva.
Restano sul tavolo alcune questioni che con tutta evidenza questa maggioranza meloniana ha ignorato. La prima: sempre meno denunce da parte degli imprenditori estorti, eppure le leggi ci sono e allora qual è il problema? Avrà mica a che fare con le condizioni di vita e di lavoro in cui finiscono i pochi che denunciano? Come mai è così alta la conflittualità tra protetti e amministrazione? Possibile che siano tutti dei furbacchioni interessati a spillare denaro allo Stato? Quanto hanno fatto incassare e risparmiare allo Stato quelle denunce?
Il Procuratore Gratteri, per fare un esempio, in conferenza stampa ha dichiarato che con i soldi trovati nei nascondigli degli indagati (oltre 3 milioni di euro in contanti, destinati al Fondo Unico Giustizia), si è pagato un anno di intercettazioni. Per non parlare del valore simbolico della scelta di chi denuncia, purtroppo disprezzato da chi ha avuto la spudoratezza di definire il mafioso Vittorio Mangano un eroe, per non aver detto nulla ai magistrati.
La seconda: l’evidente fallimento della leva repressiva sul piano del contrasto alle mafie: punire è necessario, ma non basta. Paolo Borsellino ebbe a dire “Le mafie finiranno quando i giovani toglieranno loro il consenso”, il che oltre ad essere giusto è profondamente legato alla cultura e quindi alla scuola, ma mentre su questo punto convergevano Gesualdo Bufalino, Giovanni Falcone e Carlo Alberto Dalla Chiesa, in tutt’altra direzione va l’attuale Governo, che ha recentemente ribadito quale sia la sua priorità attraverso il Ministro Valditara: “Evitare che i bianchi se ne vadano dalla scuola”! I mafiosi, di solito bianchissimi, possono dormire sonni tranquilli.
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