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Monday, October 5, 2026

Don't cry per Leo, da Pulce a gigante l'addio di Messi all'Argentina

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Don't cry for Leo, Argentina. Non piangere, perché quello che domani notte gioca l'ultima partita con la maglia albiceleste non è più la Pulce, come dalla Terra del Fuoco a Iguazu' lo chiamavano, o il Petto Freddo, come talvolta lo insultavano, ma a pieno titolo un eroe senza le bruciature di Evita Peron e Diego Maradona. Loro sì, passionali e profondamente argentini in gesti ed eloquio, ma tremendamente umani. Ed è dunque un autentico miracolo quello che un Paese segnato dalla religione va a celebrare a Buenos Aires con vittima sacrificale la rappresentativa del Benin: e infatti semmai ora il soprannome più indovinato è il trascendente Messianico, coniato dallo scrittore Sebastian Fest.

L'ultimo tango si balla dopo oltre vent'anni di gol, gloria e lacrime, e ha comunque la faccia attonita di un'Argentina che dopo gli anni del sovranismo e populismo dei Kirchner, in cui Messi perdeva le finali, ha imparato ad amare a suon di gol (ad oggi 125) e vittorie quel suo talento espatriato. E alla parola fine non vuole rassegnarsi. La data Messi però l'ha fissata da tempo e sarà lo show conclusivo con la Seleccion, di cui il ragazzo di Rosario è simbolo anche in questo tempo finale, mentre il suo rivale di sempre, Cristiano Ronaldo, vive contromano il viale del tramonto. 'Ultima partita, una maglia per tutta la vita" il messaggio che lo stesso campione ha lanciato in vista dell'appuntamento cucito su misura. Un'amichevole di nulla difficoltà perché i riflettori saranno tutti sulla Pulce: a 39 anni Messi chiude solo un capitolo, quello con la Nazionale che ha accompagnato la sua ascesa, fino al sogno realizzato, il mondiale conquistato nel 2022.

La delusione della finale persa lo scorso luglio a New York e il mancato bis hanno chiaramente indirizzato la scelta, ma ha pesato anche la morte del papà Jorge, l'uomo che ha accompagnato tutta la carriera di Leo: la sconfitta amara proprio con la Spagna, il Paese che ha 'adottato' Messi, quando poco più che bambino arrivò nella cantera del Barcellona. Il club blaugrana è l'altro grande amore della Pulce, lasciato dopo oltre vent'anni e numeri da collezione. Con 48 trofei vinti è il più titolato di sempre, paragonato all'altro mito argentino, El Pibe de oro, Messi ha attraversato gli anni Duemila incantando con le sue prodezze in campo i tifosi di tutto il mondo. E anche ora, alla soglia dei 40, nel buen retiro della Florida, con la maglia dell'Inter Miami di cui è capitano continua a esaltare il pubblico. "Il calcio è la mia passione e finché mi piacerà lo farò" ha ripetuto.

L'esordio assoluto in nazionale risale al 2005, un passaggio da dimenticare nell'amichevole con l'Ungheria durato appena 43 secondi e chiuso con un rosso diretto. Il debutto vero ai mondiali del 2006, vent'anni fa, nell'Argentina dei Crespo, Tevez, Cambiasso e il 18enne Messi protagonista con assist e un gol nel 6-0 contro la Serbia e Montenegro. Di edizioni iridate ne ha giocate sei, collezionando gol e primati che fanno di lui in assoluto uno dei più grandi sempre. A Ezeiza, il centro di allenamento che porta il suo nome (a pochissimi è dato il privilegio di una intitolazione in vita) Messi è sbarcato venerdì a bordo del suo jet privato con tutta la famiglia e ha trascorso qualche giorno a Rosario prima di raggiungere la squadra. Insolito capello con il ciuffo e giacca da rockstar Messi si è subito unito ai compagni agli ordini del ct Scaloni.

Con il Benin è previsto che giochi tutti i 90 minuti: è stato proprio il ct a convincerlo a concedersi un addio degno di questo nome, evitando che la sua ultima immagine rimanesse legata alla finale con la Spagna: in lacrime per la sconfitta, in un momento difficile della sua vita privata e con la sensazione di non aver avuto la conclusione che meritava. Una maglia speciale è stata ideata per il gran finale: i colori classici dell'albiceleste e l'oro a brillare sul 10 e i bordi delle maniche. Ma era bella anche quella fatta con una busta di plastica per un bambino iracheno, perché c'era dentro il sogno, una cosa che non ha prezzo. Messi, che ha da poco comprato la squadra spagnola Eldense, saluta e spera di segnare ancora per celebrare degnamente la sua ultima rappresentazione sacra. Gli 80 mila del Monumental e i milioni davanti alla televisione, magari con il groppo in gola, proveranno a non piangere per lui.
   

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