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Tuesday, October 13, 2026

“Sono la sorella di Max Giusti, ho anche il test del Dna, ma lui non lo vuole ammettere. Non mi parla più e non è giusto, ci soffro. Come è successo? Le nostre famiglie erano vicine di casa”: parla Lisa Maria Cetorelli

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Max Giusti ha una sorella. Una sorella segreta. Si chiama Lisa Maria Cetorelli e dopo anni di silenzio ha deciso di raccontare la sua storia, «dire la mia verità».
Una verità finita in un’aula di tribunale in attesa che Lisa venga riconosciuta ufficialmente come la figlia di Gianfranco Giusti, il padre di Max. Una verità che Lisa può dimostrare con la prova del Dna che ha effettuato all’Università di Tor Vergata lo scorso 23 luglio come da richiesta degli avvocati. Sul referto c’è scritto, in conclusione: «“Le analisi hanno consentito di rilevare che Cetorelli Lisa Maria è !glia biologica di Giusti Gianfranco”». Ma non basta ancora a quanto pare. «Potevamo risolvere tutto consensualmente davanti a un notaio, invece nessuno si è mosso, e adesso sarà un giudice a pronunciarsi. Sono anni che vado avanti tra avvocati, esami, con un costo economico pesante. E io volevo soltanto vedere riconosciuta la mia identità, volevo una famiglia, un fratello, Max»

Al settimanale DiPiù, Lisa ha confessato «la storia di una sorella rifiutata, di una sorella a cui si è spezzato il cuore quando ho sentito Max dire a Verissimo: “Sono figlio unico”. Io esisto e lui lo sa benissimo». Eppure, «per anni Max mi ha considerato sua sorella. Ci sentivamo, ci vedevamo, mi presentava agli altri dicendo “mia sorella”. Poi ho iniziato la causa per essere riconosciuta legalmente come figlia di suo padre Gianfranco e avere finalmente il suo stesso cognome e tutto è cambiato. Max è sparito dalla mia vita, non mi parla più, e non è giusto…».

Si commuove a parlarne. Una battaglia che a 45 anni non avrebbe mai voluto combattere. Oggi vive a Milano ed è la titolare di un piccolo negozio di abiti vintage. Una donna che si sente ferita e che non nasconde nemmeno di essere in cura da tempo ormai da uno psicologo. Una storia che nasce da Roma, nel quartiere Portuense. Lisa ha raccontato al settimanale DiPiù che «le nostre famiglie vivevano a pochi metri di distanza: la mia al piano di sopra, quella di Max al piano di sotto e, al piano terra, c’era il negozio di giocattoli e cartoleria dei suoi genitori». Racconta che sua madre era sposata con un uomo Domenico Cetorelli, «mio padre anagrafico». Un padre che aveva già tre figli». Ma come è entrato Gianfranco Giusti nella vita di sua madre? «Il papà di Max, oltre alla cartoleria, montava cucine, mobili e un giorno andò a casa nostra per un lavoro. Fu così che conobbe mia madre. Tra loro nacque una storia. Quando mia madre rimase incinta di me raccontò tutto al marito e, quando nacqui, gli chiese: “E adesso questa bambina chi la riconosce?”. Domenico rispose: “Non ti preoccupare la riconosco come figlia mia”. (…) È stato lui a crescermi e mi ha voluto bene senza mai farmi pesare nulla. Tutti sapevano, poi l’ho saputo anch’io».
«Fu mia nonna materna – rivela – a dirmelo. Stavamo giocando, io forse nominai mio padre e lei mi disse: “Ma quale papà? Quello che hai dentro casa? Tuo padre è quello che ha il negozio di giocattoli sotto casa”. Rimasi sconvolta». Un padre “segreto” che però «in qualche modo, aveva sempre fatto sempre parte della mia vita, si interessava a me: mi accompagnava anche dal pediatra, andavamo al mare, alle giostre».

E Max? «Sapevo che era mio fratello e volevo conoscerlo, e sapevo che anche lui era al corrente di tutto. Io volevo incontrarlo ma Gianfranco mi rispondeva: “Max è più grande di te, ha la sua vita, il suo lavoro…”. Sì, è vero, lui era grande e io una bambina, abbiamo tredici anni di differenza, e per anni andò avanti così, con questo segreto chiuso tra i due piani del nostro palazzo». Finalmente Lisa riuscì a incontrarlo, parlarci e chiarirsi. «Avevo vent’anni mentre vivevo in Umbria, seppi che Max avrebbe fatto uno spettacolo ad Assisi. Presi coraggio e gli mandai un mazzo di fiori in teatro, con un biglietto e il mio numero: “Se vuoi, chiamami”. Quella stessa sera squillò il telefono: era Max. Mi disse subito: “Io lo so chi sei. So perfettamente che sei Lisa, lo so da quando sei nata”. Poi mi ringraziò per averlo cercato: “Probabilmente io non avrei mai avuto il coraggio di farlo”. E infine mi disse una frase che non ho mai dimenticato: “Da oggi in poi promettimi che sarai mia sorella”», ha raccontato ancora a DiPiù. Una notte intera trascorsa al telefono.«Era come se dovessimo recuperare tutti gli anni in cui non ci eravamo frequentati. Ero felicissima. Ci incontrammo una decina di giorni dopo e cominciammo a vivere davvero come fratello e sorella».

Da quel momento la svolta.«Ci sentivamo, ci vedevamo, lui veniva a trovarmi, io andavo ai suoi spettacoli e con gli altri mi presentava come sua sorella. Conobbe anche mio !glio, che all’epoca aveva cinque anni e lo chiamava “zio Max”». Ma non solo. «Nel 2016 trovai lavoro a Milano nella pizzeria Sorbillo. Max veniva a trovarmi, si fermava lì. Durante il Covid ci sentivamo spesso con la confidenza tra fratello e sorella». A un certo punto però Lisa vuole, giustamente, essere riconosciuta, poter portare il cognome di suo padre. «Io desideravo che Gianfranco mi riconoscesse ufficialmente come sua figlia, ma Max mi diceva che prima c’era un passo importante da fare: avrei dovuto incontrare sua madre, lui non voleva ferirla, non voleva imporle una situazione così delicata senza sapere come avrebbe reagito. Io lo capivo e non volevo creare problemi a nessuno. Così aspettai».

L’incontro tanto atteso tra Lisa e la sua “famiglia” ci fu, circa cinque anni fa. «Quel giorno c’erano Gianfranco, mio figlio e anche Anna, la mamma di Max che in quell’occasione fu affettuosa con me. Uscii da quell’incontro sollevata. E poco dopo Max mi scrisse: “Mamma è rimasta folgorata da te”. A quel punto pensai: ecco, adesso non c’è più nessun ostacolo. Posso finalmente chiedere al mio vero padre di riconoscermi». E invece no. Successe qualcosa che Lisa non sa, non si spiega. Eppure «Gianfranco in passato mi aveva detto più di una volta: “Vai a cercare un avvocato che ti riconosco”. Ma improvvisamente mi disse che non poteva più farlo…». Ma Lisa non si è mai arresa. E con il cuore in gola ha prima dimostrato che «Domenico non era mio padre biologico». Poi il test per dimostrare che Gianfranco è il suo vero padre. Ma tra un esame e l’altro «accadde la cosa per me più dolorosa».

All’improvviso tutto cambiò. «Max sparì dalla mia vita. Il 18 novembre 2024, dopo mesi in cui non ci sentivamo, gli mandai un ultimo messaggio. Gli chiesi: “Perché devo pagare il pegno di tutta questa storia, non poter dire da dove provengo, che sangue ho nelle vene? Quali sono state le mie colpe?”. Non mi ha mai risposto e poi mi ha bloccato sul cellulare. Intanto la famiglia di Max iniziò a mettere in dubbio che fossi davvero figlia di Gianfranco e chiese al mio avvocato che mi sottoponessi a un test del Dna privato. Inizialmente non volevo farlo, perché sapevo chi era mio padre, ma il mio avvocato mi consigliò di accettare».
Poi spiega: «Io ho provato a chiamare mio padre, per capire, per parlargli, ma purtroppo non mi risponde più. Una volta sola sono riuscita a scambiare qualche parola con lui, chiamandolo da un numero non mio. Mi ha detto: “Sto male, sono caduto”. Poi abbiamo parlato di noi, mi ha detto che si ricordava una giornata al mare. La cosa devastante per me è che il giorno dopo gli avvocati di Max hanno chiamato il mio, dicendo che mio fratello non voleva che mi avvicinassi più a suo padre e che non dovevo chiamarlo più. Ma lui ha ottantatré anni, perché mi impediscono di parlargli? Perché non lo posso vedere?».

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